Matrimonio con ombre

cina_africaMondo e Missione novembre 2013

Sono arrivati a 200 miliardi di dollari gli scambi commerciali tra Cina e Africa. Ma dopo vent’anni di cooperazione cresciuta in maniera esponenziale, non si vedono significativi miglioramenti nelle condizioni di vita degli africani

di Anna Pozzi

E’ finita la luna di miele tra Cina e Africa. O, perlomeno, è finito il periodo della grande e reciproca infatuazione, durante la quale al partner – e specialmente alla Cina – tutto era concesso (o quasi). Certo, sono sempre più che buoni e in aumento i rapporti tra il gigante asiatico e la gran parte dei Paesi africani.

Nel 2013, infatti, gli scambi commerciali hanno raggiunto i 200 miliardi di dollari (85 miliardi circa di importazioni dalla Cina e più di 113 miliardi di esportazioni africane). Nel Duemila gli scambi erano (solo) di 10 miliardi. Anche se si continua a parlare di cifre enormi, la crescita esponenziale di contratti e investimenti a cui si è assistito nel corso degli ultimi quindici/vent’anni si è stabilizzata su trend più moderati.

Negli anni Novanta, infatti, i commerci tra Cina e Africa erano cresciuti sino al 700 per cento. Al punto che la Cina è diventata il principale partner commerciale di molti Paesi africani. Per formalizzare questo nuovo e importante corso delle politiche commerciali afro-cinesi, era stato creato nel Duemila il Forum per la cooperazione sino-africana (Focac). Oggi, però, la stessa Africa, che sin qui si era accontentata di una generica non ingerenza cinese nelle faccende politiche e sulle questioni relative ai diritti umani, comincia a chiedere maggiori attenzioni e rassicurazioni.

In Zambia, l’ultima campagna elettorale, che ha portato ai vertici dello Stato Michel Sata nel 2011, si è giocata molto sul sentimento anti-cinese che stava montando soprattutto nelle regioni minerarie del Nord, dove si estrae il rame. Ma anche tra le fasce più povere della popolazione di diversi Paesi si sta diffondendo un crescente fastidio per l’invadenza cinese in tutti i campi. Intellettuali e leader della società civile hanno alzato la voce per denunciare una nuova forma di colonizzazione e imperialismo. Mentre i politici giocano a volte sul sentimento populista all’interno del Paese, ma sono molto più cauti nel fare la voce grossa contro Pechino.

Sta di fatto però che durante il suo ultimo viaggio africano, il presidente cinese Xi Jinping, allarmato da un crescente dissenso, ha voluto ribadire che «la Cina mai si è comporta e si comporterà come una qualsiasi potenza coloniale. Da parte nostra non c’è nessuna volontà di sfruttamento». E si è affrettato a corroborare le parole con i fatti, promettendo un ulteriore prestito di 20 miliardi di dollari in tre anni da accordare ai Paesi africani «per lo sviluppo delle infrastrutture, dell’agricoltura e del commercio», più 18 mila borse di studio per studenti africani e la possibilità per altri 30 mila di accedere a corsi di formazione, dall’agricoltura alla sanità, nell’ambito dell’ “African Talent Program”.

«La Cina – sottolinea non senza una certa enfasi il “Libro bianco” China-Africa Economie and Trade Cooperation, pubblicato il 29 agosto 2013 – è diventata il principale partner commerciale dell’Africa, e l’Africa è ora la fonte più importante di importazioni della Cina, il secondo più grande mercato estero quanto a progetti di costruzione e il quarto più grande destinatario di investimenti.

Lo sviluppo economico e commerciale sino-africano ha favorito lo sviluppo economico nei Paesi africani e fornito un forte sostegno allo sviluppo socio-economico della Cina, contribuendo a promuovere la cooperazione Sud-Sud e a equilibrare lo sviluppo economico mondiale». Insomma, anche se in forme meno spettacolari e spericolate e, in alcuni casi, maggiormente negoziate, la Cina continua a lusingare il continente africano, dove ha siglato trattati bilaterali di investimento con 32 Paesi e ha costituito commissioni economiche miste con 45 dei 54 Stati. Gli unici che restano fuori da questo enorme matrimonio d’affari sono quelli che ancora riconoscono la Repubblica di Taiwan. Paesi sostanzialmente privi di ciò di cui la Cina ha più bisogno: le materie prime.

Dall’Africa Pechino importa innanzitutto petrolio, uranio, legname, cotone, ma anche oro, platino, cobalto, rame e diamanti. Dall’altro lato, però, il continente africano rappresenta un enorme mercato per prodotti di bassa qualità e basso costo. Nonché un immenso cantiere per infrastrutture di ogni tipo: oleodotti, strade, ferrovie, aeroporti, dighe, ospedali, palazzi, stadi… Ma anche, e sempre di più, una meta per l’emigrazione: oggi in Africa vive circa un milione di cinesi, la maggior parte dipendenti di imprese statali o private, e in parte singoli individui o imprenditori in cerca di fortuna.

