Rino Cammilleri: un siciliano e le origini dell’evangelizzazione nipponica

persecuzioni_GiapponeColloquia Mediterranea n.3/1 – 2013

di Carlo Pelliccia (Napoli)

È ormai un fenomeno diffuso che autori europei si interessino alla storia delle missioni cattoliche nella Terra del Sol Levante. Essi, nonostante abbiano poca «affinità» con il mondo estremo-orientale per formazione culturale ed educativa, si immergono alla scoperta di un mondo nuovo e per alcuni versi esotico. Sono diversi i livelli che permettono di affrontare argomenti tanto particolari, differenti le motivazioni, e di conseguenza gli esiti, ma ciò rende questo tipo di scrittura intrigante e talvolta originale. Nel caso di Rino Cammilleri (n. 1950), scrittore e giornalista siciliano, nonché esperto di «scrittura di cose sante», egli fa trapelare la natura agiografica del suo contributo ed esalta le figure di coloro che guidarono la sommossa.

Si può toccare con mano, scorrendo rapidamente le pagine, l’aspetto celebrativo e elogiativo che l’autore vuole comunicare ai lettori, il suo intento è infatti quello di narrare la bellezza e il coraggio dei missionari cattolici in Giappone, i quali si sono spesi senza riserve affinchè il cristianesimo trionfasse in una terra tanto lontana.

L’autore che ha attirato la nostra attenzione traccia, seppur rapidamente, i tratti di coloro che aderiscono alla nuova dottrina e che si dimostrano disponibili ad accettare le difficoltà e l’ostilità del potere regnante, qualcosa che sarebbe difficile conoscere o soltanto immaginare guardando a (o da) Roma, o meglio alla (o dalla) sua enclave: Città del Vaticano aperta al mondo «altro», piuttosto che etnocentrico, per sua stessa conformazione. Basta un nulla e il lontano Oriente, seppur cristiano, è a portata di lettura.

Dopo la pubblicazione dell’articolo La resistenza dimenticata dei samurai cristiani per la rivista di apologia cattolica Il Timone nel 2003 (1) e del «romanzo storico» Il Crocifisso del Samurai nel 2009 (2), Cammilleri edita per I Quaderni del Timone, collana Storia: Shimabara no ran. La grande rivolta dei samurai cristiani (Milano, 2012).

Lo scrittore si cimenta ancora una volta nella narrazione di uno degli eventi principali della storia del Giappone del XVII secolo, e in questo snello volumetto tenta di fornire le peculiarità del periodo in questione, ed è per questo motivo che esso ha attirato la nostra attenzione e ci permette, in questa sede, di ampliarne la bibliografia.

Già nell’introduzione dello scritto egli tratteggia le coordinate politiche, sociali, culturali e religiose del tempo, partendo dall’arrivo di Francesco Saverio (1506-1552) il 15 agosto 1549 a Kagoshima, fino ad arrivare alla metà del XIX secolo, quando l’arcipelago è «invitato» a riaprire le porte all’Occidente. Prima di concludere il paragrafo un riferimento alla politica del sakoku (3), ovvero al periodo di chiusura del Giappone (4), proclamata da Tokugawa lemitsu (1604-1651) nell’agosto 1639 (5).

Un particolare accenno alla nascita e alle opere che caratterizzano la prima comunità cattolica giapponese e ad alcuni missionari e personaggi storici, che hanno speso tempo ed energie perché questa fosse accolta dalla popolazione. Alessandro Valignano (1539-1606), visitatore delle missioni gesuitiche nelle Indie orientali, il samurai Takayama Ukon (1552-1615), battezzato con il nome di Justo nel 1564 (7) e amico dei gesuiti di Kyòto (8), costretto all’esilio a Manila, e ancora Oda Nobunaga (1534-1582), daimyò di Owari, favorevole alla penetrazione dei missionari stranieri, allo scopo di circoscrivere l’ascendente politico buddhista. Alcuni sostengono che la sua conversione sia nata dal desiderio di sapere e approfondire la conoscenza scientifica dei gesuiti. Egli è indotto al suicidio dal generale Akechi Mitsuhide (1526-1582).

Nel paragrafo La persecuzione l’autore sottolinea la poca «simpatia» che lo shogunato Tokugawa (1603-1867) mostra nei riguardi della religione cattolica, tanto da allontanare tutti i missionari europei (9) dal paese, e costringere alcuni neofiti ad abiurare. Gli shógun, a partire dal 1611, mostreranno una vera e propria avversione nei confronti della, jakyò [religione perversa o mala pianta].

