Specchio delle sue brame (revisionismo Hitler – Lenin)

Lenin

Lenin

Hitler

Hitler

Il Sabato, 4 marzo 1989,

n. 9, p. 55-57

Hitler aveva un modello: Lenin. Ha sostituito la razza alla classe. Auschwitz al Gulag. Questo ha detto Nolte. Con ragione.

di Augusto Del Noce

Ridotta ai termini essenziali, la tesi che Ernst Nolte svolge nel libro testé tradotto presso Sansoni (Nazionalismo e bolscevismo. La guerra civile europea, 1917-1945, Firenze, 1989) è la seguente: Lenin già all’inizio della Prima guerra mondiale aveva additato come compito dei socialisti la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile; si trattava dunque di una “dichiarazione di guerra civile” che il comunismo faceva al mondo, e questa guerra è avvenuta, anche se in una forma diversa e lontana dalle previsioni e dalle intenzioni leniniste; il soggetto perciò della storia contemporanea è “la guerra civile europea 1917-‘45”.

Questo concetto nuovo era espresso nel titolo tedesco originario (La guerra civile europea 1917-1945), rispetto a cui “Nazionalsocialismo e Bolscevismo” era il sottotitolo; non riesco a intendere perché nell’edizione italiana questo ordine sia stato rovesciato.

Si può osservare, e la critica sembra sin troppo facile, che non si tratta di una tesi nuova, che l'”affinità” totalitaria tra comunismo sovietico e nazismo è nozione comune, che quella frase di Lenin compare in tutti i manuali scolastici. Eppure, se si considera l’immensa letteratura che ha per oggetto la storia contemporanea, ci si accorge come all’asserto leninista sulla sostituzione della rivoluzione mondiale alla guerra mondiale non sia stato dato, al di fuori della letteratura marxistica in senso stretto e delle sue inaccettabili conseguenze, il rilievo di principio esplicativo primo.

L’originalità di Nolte sta in questo: nell’avergli assegnato questa funzione in un senso dichiaratamente non marxista, anzi decisamente antimarxista. Da un punto di vista marxista, la sua sarebbe infatti giudicata una storiografia sovrastrutturalistica, passibile quindi della maggiore critica; un non marxista parlerà invece di interpretazione “transpolitica”, quale infatti essa è.

Se si prende sul serio, conferendole tutta la sua forza, l’affermazione leninista sulla sostituzione della rivoluzione mondiale alla guerra mondiale, come conclusione di questa, si deve arrivare alla tesi estremamente importante e sinora mai realmente svolta dell’interdipendenza tra tutti i fenomeni politici nuovi che sono avvenuti nonché degli anni tra il ’17 e il ’45, altresì dal ’45 a oggi.

Ora questa interdipendenza è stata normalmente dimenticata: si è generalmente pensato che il comunismo fosse storia russa, il fascismo storia italiana, il nazismo storia tedesca. Così si ripete, come proposizione ovvia, che la rivoluzione comunista già sconfitta nel ’19-’20 in Germania come in Italia, ormai ridotta a spettro, è stata soltanto l’occasione perché si manifestassero mali endemici già allo stato virtuale nella storia delle nazioni dell’Europa continentale; particolarmente nella Germania, che troppo scarsamente aveva conosciuto la rivoluzione borghese e che aveva romanticamente combattuto la modernità; nell’Italia, in cui col fascismo avevano potuto manifestarsi tutti quei vizi che erana stati contratti nel periodo della Controriforma e delle dominazioni straniere ricoperti dalla retorica dei miti romani; quel complesso illusorio di superiorità connesso con un reale ritardo rispetto al processo della civiltà moderna.

Interessi minacciati si sarebbero uniti con tutte le categorie dei sorpassati della storia, nella composizione dei fasci; e questa rivolta contro la razionalità del corso storico non aveva potuto trovare che guide irrazionali; in Italia, nell’avventuriero Mussolini, in Germania nel folle criminale Hitler. Pressoché l’intera pubblicistica, non soltanto italiana, segue questo modulo.

