La sconfitta del modernismo

Unità_coverArticolo pubblicato su Il Tempo del 11 agosto 1983

Due alternative per la Dc

di Augusto Del Noce

Sono passati ormai molti giorni dal 26 giugno, e penso sia giunto il momento di stringerne il significato in una formula che, pure nel riconoscimento dello scacco democristiano, ne circoscriva i limiti e indichi le due vie che la Dc può battere: quella che, alla lunga, può portarla al disastro, e quella invece che la guida a un rinnovamento effettivo, capace di farne davvero farne l’architrave della politica italiana.

Ritengo che questa formula altra non possa essere che “la sconfitta del modernismo”; intendendo per modernismo non l’”eresia modernista” quale fu condannata nel primo decennio del nostro secolo, e neanche quel modernismo risorto per opera di certi teologi postconciliari e diventato, secondo l’espressione di Maritain, «da ruscello fiume» – la cui influenza sulla Dc è stata del resto assai minore di quel che si possa pensare – ma quel “modernismo moderato” di cui Pietro Scoppola parlava in un libro di più di vent’anni fa; libro che ebbe una funzione importante nell’incoraggiare e nel promuovere tante ricerche, svolte successivamente in tutti gli angoli d’Italia, di cattolici “disobbedienti”, o almeno sofferenti rispetto alle ingiunzioni di una curia, di un episcopato, di un clero allora nella massima parte integralisti.

I termini di cui questo modernismo si è servito sono stati quelli di “laicità”, di “modernizzazione”, di “autonomia della politica”, di “rifiuto dell’integralismo”, di abbandono del “paradigma medioevalistico”, talvolta di “secolarizzazione”; termini ambigui, a cui si può anche dare un significato positivo, ma si tratta di vedere il modo in cui sono stati intesi, e perché ciò sia avvenuto. Quel che è certo è che l’evoluzione della Dc degli anni di guerra a oggi è stata nel suo senso e che è diventata del tutto esplicita nel “rinnovamento” che ha preso inizio lo scorso anno e che ha incontrato la sconfitta il 26 giugno.

Questo modernismo come lo definiremo? Qual è la sua prospettiva storica? Secondo essa, i pensatori laici e razionalisti, se non avevano ragione in assoluto, l’avevano però per quel che riguarda il giudizio sui secoli dell’età moderna; o, quanto meno, il loro errore era scusabile, dato quello più grave dei loro avversari. In questi secoli si sarebbe acquisito il senso dell’autonomia dei valori temporali, perché l’umanità, attraverso un processo di maturazione nei cui riguardi il contributo del cristianesimo sarebbe stato essenziale, non avrebbe avuto più bisogno, per reggersi temporalmente, di quella “supplenza” della Chiesa che definirebbe invece i tempi medievali.

Processo che, anche da autorevoli teologi, viene detto, con non dissimulato piacere (quello dell’ «inginocchiamento davanti al mondo», di cui parlava Maritain), di “secolarizzazione”, e considerato perfettamente normale e organico allo sviluppo del mondo cattolico: e che si sarebbe trasformato in “secolarismo”, come negazione del trascendente e del soprannaturale, soltanto per l’incomprensiva avversione degli arretrati teologi che erano alla guida della cultura e dell’insegnamento cattolico.

Se il “medioevalismo” e l’”antimoderno” (che avevano dato, rispettivamente, il titolo all’articolo con cui il P. Gemelli, nel 1914 inaugurò la rivista Vita e Pensiero e nel 1922 a un libro di Maritain) avevano ancora prevalso nel ventennio tra le due guerre, si può dire che negli ultimi decenni l’omaggio al mondo moderno, o il perdono richiesto a esso, siano stati il “primo atto culturale” del democristiano.

Si arrivò così a una sorta di cultura per cui la trascendenza religiosa venne a significare che religione, metafisica e morale, riguardano il mondo “di là” mentre il mondo “di qua” deve essere amministrato secondo semplici tecniche sociologiche; onde il riferimento a qualsiasi concezione generale della vita venne escluso dalla politica, così che la “laicità” venne a coincidere con la caduta della “pregiudiziale ideologica”, e l’”ispirazione cristiana” a significare un generico umanitarismo.