Tokugawa leyasu (1542-1616), nominato shógun nel 1603 dall’imperatore Go-Yòzei all’età di sessant’anni, estende a tutto il paese la proibizione della fede cristiana e l’esilio per tutti i missionari stranieri (10) e il suo primogenito Hidetaka (1579-1632) (11), nel 1614 (12) emanerà un altro editto (13) nel quale motiva il rifiuto degli stranieri cattolici dalla sua terra: «I cristiani sono venuti in Giappone non solo per scambi commerciali, ma anche con lo scopo di diffondere una Legge malvagia, distruggere la Dottrina retta e così cambiare il governo del Paese e impossessarsi della nostra terra. Questa è l’origine di un grande disordine che deve essere stroncato…» (14).

I cattolici sono sottoposti a crudeli torture e ad alcuni di essi è chiesta la pratica dei fumi-e [«immagini da calpestare»], nel corso della quale religiosi e neofiti sono esortati a calpestare un’immagine di Cristo o di Maria quale gesto di non appartenenza alla «nuova religione», o come segno di abiura. Alcune copie antiche sono conservate presso il Hirado-no-jó [castello di Hirado], sede principale del clan Matsuura. L’autore ricorda, inoltre, le torture più comuni: la mino odori ovvero la «danza del mino», durante la quale certuni sono arsi vivi e l’ana-tsurushi, ovvero il «tormento della fossa».

Non vi è nessun richiamo, neppure nel paragrafo San Paulo Miki e i Ventisei Martiri [pp. 54-6], al primo editto di persecuzione che Toyotomi Hideyoshi (1537-1598), abile militare e geniale politico del periodo Azuchi-Momoyama (1573-1603) (15), emana nel 1587 (16). L’ingiunzione colpisce, in particolare, la comunità gesuitica insediatasi ormai in diverse zone dell’arcipelago. Ecco la frase con cui il «grande ministro» comincia la sua ordinanza: «Nihon wa shinkoku taru tokoro!» [Il Giappone è il paese degli dèi]  (17)

«In principio era apparso ben disposto nei riguardi della cristianità, ma più tardi si rendeva conto che i Gesuiti non erano così influenti sui mercanti portoghesi, come lui credeva che fossero; seppe che il porto di Nagasaki era diventato “feudo” del Pontefice romano e che i daimyó di Arima e Ómura avevano dato in usufrutto diverse terre ai padri della Compagnia di Gesù e riscontrò infine atteggiamenti di subordinazione nei suoi confronti da parte dei cristiani» (18).

Perciò ritornato vittorioso da una campagna militare ed entrato a più stretto contatto con «l’ambiente», nella notte tra il 24-25 luglio di quell’anno, decide di stroncare il cammino tracciato da Saverio e da altri confratelli. Quest’ordinanza, che entrerà in vigore 10 anni più tardi, grazie all’intervento di alcune dame di corte di Kita no Mandokoro (1548-1624), moglie legittima di Hideyoshi, condurrà, il 5 febbraio 1597, alla morte di 26 uomini (19), i Nihon Nijùroku Seijin (26 martiri del Giappone) (20), che il Martirologio Romano censisce come «Paolo Miki e compagni» (21).

Per l’avversità del potere ufficiale, si giunge all’organizzazione di «comunità segrete», le quali cercano di preservare la propria religiosità e di viverne gli aspetti essenziali e caratterizzanti. Cammilleri riferisce pure dei kakure kirishitan, ovvero cristiani occulti o cripto-cristiani (22), coloro che si sono nascosti nelle montagne più remote dell’arcipelago, senza rinunciare alla fede in Cristo, alla preghiera e ai sacramenti, anzi disponendo una gerarchia ministeriale laicale.

Si tenta di ricordare, pertanto, i numerosi «testimoni della fede»: gesuiti, frati minori, domenicani e agostiniani, che in tempi diversi hanno subito il martirio sulla «collina dei martiri». Si annotano tra essi due italiani: il «gesuita genovese» Carlo Spinola (1564-1622) e il lucchese domenicano Angelo Orsucci (1573-1622). Il primo, nato a Madrid, di nobili origini, giunge in Giappone nel 1602 e dopo lo studio della lingua, si dedica pienamente a varie opere di diffusione della fede, tra cui la fondazione di una congregazione mariana e un’altra opera simile tra dójuku e catechisti a Miyako, dove resta per circa 7 anni (23).