Queste interpretazioni generali hanno il loro fondamento in due categorie interpretative, quelle di “modernità” e di “arretratezza”, specificazioni delle idee che stanno a fondamento della comprensione illuministica della storia, di progresso e di reazione. Naturalmente, anche per la Russia si deve parlare di arretratezza; tuttavia il comunismo avrebbe operato nel senso del progresso rispetto alla situazione precedente: mentre fascismo e nazismo avrebbero rappresentato involuzioni rispetto al grado di civiltà già raggiunto dai Paesi dove avrebbero avuto luogo e, nel caso del nazismo, l’involuzione sarebbe stata tale, da raggiungere un unicum nella storia, la regressione dalla civiltà alla barbarie più radicale.

Ora, la considerazione noltiana dell’interdipendenza per cui non si può parlare del nazionalsocialismo senza riferirsi al nemico contro cui ha preso forma, porta a una visione che è nuova. Per Hitler “in modo inconfessato l’odiosa figura terrorizzante era per lui in certa maniera anche il modello-guida” (pagina 97).

Le interpretazioni consuete hanno parlato certamente dell'”odio” e della “paura”; rispetto al “modello” si sono generalmente limitate al rilievo del comune carattere totalitario, e queste categorie di democrazia e di totalitarismo, ancorché importanti, sono tuttavia insufficienti per una comprensione adeguata. In realtà, si tratta di assai di più: “Bolscevismo e nazionalsocialismo furono sempre delle antitesi, e lo restarono sino alla fine, ma non furono mai contrapposti l’uno all’altro in nessun momento in maniera contraddittoria e quanto più la guerra si avvicinava alla sua fine tanto più divenne conoscibile uno “scambio delle caratteristiche”” (pagina 415). È una frase apparentemente un po’ ermetica che si tratta di chiarire.

Che cosa significa questa assenza di contrapposizione in maniera contraddittoria? Che il nazionalsocialismo è stato subordinato al comunismo nella sua opposizione; si è limitato a rovesciare il comunismo, restandone però l’immagine speculare; ha trascritto in termini biologico-naturalistici le categorie storico-sociali del marxismo.

Fermiamoci sui concetti essenziali del comunismo e del nazismo, quelli di classe e di razza; la trascrizione biologica del secondo rispetto al primo appare evidente, e da questa prima opposizione dipendono tutte le successive: a una metastorica futura società senza classi corrisponde il mito della ritrovata purezza dell’ariano; all’ideale dell’eguaglianza, la società dei signori; alla pace universale che seguirà alla rivoluzione (e giustificherà ogni forma di terrore) l’esaltazione della guerra; e così via.

Certamente, questa interpretazione importa l’abbandono del “mito negativo del male assoluto” che, come fenomeno unico nella storia, il nazismo avrebbe realizzato. Ma rappresenta insieme la critica più rigorosa, perché più ragionata, a cui il nazismo sia stato soggetto. Vi viene infatti dimostrato che esso, lungi dal rappresentare la difesa di quei valori che il comunismo minacciava, doveva portare invece alla stessa negazione, proprio perché non riusciva che a essere l’immagine rovesciata del comunismo.

Perché in Germania più che in altri Paesi vi fu un terrore del marxismo che spinse la borghesia a darsi in braccio a Hitler abbandonando i principi della repubblica weimariana? Non dimentichiamo qui la pace di Versailles e quella “umiliazione della morale” che essa ha rappresentato. Alla disperazione tedesca si offrivano due vie di uscita, quella del nazionalbolscevismo e quella del nazionalsocialismo, e nelle ragioni decisive del successo della seconda vi fu il fatto dell’accordo del bolscevismo con gli interessi nazionali dello Stato russo.