Uno storico potrebbe vedere in questo senso che la linea prevalente nella Dc ha conferito sinora, più o meno consapevolmente, alla laicità il punto di arrivo di una “laicità agnostica”, corrispondente a una certa linea positivistica del pensiero italiano, ma non certo ad alcune delle tradizioni risorgimentali. O fors’anche, sotto certi aspetti, a quel “guicciardinismo” che non è quello del Guicciardini, ma quello che invece credette di ravvisare Francesco De Sanctis, parlandone come della crisi finale del Rinascimento.

Nel senso che in teoria i cattolici possono pensare ai principi già enunciati da San Tommaso e a un loro allargamento, ma nella pratica la loro ricerca di organizzare una forza politica capace d esercitare funzioni di governo non può dar luogo che a un partito che rappresenti la difesa dell’uomo del Guicciardini, inteso alla maniera desanctisiana come colui che si propone di condursi in modo e con tanta prudenza da riuscire a godersi questa vita e l’altra, senza mai nulla sacrificare dei suoi interessi e dei suoi comodi.

Si parla a volte della necessità a cui la Dc deve subordinasi, di attenuare il suo carattere religioso in ragione della sua funzione politica di architrave della democrazia italiana, dato che i cattolici rappresenterebbero ormai n a minoranza che raggiungerebbe appena il 20%, e in processo, si dice, di progressiva diminuzione.

Credo che questi discorsi su maggioranza e minoranza siano scarsamente fondati: la migliore risposta può forse essere che gli italiani di oggi siano, per difetto di idealismo e per difetto di speranza, tiepidamente cattolici e tiepidamente non cattolici; guicciardiniani, appunto, nel senso desanctisiano, a riprova che talvolta la storia effettiva imita le vedute storiografiche, anche se erronee; e siano tali anche per colpa della classe politica che è alla loro guida.

Ricordo come nel ’48 la Civiltà Cattolica scrivesse che spettava all’Italia dare l’esempio di una civiltà veramente ispirata al cristianesimo; di fare quel che la Francia aveva realizzato sotto l’ispirazione della cultura illuministica e la Russia sotto l’ispirazione del marxismo; e l’idea di una guida morale dell’Italia nella ricostruzione mondiale era quella di Pio XII.

Dove sono queste speranze? Negare un insuccesso morale della Dc è impossibile, e la diminuzione della fede o della pratica religiosa non ne è che un segno. Il dislivello fra i principi e la pratica di cui si è fatto cenno, ha certamente giocato, generando quell’apparenza dell’impossibilità di vivere secondo i principi cattolici che a giudizio di Gramsci sarebbe la prova essenziale della fine storica del cattolicesimo, e del suo “suicidio” che avrebbe proprio al momento in cui tenta di informare la vita politica.

Nel declino della fede religiosa e in quello della Dc c’è quindi un rapporto reciproco di causa e di effetto. Non bisogna però neanche esagerare; è innegabile un risveglio religioso della gioventù, di cui è segno, anche se piccolo, il migliore risultato che la Dc ha ottenuto nelle elezioni alla Camera rispetto a quelle al Senato (con voti che non sono stati certo dati alla Dc secolarizzata); e ciò mentre gli anziani andavano a votare con quella scarsa convinzione che è premonitrice di sconfitta. Questo risveglio fa pensare che l’analogia, di cui molto si è discorso, tra il declino della Dc e il disfacimento del MRP francese non abbia grande fondamento.