È ricordato, tuttavia, come studioso di matematica e di astronomia e come procuratore della missione giapponese, carica che ricopre fino al dicembre del 1618 (24). Il secondo, invece, dopo aver compiuto gli studi tra Viterbo e Roma, è inviato a Valencia, in Spagna, per ricevere la formazione missionaria. Nel 1602 salpa alla volta di Manila nelle Filippine (25) e anni dopo, nel 1618, si imbarca per il Giappone, raggiungendo Nagasaki il 13 agosto. Dopo circa 4 mesi è imprigionato a Òmura, dove resta 4 anni e condannato a morte il 10 settembre 1622 (26). Il loro sacrifìcio è passato alla storia come «Grande Martirio di Nagasaki»: un gruppo di confessori composto da 25 religiosi e 30 laici (27).

Tra questi ultimi, si annota il martirio di numerose donne, tra queste: «Beatriz Costa, figlia di un portoghese e una giapponese, e sua figlia Maria Silva di diciotto anni (28)» [p. 28], ma molte sono le giovani donne che si consegnano per essere giustiziate (29). Alcuni esempi emblematici: Marina di Omura, terziaria domenicana nel 1626, la quale dopo essere imprigionata, è bruciata viva nel 1634 (30); Maddalena di Nagasaki, prima terziaria agostiniana recolletta (OAR) (31) e dal 1632 domenicana (32), che si consegna spontaneamente per seguire la via tracciata dai genitori; Òsen Maria, prima martire di Hirado, giustiziata nel 1558 o ancora Hasakawa Tamako, battezzata a Osaka nel 1587 e uccisa nel 1600 durante la battaglia di ribellione di Mitsunari (33).

È menzionato solo un caso di apostasia quello del portoghese Christóvào Ferreira (1580-1650) (34), in seguito, Sawano Chùan, che l’autore chiama Cristobal [p. 28], giunto a Nagasaki nel 1609, dove è subito inviato ad Arima per l’esercizio della lingua. Nonostante la proscrizione, continua l’apostolato a Miyako, Fushimi, Tarnba e Settsu. Tra i suoi importanti incarichi si nota il compito di segretario, nel 1617, del nuovo provinciale portoghese Mateus de Couros (1568-1633) e successivamente, nel 1633, quello di vice provinciale dei gesuiti (35).

Alcune fonti gli attribuiscono il ruolo di shùmon meakashi ovvero una sorta di inquisitore giapponese, una spia del governo. Quelle portoghesi, invece, sostengono che egli abbia trascorso la sua vita di «traditore» nel pentimento e nella preghiera. Lo scrittore dimentica forse il famoso caso del confratello siciliano Giuseppe Chiara (1603-1685) di cui riferisce Endó Shùsaku (1923-1996) nel romanzo Chinmoku (Silenzio, 1966) (36).

Con il paragrafo La ribellione [pp. 29-35] si entra nel vivo del discorso. Il Nostro comincia a trattare le cause che conducono alla rivolta di Shimabara (dicembre 1637 – aprile 1638) vale a dire l’oppressione che il daimyó Matsukura Nagato no Kami Shigeharu (P-1638) riserva alla popolazione, gravata da numerose tasse.

Subito dopo la scintilla che scatena l’insurrezione del popolo: il 17 dicembre le guardie, giunte presso l’abitazione di un debitore, non avendolo trovato, denudano la figlia e le danno fuoco. Ciò convince la popolazione a intervenire per allontanare, o meglio «demolire» il comportamento sanguinario dei loro signori. Si contagiano così anche i villaggi limitrofi e in breve tempo le isole di Amakusa diventano «possedimento» dei ribelli.

La roccaforte è il castello di Hata, sito su un alto promontorio e circondato, per tre lati, dal mare. Ben presto sarà invaso dai rivoluzionari e diventerà il luogo in cui rifugiarsi e progettare le varie strategie belliche. Esso rappresenta anche il luogo in cui è possibile sperimentare la «carità» ovvero la capacità di condividere con l’altro la scarsità di viveri necessari per la sopravvivenza e la disgrazia dell’evento di cui sono protagonisti.

È citato anche l’attacco olandese (37) del 24 febbraio 1638 quando De Ryp, il vascello dell‘opperhoofd («capo») (38) Nicolas Koeckebacker (39), assedia il castello di Hara incitato da Matsudaira Izu no Kami Nobutsuna (1596-1662) che sperava in un aiuto per sconfiggere i rivoltosi (40).

