Assistiamo al declino della fertilità islamica?

Vita e Pensiero n.6islamichild

Novembre –Dicembre 2013

Nessuna bomba demografica sembra in procinto di esplodere in Medio Oriente. Cancellando precedenti previsioni apocalittiche, i movimenti collettivi orientati alla democrazia e alla laicità determinano anche nuovi comportamenti fra i cittadini più giovani

Paolo Sorbi

Molti analisti sociali hanno teorizzato, negli ultimi anni, per il Medio Oriente, una sorta di turnover sociale e demografico definito come la “rotazione di piazza Tahrir”. Vale a dire che emerge, da molte ricerche fatte, una cifra di presenza e di mobilitazione nella famosa piazza del Cairo di 250mila giovani al giorno, che mutano in continuazione ed esprimono un alto livello quantitativo e demografico del popolo egiziano. Così come in altri Paesi, come Iran, Pakistan, Siria e insomma la vasta area araboislamica, tutta caratterizzata da vasti e giovanili movimenti collettivi.

Quando una dinamica demografica, come quella che abbiamo descritto, “fa pressione” verso i nodi e le strutture del potere, prima o poi si determina necessariamente una “rottura” delle istituzioni rigide che sono caratteristica della storia arabo-islamica degli ultimi secoli. Il fenomeno delle “primavere arabe” è un indicatore di tale importanza della presenza giovanile nelle popolazioni di quello scacchiere geopolitico.

Come mai la scienza demografica, considerata sino a poco tempo fa la cenerentola delle scienze, oscura e un po’ arida, assurge oggi a metodologia decisiva nelle analisi della ricerca sociale in Medio Oriente? Innanzitutto bisogna tener presente che, al ritmo attuale, secondo dati delle Nazioni Unite, si prevede che nel 2025 la popolazione mondiale raggiungerà gli 8 miliardi di umani. Le previsioni erano molto più alte. Il calo è graduale su scala mondiale. È fortemente accentuato in Estremo Oriente e nel Nord del mondo. Ma comincia a essere significativo in tutta la fascia araba del Mediterraneo con una velocità maggiore di quanto si prevedeva.

Inoltre, negli ultimi duecento anni, i cicli dell’economia mondiale sono sempre più interconnessi con cicli politici e demografici, dalla conflittualità prodotta da molteplici soggetti sociali, determinando gravi crisi e straordinarie crescite sociali. La ciclicità è parte decisiva delle dinamiche che abbiamo descritto.

L’economista russo Kondratev è stato, negli anni Venti del Novecento, il metodologo che ha elaborato serie storiche di connessione tra demografia, economia e politica dal 1790 al 1920. Ne concluse che queste dinamiche avevano un andamento tra di loro omogeneo, con periodi di circa cinquantanni. Così Kondratev studiò la crescita del ciclo di vita storico dell’implementazione ferroviaria, poi il ciclo dell’elettricità. Tutto questo interconnesso alle grandi crisi politiche di quegli anni. Tanto che Lenin descrisse lo sviluppo del nuovo Paese rivoluzionario come «elettricità più soviet». Oggi, secondo le teorie di Kondratev, predomina il ciclo economico dell’economia della conoscenza.

Questo tipo di metodo va connesso con le dinamiche dei cicli demografici e sociologici che guidano il lato della domanda, anche perché l’invecchiamento sta diventando oramai un megatrend mondiale. Questa decelerazione della popolazione mondiale viene definita come “transizione demografica”, cioè una diminuzione dei livelli di natalità quando i Paesi beneficiano di migliori condizioni sanitarie e/o economiche più efficaci, con una ricaduta sulle dinamiche delle popolazioni. A tutto questo bisogna aggiungere cause militari, di corruzione diffusa, di discriminazione verso le parti femminili della popolazione.

Dopo l’11 settembre 2001 si è radicalizzato lo scontro tra le componenti del fondamentalismo terrorista islamico – che va separato dalla complessiva dottrina islamica sia nella versione maggioritaria, sia in quella sciita minoritaria – e l’Occidente democratico. Espressione simbolica, ma anche molto concreta, è la continuità di stragi umane compiute da quegli attentatori chiamati uomini-bomba.

