Isagogica 26 Dicembre 2025
Francesco Arduini
Luglio 1925. Dayton, Tennessee. L’aria è una coltre umida che incolla le camicie alla pelle, ma non è solo il caldo a rendere l’atmosfera irrespirabile. È la tensione di un mondo che sta cambiando. Per la prima volta nella storia, i microfoni della radio sono piazzati in un’aula di tribunale. Fuori, tra venditori di limonate e scimmie ammaestrate, l’evento assurge a un’inedita rilevanza mediatica, anche grazie ai cinegiornali dell’epoca.
Sul banco degli imputati siede un giovane insegnante, John Scopes accusato di aver violato il Butler Act (una legge che proibiva l’insegnamento dell’evoluzione a scuola), accusato formalmente dal Pubblico Ministero William Bryan, in rappresentanza dello stato del Tennessee.
Ma i veri imputati, i due giganti che si sfidano nel perimetro di un’aula soffocante, sono fatti di carta e inchiostro. Da una parte, il manuale scolastico “A Civic Biology” di George William Hunter; dall’altra, la Bibbia.
Il relitto della “Scienza”
In quel 1925, A Civic Biology era il vessillo del progresso. Rappresentava la modernità che entrava nelle scuole rurali. Ma a rileggerlo oggi, quel testo non è il manifesto della libertà intellettuale che ci hanno raccontato i film hollywoodiani. Era, al contrario, un ricettario di pregiudizi ammantati di pseudoscienza.
Tra le sue pagine, Hunter non si limitava a spiegare l’evoluzione; promuoveva apertamente l’eugenetica e il darwinismo sociale. Classificava le razze umane in una scala gerarchica, ponendo l’uomo bianco all’apice e suggerendo che la società avrebbe dovuto “curare” se stessa impedendo la riproduzione dei “meno adatti”.
Oggi, A Civic Biology è un relitto storico. È un libro morto, sepolto sotto le macerie delle sue stesse pretese di verità assoluta. È diventato un’imbarazzante curiosità antiquaria, completamente abbandonato dalla scienza e cancellato dalla memoria popolare. È il destino dei testi che pretendono di esaurire il reale in una formula: appena la formula muta, il libro scompare.
La resilienza del Verbo
Dall’altra parte della barricata c’era la Bibbia. Gli avversari di allora, guidati dal carismatico Clarence Darrow, pensavano di averla messa all’angolo, ridicolizzandone l’interpretazione letteralista di William Jennings Bryan. Credevano che, una volta esposta al “sole” della ragione moderna, la “Sacra Scrittura” si sarebbe sciolta, finendo come ogni altro vecchio mito. Beh, hanno fallito clamorosamente!
Mentre il manuale di Hunter è diventato carta straccia, la Bibbia ha attraversato il secolo indenne, dimostrando una flessibilità interpretativa che è il segno della sua natura sovrastorica. Laddove il manuale scientifico era rigido, e dunque fragile, la Bibbia si è rivelata fluida, e dunque eterna. Ha saputo dialogare con la critica testuale, con l’archeologia, con la sociologia e con le sfide multiculturali del nostro tempo, senza mai perdere la sua capacità di parlare al cuore dell’uomo.
Il Verdetto del Tempo
A Civic Biology aveva l’ambizione di essere un’istantanea della verità, e come tutte le istantanee è ingiallita fino a diventare irriconoscibile. Così, mentre il testo di Hunter non ha avuto alcuna chance di sopravvivere, la Bibbia ha mostrato che la sua “verità” non abita nel grezzo dato letterale, ma nella profondità del suo senso. Se oggi la Bibbia è ancora il libro più letto, tradotto e discusso al mondo, mentre di quel manuale non restano che poche copie polverose in qualche buio e dimenticato archivio, un motivo dovrà pur esserci!
Alla storia, e forse anche a Dio, non manca certo il senso dell’ironia; il processo di Dayton voleva stabilire se l’uomo discendesse dalla scimmia secondo le leggi della selezione naturale. Ebbene, applicando proprio quelle “leggi” ai testi protagonisti del processo, il risultato è sbalorditivo: nella lotta per la sopravvivenza culturale, il libro che insegnava il Darwinismo è andato incontro all’estinzione; il libro che il Darwinismo voleva scalzare, invece, ha dimostrato di possedere il più alto grado di “fitness” evolutiva.