Cammilleri fa notare, come già nel sottotitolo del suo contributo, che si tratta de La grande rivolta dei samurai cristiani, ma diversi autori sostengono che le motivazioni principali sono dettate dal giogo politico ed economico dei daimyó sui feudi di Shimabara e Amakusa (41). Ciò nonostante gli studiosi tendono a sottolineare il «carattere religioso» dell’accaduto: «Not all the insurgents were Christians, but the movement speedily took on a religious character which all seemed to share once it had begun. The participants openly proclaimed their Christian faith and their determination, if need be, to die for it. They used banners with Portuguese inscriptions such as “Louvado seia o Santissimo Sacramento” (Praised be the most Holy Sacrament) and shouted the names of lesus, Maria and Santiago in their attacks» (42).

Si registrano circa 20.000 morti le cui teste vengono impalate sulla spiaggia e davanti al castello. Tra di esse anche quelle di coloro che hanno organizzato e in un certo senso guidato la rivolta. Molti sono costretti a fare seppuku ossia quello «che in Occidente viene detto, erroneamente, hara-kiri, che è propriamente il tagliarsi la pancia, non il nome della cerimonia» [p. 47].

Nathalie Kouamé, docente di lingua e civiltà del Giappone presso l’Institut National des Langues et Civilisations Orientales (INALCO) di Parigi, scrive: «Enfin, l’expulsion definitive des Portugais en 1639 laissa aux seuls Hollandais et Chinois la possibilité de séjourner au Japon (a Dejima-Nagasaki) et d’entretenir avec les nationaux des relations principalement commerciales. Notons que cette dernière décision fut prise au lendemain de la révolte spectaculaire de plusieurs milliers de paysans et petits samurai chrétiens de l’ile de Kyùshù, dans la région de Shimabara-Amakusa (1637-1638). Par cette sèrie de mesures, le gouvernement d’Edo espérait non seu-lement résoundre le problème chrétien et minimiser la menace potentielle que représentait la présence d’étrangers sur le sol nippon, mais il visait aussi a s’arroger le monopole du commerce extérieur au détriment des daimyò, notamment ceux du Sud-Ouest, afin de conforter le rapport de force inégal existant depuis la victoire de Sekigahara entre le centre (Edo) et la province (c’est-à-dire les fiefs régionaux). Cette strategie se révéla efficace, et elle fut appliquée sans état d’àme» (43).

Il capitoletto La fine del Sakoku [pp. 49-53] (44) tratta della riapertura del paese all’Occidente e ai tentativi dei missionari di accedervi per continuare l’opera di evangelizzazione. L’ingresso nel 1642 di 8 gesuiti, che l’anno successivo sono martirizzati e l’avventura dell’abate Giovan Battista Sidotti (1668-1715), che Cammilleri chiama Pietro [p. 49], sacerdote diocesano siciliano, penetrato in Giappone clandestinamente e morto per asfissia nella Kirishitan yashikfó, che all’arrivo è interrogato dal celebre intellettuale confuciano e consigliere, nel 1694, dello shògun Tokugawa lenobu ( 1662-1712) (46), Arai Hakuseki (1657-1725) (47). Si ricorda, che, nel 1705, nella città di Manila, Sidotti fonda «un’opera pia» con lo scopo di aiutare i bambini cinesi abbandonati dai loro genitori (48).

Si passa al 17 marzo 1865 quando il francese Bernard Thadée Petitjean (1828-1884), membro della Società per le Missioni Estere di Parigi, si imbatte in un commovente incontro con le contadine del vicino villaggio di Urakami, le quali dopo avergli posto tre domande, gli rivelano di avere lo «stesso cuore» ovvero lo stesso Credo.

In seguito, Cammilleri menziona il tragico evento del 9 agosto 1945 che colpisce Nagasaki, distruggendo parte della città e della sua gente, lasciando integra, però, una statua della Madonna e una parte del Mungenzai no sono [II Giardino dell’Immacolata] che il frate conventuale polacco Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941), giunto il 24 aprile 1930 (49), ha eretto nel sobborgo di Hongochi nell’anno successivo.

Tre giorni prima Hiroshima è stata stravolta dall’ordigno nucleare. Lo scrittore ricorda l’abbattimento di alcune strutture della città, tra cui «la parrocchia dell’Assunzione» [p. 52], sede di una piccola comunità gesuitica. Questo è solo uno degli esempi di devastazione apportati dall’atomica, come racconta in una lettera del 18 novembre 1945 una suora missionaria (50), pubblicata nella rubrica Con I Gesuiti per il Mondo della rivista Societas, allora, Corrispondente Mensile dei PP. Gesuiti del Mezzogiorno d’Italia (51) , diretta dall’aquilano Giovanni Alessandri (1913-1987) (52).