Esprimono, questa massa di decine di migliaia di giovani suicidi, la coscienza collettiva di “essere tanti a prendere il posto del martire”. Spreco umano oramai insopportabile. Tanto che, nota il sociologo egiziano Tarek Heggy, non è ancora cosciente, a livello di opinione pubblica, il panico della mancanza di ricambio tra generazioni e la coscienza del costo di cura di un individuo, come è presente in Occidente.

Aggiunge ancora Heggy che un certo modo di pensare irreversibile la crescita demografica, sino a oggi molto diffuso, ha comportato nelle élite estremiste arabo-islamiche la convinzione che si sarebbe potuto – nel medio, lungo periodo – emarginare l’insieme delle declinanti popolazioni occidentali, anche nei loro territori.

Un ben avvertito sociologo iracheno, Basii Hussein, nel suo libro Una nazione di odio e sangue (2013) rende bene questa linea di sorprendente ed emergente declino demografico, analizzando il tema dell’odio in alcune aree del contesto geopolitico medio-orientale. Egli sostiene che esiste una vera “industrializzazione” degli attentati degli uomini-bomba, prodotti dall’odio settario delle varie componenti islamiche in lotta tra di loro.

Nel suo libro descrive il radicale livello di animosità e rancore che esiste nelle differenti arene politiche medioorientali, in cui la moderazione è diventata una colpa religiosa. Solo la crescita dei movimenti collettivi dei giovani arabi in lotta per la libertà e la democrazia ha fatto decrescere, sensibilmente, l’enorme spreco umano dei cosiddetti suicidi attentatori.

Dalla metà degli anni Settanta Philip Jenkins, della Penn State University, e Nicholas Eberstadt, ricercatore all’American Enterprise Institute (dove lavora anche un altro noto demografo indiano, Apoorva Shah), sostengono che il tasso di fertilità dell’Algeria è crollato da oltre 7 a 1,75%; l’Egitto è in discesa simile; la Tunisia da 6 a 2,03; il Marocco da 6,5 a 2,21; ne consegue che il tasso di natalità di tutta la fascia sud mediterranea è più o meno equivalente a quello della Danimarca o della Norvegia. Siamo agli “ultimi fuochi” di una crescita spontanea demograficamente non controllata in quelle aree.

Se ne è anche parlato, tra fine aprile e metà maggio 2013, in un convegno tenuto dal Centro di Ricerche di Psicologia e Geopolitica dell’Università Europea di Roma a Gerusalemme con Sergio Della Pergola, senior fellow nel think tank internazionale Jewish Planning Institute e già preside di Demografia all’Università Ebraica di Gerusalemme.

Questi ha fatto notare che il rapporto demografico con gli arabo-palestinesi è molto più equilibrato, perché anche loro sono in forte decrescita demografica. In Israele c’è un indice di natalità generale pari al 2,4, un incremento di popolazione che permette un andamento di riequilibrio rispetto ai palestinesi.

Quindi non c’è oramai nessun pericolo di distruggere Israele attraverso “un’irreversibile bomba demografica”. Questi iniziali, ma decisivi cambiamenti demografici, improvvisi nell’area arabo-islamica, sono incrementati dai rapidi processi di secolarizzazione che mutano i vasti stili di vita da atteggiamenti neo-conservatori ad atteggiamenti di modernizzazione nei comportamenti e nei giudizi di valore. Gli estremisti non scompariranno dal giorno alla notte, ma la crescita dei movimenti collettivi orientati alla democrazia e alla laicità è irreversibile anche nell’islam.

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Paolo Sorbi, sociologo, collabora con «Avvenire» sulle tendenze della globalizzazione e sulle questioni dell’ebraismo contemporaneo. È stato vicepresidente dell’lrer (Istituto regionale di ricerca della Lombardia) dal 1996 al 1999. Insegna Sociologia generale presso l’Università Europea di Roma.

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