Vantaggi e svantaggi del dirigismo

sviluppo_econA. De Gherardi

[pseudonimo di Gerardo D’Ambrosio (1895-1957)]

Carattere. Rivista di fatti e di idee (Bimestrale)  Diretta da: Gaetano Rasi e Primo Siena, Anno III n. 4 Verona luglio-agosto 1957 (pp. 138-140)

L’ultimo articolo sul controllo dei prezzi, caratteristico della politica dirigista, ci ha procurato una lettera di un lettore il quale osserva: «Il sistema di controllo dei prezzi descritto nell’articolo è irrazionale:  è molto più razionale il sistema liberistico che, senza controllare nessun prezzo, lascerebbe cadere le aziende che non riuscissero a produrre al costo più basso».

L’osservazione è logica, ma, come tutto ciò che si basa sulla teoria liberistica, considera la questione da un solo lato.

Si può osservare infatti che un sistema del genere porta fatalmente alla costituzione di monopoli da parte delle aziende più ricche, che cioè hanno maggiore disponibilità di capitali.  La possibilità di abbassare i costi dipende infatti molto dalla quantità di capitali posseduta. La larghezza di capitale permette di perfezionare gli impianti in modo da ridurre i costi, permette di studiare e provare nuove tecniche perché, in tal caso, si possono affrontare studi e prove anche a fondo perduto, permette infine manovre speculative, consentendo di abbassare temporaneamente i prezzi al disotto dei costi per mettere in difficoltà le concorrenti più deboli, che spesso sono obbligate a cedere ed a scomparire.

Episodi del genere sono frequenti: l’esempio più noto è quello dell’industria automobilistica italiana nella quale molte medie aziende sono state assorbite dalla Fiat. Non è, intendiamoci, che questo sistema dia sempre risultati negativi: la F.I.A.T., per esempio, non sfrutta la sua posizione di azienda monopolistica: e spesso la concentrazione della produzione in grandi aziende è una necessità tecnica. Ma una politica del genere non è detto sia sempre vantaggiosa pei i consumatori.

L’inconveniente più grave di questo sistema è un altro: è lo sciupio di capitali che esso comporta.

Le aziende che cessano la loro attività rappresentano del capitale perduto: ora questa perdita può non essere molto grave per una collettività che abbia abbondanza di capitali: gli Stati Uniti, ad esempio, non hanno una politica dirigista per i prodotti industriali, perchè con un’economia così produttiva come quella americana il risparmio, e quindi il capitale, è abbondante: il suo costo, e cioè l’interesse, è basso: sciuparne una parte non porta gravi conseguenze.

Ma in un paese come l’Italia dove il capitale è scarsissimo, come è dimostrato tra l’altro dall’altezza dell’interesse, che raggiunge nei prestiti privati il 15 %, le conseguenze di una politica che porti allo sciupio del capitale non possono essere che negative. Non si dovrebbe mai dimenticare che la causa della disoccupazione e della miseria è appunto, e forse solo, la scarsezza del capitale.

Il sistema dirigista tende appunto a risparmiare capitale e ad utilizzare quello disponibile nel miglior modo possibile: il sistema liberista afferma che questo modo è quello per il quale il capitale rende di più: d’accordo, purché in questa maniera non si distrugga dell’altro capitale che può ancora dare un buon reddito.

Nel ventennio rispondeva a questo scopo la legge per i nuovi impianti industriali, che dovevano essere autorizzati in un primo tempo dallo Stato e in un secondo dalle corporazioni. E non è detto che anche in democrazia non si senta la stessa necessità: lo stesso De Gasperi in un suo discorso lamentò che in Italia, a causa della guerra, fossero sorti 2.000 saponifici che poi sono stati eliminati dalla concorrenza interna ed estera.

La verità è che in economia, come in politica, non esiste un assoluto; non c’è una politica economica buona per tutti i casi. La base di una sana politica economica deve essere la libertà perché è lo stimolo più efficace alla produzione. Ma l’azione regolatrice dello Stato deve intervenire a seconda delle necessità.

Nessuno Stato si è sottratto a questo imperativo: nemmeno gli Stati Uniti i quali non hanno una politica dirigista per i prodotti industriali, ma l’hanno per i prodotti agricoli, che, sotto questo aspetto, sono in una condizione ancora più delicata: la produzione agricola infatti non si può modificare da un momento all’altro come quella industriale: non si può fermare la produzione del grano o della barbabietola già seminati, né si può sopprimere da un giorno all’altro la produzione di olio di oliva che rappresenta un capitale accumulato da secoli.

La politica dirigista perciò non l’ha potuta rinnegare nemmeno la neodemocrazia. E se si fosse contentata di questo li eccessi demagogici che ha commesso in campo economico, non avrebbero prodotto gran male. Il grave è che essa ha imboccato anche un’altra strada ben più pericolosa: quella dell’intervento diretto dello Stato. E’ lo Statalismo che occorre combattere, senza confonderlo con il dirigismo che, secondo noi, è entro certi limiti inevitabile [fine].

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