In queste pagine è riferito di un certo P. Hopp (53), anch’egli vittima dello scoppio, componente della residenza di Nagatsuka e dell’impegno dei padri nel so­stenere i feriti, di cui una sessantina ospitati nella grande cappella (54).

Proseguendo la lettura, la nostra attenzione cade sull’ammiraglio Yamamoto Shinjiró (1877-1942), di famiglia shintoista, il quale ha frequentato la scuola più prestigiosa di Tòkyo, gestita dalla Società di Maria (55). Segue il paragrafo I martiri [pp. 57-61], in cui si tratta della beatificazione dei 188 martiri («Pietro Kibe Kasui e 187 compagni martiri») (56), avvenuta il 24 novembre 2008 presso il Big-N Baseball Stadium di Nagasaki. Si tratta seppur brevemente di questa numerosa schiera composta per la maggior parte da laici, tra cui tante donne e bambini, e da soli 5 religiosi: 4 gesuiti e 1 agostiniano (57). L’ultimo capitoletto Da san Francesco Saverio a Shimabara [p. 61] ripercorre rapidamente il contenuto del volumetto fino al 1638.

L’intero quaderno è contornato da immagini e fotografie, le quali riprendono visivamente ciò che lo scrittore racconta. Esse possono considerarsi importanti e fondamentali perché aiutano il lettore a entrare in contatto e a familiarizzare con volti, luoghi e oggetti, per alcuni, poco conosciuti. Prevalgono quelle di contenuto religioso, come traspare già dalle prime pagine in cui è presente la statua del Saverio con alcuni discepoli a Kagoshima e ancora, nella pagina seguente, un’altra dello stesso soggetto in paramenti sacri e avente nella mano sinistra una croce.

A queste ne accompagnano diverse fino ad arrivare alla facciata della cattedrale di Urakami, a Nagasald e alla scultura in bassorilievo, della chiesa di Óura (58), che ricorda l’incontro di Petitjean, di cui si è detto, al dipinto di Guillaume-Joseph Chaminade(176l-1850), sacerdote francese e fondatore dei marianisti e la foto della cerimonia della prima beatificazione in suolo giapponese. In essa sono ritratti migliaia di fedeli e in primo piano certuni in atteggiamento orante, e una lunga fila di concelebranti in stola rossa.

Qualche foto circa i danni provocati dall’atomica, tra cui le rovine Dll’ Urakami Tenshudó. Seguono, comunque, alcune tele raffiguranti la crocifissione dei 26 protomartiri del Giappone, tra cui il monumento celebrativo eretto proprio nel luogo in cui essi sono stati martirizzati (59).

In questo ambito è doveroso menzionare Hasegawa Lucas Ryuzo (1897-1967), pittore della scuola tradizionale giapponese Nihon-ga, il quale ha mostrato particolare attenzione per questa «gloriosa pagina» della storia del cristianesimo in Giappone. Ricordiamo gli affreschi della chiesa SS. Martiri giapponesi di Civitavecchia, costruita nel 1864, due anni dopo la canonizzazione, la quale sembra essere la prima se non l’unica in Europa a loro dedicata (60). Di sicuro il tempio è un unicum, dipinto come è da un artista di alto livello (61).

Uno accanto all’altro, gli affreschi ripercorrono le fasi salienti della vita degli «uomini», del loro patire e delle fatiche alle quali sono sottoposti fino all’arrivo a Nagasaki. Il bianco, colore del lutto in Estremo Oriente, si impone senza essere invasivo, manifestandosi in vari elementi significativi: il bianco del fiore aperto, delle vesti degli uomini avviati al martirio, delle corde leganti i corpi. Il bianco è usato persino sul legno delle croci, quasi a creare un velo.

Ecco come Irene larocci nel volume Quelle croci a Nagasaki. Storia dei 26 protomartiri in Giappone e del loro tempo introduce la singolare figura di Hasegawa: «Pioniere della tecnica dell’affresco in Estremo Oriente, dove il clima caldo umido richiede particolari accorgimenti, è autore delle scene, spiranti serenità e pace interiore, che imbelliscono la chiesa francescana di Civitavecchia dedicata ai martiri di Nishizaka» (62).

Accanto a questo si pone Nagasaki he no michi [Sulla strada di Nagasaki] (63), dello stesso artista, donato al Nihon Nijùroku Seijin Kinenkan [Museo commemorativo dei 26 Martiri del Giappone] nel 1965, anche se il lavoro è terminato circa due anni dopo (10 maggio 1967). Egli rappresenta le 14 stazioni del martirio da Kyóto a Nagasaki in uno senario in cui sono dipinte 354 persone.