La loro presenza è sempre più visibile. Se un tempo i cinesi stavano “nascosti” nei loro compound e li si vedeva al massimo lungo le strade o nei cantieri, da qualche anno sono sempre più numerose non solo le aziende che operano in Africa (circa 750), ma anche i commercianti che gestiscono direttamente i loro magazzini e negozi nelle città africane, e persino le donne cinesi, che vendono lungo le strade, facendo concorrenza diretta alle maman africane. Dalla terra al cielo. Sì, perché lo scorso maggio la Cina ha lanciato un satellite che copre le telecomunicazioni della Nigeria. Un contratto da 311 milioni di dollari, che Pechino si è aggiudicato nel 2004, sconfiggendo altri 21 concorrenti.

E dal sottosuolo alle banche. Mentre, infatti, concedeva un prestito di ben 5 miliardi di dollari alla Repubblica Democratica del Congo, con cui la Cina ha stipulato contratti molto favorivoli per lo sfruttamento delle materie prime, la più grande banca cinese, l’Industriai and Commerciai Bank – che aveva già acquisito il 20 per cento (pari a 5,5 miliardi di dollari) della principale banca sudafricana (e africana), la Standard Bank – ha annunciato a fine luglio la disponibilità ad acquisirne anche il mercato londinese per 500 milioni di dollari. Lo scorso giugno, sono stati lanciati anche due nuovi fondi di investimento da un miliardo di dollari ciascuno da parte di China-Africa Business Council (Cabc) e dal Fondo sino-africano per lo sviluppo (CadFund).

«L’Africa -sostiene il presidente di Cabc Zheng Yuewen – può conoscere la stessa trasformazione industriale vissuta dalla Cina negli ultimi tre decenni e, al termine, diventare un grande produttore di merci, piuttosto che continuare a essere semplicemente un fornitore di materie prime». Sino ad ora, tuttavia, le massicce importazioni di manufatti cinesi hanno piuttosto costretto alla chiusura le poche fabbriche esistenti in Africa.

Inoltre, secondo le perverse regole della globalizzazione, questo processo potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per la stessa Cina. Già oggi, infatti, un gigante dell’abbigliamento come lo svedese H&M sta valutando la possibilità di trasferire la produzione dalla Cina all’Etiopia, dove pagherebbe stipendi ancora più miseri dei circa 30 dollari al mese, una cifra che non consente a nessuno, in nessuna parte del mondo, di vivere con dignità. Anche il gruppo spagnolo Zara produce da tempo in Marocco e Tunisia.

Altri potrebbero fare lo stesso, avvalendosi di una mano d’opera talmente a basso costo da non produrre alcuna ripercussione positiva sulle condizioni di vita della gente. Paradossalmente, l’Africa che ha visto le proprie industrie tessili chiudere una dopo l’altra a causa delle importazioni cinesi -passate in questo campo da 200 milioni a 1,35 miliardi di dollari -potrebbe vedere aprire fabbriche tessili di imprese europee. La Cina, però, non sembra per nulla preoccupata da questo possibile scenario. «Le relazioni Cina-Africa – si legge nel “Libro bianco” – hanno raggiunto un nuovo livello storico.

L’Africa, un continente pieno di speranza e di sete di sviluppo, è diventata una delle regioni a più rapida crescita al mondo, mentre la Cina, il più importante Paese in via di sviluppo, ha mantenuto un grande slancio in avanti. Con l’aumento di comuni interessi e bisogni, entrambi hanno grandi opportunità di accelerare la loro economia e la loro cooperazione commerciale».

A questo proposito il “Libro bianco” indica alcune priorità: promozione di uno sviluppo sostenibile del commercio; miglioramento del livello di investimento e della cooperazione finanziaria; rafforzamento della cooperazione nell’ambito dell’agricoltura e della sicurezza alimentare; sostegno alla costruzione di infrastrutture; miglioramento delle condizioni di vita della popolazione africana e capacity building; promozione della cooperazione in un quadro multilaterale.

In effetti, dopo l’Asia, l’Africa è il continente che cresce di più (e male): le stime parlano di un aumento medio del prodotto interno lordo (Pii) del 5,6 per cento nel 2013. Il che non significa che la popolazione africana stia meglio. Anzi, in molti contesti, aumenta la percentuale delle persone che vivono sotto la soglia di povertà, mentre élite esigue di governanti e uomini d’affari corrotti e cleptomani si intascano vere e proprie fortune. La rivista nigeriana Venture ha pubblicato, lo scorso ottobre, la lista dei 55 miliardari d’Africa. Quasi la metà sono nigeriani, e la maggior parte ha a che fare con il business del petrolio. Gli altri vengono principalmente da Sudafrica ed Egitto, ma anche da Algeria, Angola, Zimbabwe e Swaziland.

Tra di loro anche tre donne: la più ricca è Folorunsho Alakija, nigeriana, magnate del petrolio, seguita da Isabel Dos Santos, figlia del Presidente angolano, e da Marna Ngina Kenyatta, vedova del primo presidente del Kenya, nonché madre dell’attuale capo di Stato. L’insieme delle loro fortune è stimato pari a 143,88 miliardi di dollari.

Peccato che, ancora oggi, metà degli africani non abbia accesso a cibo, acqua e cure mediche adeguate, mentre un africano su cinque vive nella povertà estrema; inoltre, circa il 70 per cento della popolazione adulta è analfabeta (oltre a 150 milioni di bambini). In Africa, insomma, i soldi non mancano; semmai sono redistribuiti malissimo. E il matrimonio afrocinese non ha certo contribuito a migliorare le cose.

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