Laicità, intesa nel senso che il cattolicesimo, in ragione della sua impostazione trascendente, permetterebbe una piena autonomia per quel che riguarda la realtà mondana; autonomia talvolta pensata, ed esaltata, sul modello di quello della scienza ( ma la scienza interviene nella pratica per quel che riguarda i mezzi, non i fini, e la questione etico-politica è perciò diversa dalla scientifica); un abbandono della religiosità della vita politica in cui già Croce vedeva, a proposito del liberalismo, un segno di decadimento; il conseguente declino del sentimento di aggregazione ideale di cui il guicciardinismo è conseguenza. Tutti i temi della crisi della Dc si collegano e possono venire riassunti nel motivo di una falsa “modernizzazione”.

Ma come questo “modernismo” si è infiltrato nella Dc? Si può parlare, entro certi termini, di un’influenza della cultura marxistico-gramsciana; soltanto entro certi limitati termini, però. Penso invece che occorra, per spiegare questo punto, riferirsi piuttosto agli inizi del Comitato di Liberazione Nazionale e alla maniera in cui veniva inteso negli ultimi anni della guerra; e ciò deve far parte, secondo il mio giudizio, di quel ripensamento della nostra repubblica a partire dai suoi principi che è necessario per uscire dalla crisi attuale.

Il CLN era una coalizione contro un comune avversario di partiti che avevano fondamenti ideali originari assolutamente diversi o anzi opposti? Così lo intendeva certamente la Dc di allora. Ma emergeva, per opera particolarmente del Partito d’Azione, dunque dal partito degli intellettuali, un’interpretazione diversa: quella di un’unità organica delle forze democratica di cui il liberal socialista Partito d’Azione fosse l’asse portante, e la forza verso cui dovessero convergere, nel loro processo verso la democrazia, i cattolici e i comunisti.

E’ ben vero che l’azionismo come partito politico ebbe breve vita; ma si dissolse per impadronirsi del dominio della cultura, e in questo riuscì ben più dei comunisti; onde si ebbe il fenomeno delle due repubbliche, quella della politica della cultura a guida laico-azionista, informante la più gran parte della pubblicistica, e quella della politica effettuale.

Ora, l’unità ideale del CLN, imponeva che i termini della lota ideale e politica fossero visti tra i progressivi e i reazionari, e ai progressivi annesso lo stesso comunismo, visto come democratico nella sostanza, e quindi in necessario processo di democratizzazione, anche se per ragioni particolari connesse alle situazioni dei paesi in cui aveva raggiunto il potere avesse mutuato da un potere autocratico o da una tradizione orientale un carattere totalitario.

Si guardi ora al processo avvenuto nella Dc: non può altrimenti venir definito che nei termini di una subordinazione sempre più accentuata non al pensiero comunista, si badi, ma al laico-azionista; coerenza che nell’ultimo decennio è diventata visibilissima, nella rigorosa necessità di cui ho parlato in un passato articolo, della linea che va dall’arco costituzionale alla fine della pregiudiziale ideologica, alla piena laicità in cui questo partito si è presentato nelle recenti elezioni, alla riduzione del programma a una politica del “rigore” già affermata dagli economisti cari al partito repubblicano; la sinistra culturale modernistico-cattolica ben si allea con una destra economica, alleanza che caratterizza il laicismo azionista e la borghesia illuminata.

Lo storico futuro avrà il compito facile nel parlare di un processo di secolarizzazione nel senso autentico del termine, dell’Italia, che si sarebbe compiuto attraverso la Dc, e che paradossalmente non avrebbe potuto compiersi che attraverso l’apparente egemonia di questo partito.

Molto giustamente si è detto che per la Dc si tratta di una scelta tra partito elitario-tecnocratico – in cui l’élite farebbe da mediazione per portare una massa che il pensiero laico giudica solo parzialmente matura, alla subordinazione a quel partito elitario-tecnocratico che è oggi il repubblicano, così da realizzare il partito repubblicano di massa – e partito popolare; perdendo nel primo caso così il carattere popolare come il carattere cristiano. Con pari ragione si è aggiunto che il partito popolare sarebbe tale se in pari tempo fosse il partito della “difesa dell’identità nazionale”, e della coincidenza tra la causa nazionale e la causa religiosa.

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