Si ricorda, inoltre, la story-cards realizzata dal cattolico Nagai Paolo Takashi (1908-1951) (64), «direttore della Facoltà di Radiologia dell’università di Nagasaki» (65) in collaborazione con il fratello minore Hajime, conservata presso la Nagai Takashi Memorìal Library in Mitoya-machi, a Shimane.

Questa accompagna una short story Rojó no hito [Men on thè Road, redatta in giapponese e inglese, presentata, dall’Arcidiocesi di Nagasaki, come scrive l’arcivescovo Shimamoto Francis Xavier Kaname (1932-2002) nel Hajimeni [Prefazione], in occasione del quarto centenario (1597-1997) dal martirio (66). Interessanti anche le immagini dei personaggi storici, che si accostano a quelle del mondo dei samurai (67) e di alcuni squarci della battaglia di Shimabara, delle rovine di Hara-no-jó e la statua del rónin (68) e figura leader di Masuda Shirò Tokisada (1621-1638), solitamente conosciuto come Amakusa Shirò (69), «who used the Christian name of Jerome» (70).

In questa «sezione» lo scrittore introduce anche uno squarcio della Cina, vale a dire l’immagine di Matteo Ricci (1552-1610), giunto nel paese il 10 settembre 1583 (71) e la descrizione di alcuni elementi legati al confucianesimo, al buddismo (72), che sebbene sia nato in India verso il VI secolo a.C., nelle prossimità del fiume Gange, abbia riscosso particolare popolarità nel Paese di mezzo e al «cristianesimo nella versione nestoriana» (73) [p. 9].

Uno studio di Matteo Nicolini-Zani circa la «stele di Xi’an» (conosciuta anche come «stele Tang», 618-907), attesta la presenza della Chiesa siro-orientale in Cina tra il 635 e il 718, fondata da Àluóbèn. Egli precisa, pertanto: «naturalmente questo non vieta di pensare, però, che già prima di quella data vi fosse una presenza cristiana, forse non organizzata».

Il quadro (olio su tela 120×95 cm) è particolarmente famoso perché realizzato nel 1610 (74) dal pittore cinese Yii Wén-Hui, noto con il nome portoghese di Emmanuele Jeuuenhoei (1575-1633) detto Pereira (75), custodito presso la chiesa del SS. Nome di Gesù all’Argentina (76), da sempre denominata tempio farnesiano perché non sarebbe stato possibile realizzarla così grandiosa senza la liberalità del cardinale Alessandro Farnese, nipote del vescovo di Roma Paolo III (77) (Alessandro Farnese, r. 1534-1549).

Esso è stato recapitato grazie al francese Nicolas Trigault (1577-1628), fondatore nel 1625 di una missione gesuitica in Xi’an per volere di due letterati cinesi convertiti al cristianesimo, insieme ad alcuni documenti del Ricci nel 1614 ed esposto inizialmente nella residenza adiacente alla Chiesa.

La penultima pagina è dedicata alla Bibliografia [p. 62], che si limita a indicare tre libri soltanto. Oltre a citare il suo romanzo, Cammilleri considera il volume del gesuita e professore presso la Jòchi Daigaku [Sophia University] di Tokyo, Jean Monsterleet, Storia della Chiesa in Giappone dai tempi feudali ai nostri giorni. Storia e problemi missionari, edito dalle Paoline nel 1957(78) da cui attingere gli eventi e i «fautori» del missionariato cattolico nell’arcipelago e il libro del docente di studi giapponesi Ivan Morris La nobiltà della sconfitta presentato da Guanda nel 1983, in cui si racconta di nove eroi «poco fortunati» della storia giapponese, e presenta una caratteristica tipica della cultura nipponica: il hóganbiiki(79), ovvero la «simpatia per il perdente»(80).