Che il libro di Nolte contraddica e sconvolga le abitudini di pensiero degli intellettuali di formazione laico-illuministica, si deve dare per scontato. La loro reazione è quindi naturale, ma la lealtà intellettuale non dovrebbe permettere il passaggio ad accuse di dissimulata apologia del nazismo, che pure furono mosse.

Tale critica si è giustificata appuntandosi soprattutto su un particolare, astratto dal contesto: Nolte avrebbe “relativizzato” e “banalizzato” l’orrore unico e incomparabile dei campi di sterminio nazisti facendoli rientrare nella categoria dei genocidi. Ora, vediamo quel che Nolte aveva già detto in quell’articolo del 6 giugno 1986, Il passato che non vuol passare, che suscitò in Germania una polemica eccezionalmente aspra (con echi, per verità attenuati, anche in Italia) e che si riassume nella frase seguente: “[La soluzione finale] in quanto annientamento tendenzialmente totale di un popolo mondiale si distingue in modo sostanziai le da tutti i genocidi ed è l’esatta immagine rovesciata dell’annientamento tendenzialmente totale di una classe mondiale ad opera del bolscevismo e in questo senso è pertanto la copia biologicamente coniata dell’originale sociale” (pagina 415).

Effettivamente, dato il rapporto che pone tra comunismo e nazismo, Nolte non i poteva dir nulla di differente. Ma… ha detto poi qualcosa di tanto sacrilego? La memoria deve tener certamente sempre i presenti gli orrori di Auschwitz e degli altri campi: ma è proprio il miglior modo di ricordarli l’insistere sul “carattere unico” e incomparabile dell’olocausto, rischiando così di “relativizzare” e di “banalizzare” gli altri genocidi della storia, quelli che l’hanno preceduto e quelli che l’hanno seguito?

E poi nella storia c’è un solo fatto unico e incomparabile (tale, ali meno, per il credente): l’incarnazione e la Redenzione, fatto soprannaturale. Ogni altro fatto storico ha degli “analoghi”. Ma non mi piace entrare in questo discorso per evitare delle suscettibilità. Un discorso strettamente razionale può non essere sentimentalmente gradito; e tuttavia deve essere fatto, e il nesso causale tra i gulag e i campi hitleriani è indiscutibile.

Si sono dette le ragioni per cui il discorso strettamente storico di Nolte contrasta così con la filosofia della storia marxistica come l’illuministica. Contrasta anche con quella che dovrebbe essere (parlo al condizionale, perché ancora non ha avuto una sistemazione rigorosa) l’interpretazione cattolica della storia contemporanea?

Autonoma rispetto a intenzioni confessionali, la ricerca di Nolte sembra incontrarsi con quella che il pensiero cattolico ha già espresso per la parola dei suoi pontefici, da Benedetto XV in poi, anche se i suoi intellettuali non l’hanno poi adeguatamente elaborata.

Limitiamoci qui a osservare come il tratto che unisce capitalismo, comunismo, fascismo, nazismo, sia proprio il “secolarismo” (dico “secolarismo” piuttosto che “secolarizzazione”, perché questo termine è stato usato in tanti sensi ed è ormai così frusto che dispiace usarlo ancora). Sottrarsi all’idea storicamente insostenibile, come appunto il Nolte ha fatto, di vedere nel nazismo il male assoluto o nel fascismo il male del secolo, non per attenuarne le colpe, ma per risalire a qualcosa di più profondo, significa dimostrare l’inadeguatezza della cultura laico-illuministica a intendere la storia contemporanea.

Quanto all’interpretazione marxista che ravvisava il male nel dominio della borghesia, la sua erroneità è stata dimostrata dal fallimento, sostanzialmente ammesso dai comunisti stessi, della rivoluzione proletaria mondiale. Non appare quindi oggi discorso edificante il dire che è proprio la comprensione del mondo contemporaneo a riaprire l’ascolto al pensiero della trascendenza religiosa.

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