Note 

1) R. CAMMILLERI, La resistenza dimenticata dei samurai cristiani, in «II Timone», 5/27 (2003), pp. 18-20. 2
2) R. CAMMILLERI, Il Crocifisso del Samurai, Milano, 2009.
3) Cfr. M.S. Laver, The Sakoku Edicts and the Politics of Tokugawa Hegemony, Amherst (Nj), 2011.
4) La storiografia recente sta rivalutando il periodo Tokugawa. Non si parla di assenza di contatti, ma di scambio silenzioso, che ha manifestato i suoi segni in un’era di grande modernizzazione e introduzione di innovazioni come il periodo Meiji (1868-1912). «I giapponesi non erano completamente all’oscuro di ciò che c’era al di là del mare (kaigai)»: A. TAMBURELLO, La cultura occidentale nel Giappone Tokugawa Parte IGli sviluppi del nanbangaku e l’apporto attraverso la Cina, in «II Giappone», 19 (1979), pp. 137-51; ID., La cultura occidentale nel Giappone Tokugawa Parte II – La mediazione olandese e russa fra Seicento e Ottocento, in «II Giappone», 20 (1980), pp. 19-49; ID., La cultura occidentale nel Giappone Tokugawa Parte III – L’Ottocento: dalla mediazione olandese e rus­sa alla cooperazione internazionale, in «II Giappone», 21 (1981), pp. 5-31; P. CARIOTI, II cosiddetto sakoku: nuove linee interpretative della storiografia giapponese circa la politica di “chiusura” varata dal bakufu Tokugawa nel secolo XVII, in Giappone: il futuro del passato, Venezia, 1998, pp. 89-106; M. CAPRIATI, L’ukiyo-e come arte di uso e consumo, in «II Giappone», 41 (2001), pp. 43-86.
5) L’anno successivo il bakufu istituisce il Kirisbìtan shùmon aratameyaku [Ufficio dell’inquisizione] sotto la direzione di Inoue Chikugo no Kami Masahige (1585-1662), un cristiano rinnegato: L. Blussé, «The Grand Inquisitor Inoue Chikugo no Kami Masashige Spin Doctor of the Tokugawa Bakufu», Bulletin of Portuguese/Japanese Studies VII (2003), pp. 23-43.
6) Cfr. J.F. Moran, The Japanese and the Jesuits: Alessandro Valignano in sixteenth-century Japan, London-New York, 1993. Si veda, inoltre: M. DE GIORGI, Alessandro Valignano (1539-1606) in Japan, in «Quaderni del Centro Studi Asiatico», 3/2 (2008), pp. 87-97.
7) «… quien renunció a su honor, a su familia y a sus tierras por ser cristiano, viviendo como apóstol de la fé católica», A.R. MANZANO, Mitosy Leyendas Sabre las Reladones Hispano-Japonesas durante los SiglosXVI-XVII», in «Bracar», 29 (2005), p. 57. Già in A CERMENO, Corona de daimyos: Don Justo Ukondono Takayama, Bilbao, 1950.
8) YAKICHI KATAOKA, Takayama Ukon, in «Monumenta Nipponica», 1/2 (1938), pp. 159-72; J. Laures, Takayama Ukon. A CriticaiEssay, in «Monumenta Nipponica», 5/1 (1942), pp. 86-112.
9) Cfr. Présences occidentale* aujapon du «siecle chrétien» a la réouverture du XIII siecle, ed. par H. Bernard-Maìtre – P. Humbertclaude – M. Prunier, Paris, 2011.
10) P.G. MANINI, // coraggio della fede. L’ordine di cancellare il cristianesimo, in «Missionari Saveriani», 61/9 (2008), p. 3.
11) Egli pensa di delimitare il commercio degli stranieri ai soli porti di Nagasaki e di Hirado.
12) Antecedono gli editti del 1612, in cui il signore di Nagasaki, Hasegawa Sahioye (in alcune fonti Sahyoe), intende punire i portoghesi per aver arrecato alcune offese con i giapponesi e quello emanato nel 1613, dove si comunica a tutti i templi e santuari di distanziarsi dal cattolicesimo e da un ramo del buddhismo, vale a dire quello della Nichiren Shóshù (setta o scuola Nichiren).
13) Si dice che l’editto sia stato redatto dal padre. Seguiranno altri tre «decreti di espulsione» nel 1633, 1635 e 1639. Questi colpiscono non solo i membri delle comunità cristiane, ma anche i mercanti stranieri.
14) Giappone, il secolo dei martiri Pietro Kibe e altri 187 martiri infrangono un silenzio di 4 secoli e ci raccontano la loro storia, a cura della Conferenza Episcopale Giapponese, Brescia, 2008, p. 1.
15) Si veda, E PUDDINU, La politica interna di Toyotomi Hideyoshi, in «II Giappone», 10 (1970), pp. 123-44.
16) A. BOSCARO, Toyotomi Hideyoshi and the 1587 Edicts against Christianity, in «Oriens Extremus», 20/2 (1973), pp. 219-24.
17) A. BOSCARO, I kirishitan monogatari: una rilettura del secolo cristiano, in «Annali di Ca’ Foscari», 18/3 (1979), p. 120.
18) G. MALENA, I Gesuiti italiani in Giappone nel “secolo cristiano”, in «II Giappone», 35 (1995), pp. 25-6
19) «L’imperator Taicosama principe abbominevole pe’ suoi vizii e per le sue crudeltà, pensò d’allontanar per sempre dal suo regno una religione, che contraddiceva alle sue brutalità, emanando un editto, con cui si stabiliva l’esilio o la morte, a chi non rinunciasse al nome di cristiano»: G. Bosco, Storia ecclesiastica ad uso delle scuole utile per ogni ceto di persone, dedicata all’Onoratissimo Signore E Ervé de Li Croix, Provinciale dei Fratelli D. I. D. S. C., Torino, 1845, p. 68.
20) Per una breve biografia dei martiri: DIEGO RYÒGO YUKI, The Martyr’s Hill Nagasaki, Nagasaki, 2002.
21) Cfr. AGOSTINO DA OSIMO, Storia dei ventitre martiri giapponesi dell’Ordine dei Minori Osservanti detti Scalzi di S. Francesco Pierbattista Commissario, Martino D’Aguirre, Francesco Bianco… [et al.] scritta per la circostanza della solenne loro canonizzazione, Roma, 1862; P. PFISTER, I primi martiri gesuiti giapponesi 1597 Paolo Miki, Giovanni Soan, Giacomo Kisai, in «Societas», 46/3-4 (1997), pp. 93-6.
22) Si veda il volume del periodico «Japanese Religions», 19/1-2 (1993) dedicato interamente ai kakure kirishitan.
23) Cfr. F.A. SPINOLA, Vita del P. Carlo Spinola della Compagnia di Giesu, Morto per la Santa Fede nel Giappone, Roma, 1628; J. Ruiz DE MEDINA, Un genovés nacido en Madrid. Carlo Spinola, cientifico, misioneroy màrtir», in «Quaderni Franzoniani», 5/10 (1992), pp. 69-86.
24) Cfr. D. FRISON, II contributo scientifico del gesuita Carlo Spinola nel Giappone del primo Tokugatva, in «II Giappone», 49 (2009), pp. 21-56.
25) E considerato «porto internazionale» e «città aperta» per i missionari stranieri. U. IACCARINO, Manila as an International Entropòt: Chinese and japanese Trade with the Spanish Philippines at the dose of the 16th Century, in «Bulletin of Portuguese/Japanese Studies», 16 (2008), pp. 71-81.
26) L. FERRETTI, Vita del Beato Angelo Orsucci dei Frati Predicatori martirizzato in Giappone il 10 settembre 1622, Roma, 1923. Si ricorda che la Campus Maior Rivista di Studi Camaioresi edita dall’Istituto Storico Lucchese, ha dedicato al martire il numero 19 del 2007: Ambizioni nobiliari ed esperienze missionarie. La famiglia Orsucci ed il Beato Angelo missionario e martire del ‘600.
27) J. RUIZ DE MEDINA El Martirologio del japón 1558-1783, Roma, 1999, p. 443.
28) Secondo Charles Boxer le due donne sono esiliate a Macao, mentre gli altri appartenenti al gruppo, sono martirizzati nelle acque solforose dell’Uzen (tortura introdotta da Mizuno Kawachi) per tutto il mese di dicembre del 1631 e successivamente arsi vivi: C. BOXER, The Christian Century injapan 1549-1650, Berkeley and Los Angeles, 1951, pp. 351-56.
29) II seguente volume delinea il ruolo che le donne giapponesi hanno svolto nella conoscenza e nella diffusione della religione cattolica in Giappone: H. NAWATA WARD, Women Religious Leaders in japan’s Christian Century, 1549-1650, Aldershot, 2009.
30) L. GALMÉS MAS, Los Dieciséis Martires del japón, Madrid, 1987, p. 38.
31) Cfr. ANDRÉS DE SAN NICOLAS, Canto a Magdalena de Nangasaqui. Versión Castellana por Manuel Briceno Jdureguì, Bogota, 1987.
32) P.P. CEFERINO, Witnesses ofthe Faith in thè Orìent: Dominican Martyrs of japan, China, and Vietnam, Hong Kong, 20062, pp. 75-7.
33) Le notizie circa Maria e Tamako sono attinte dal Museo dei Martiri di Nagasaki.
34) Si tratta del terzo caso. Infatti antecede il ripudio di Araki Thomas, già membro della Compagnia, e nel 1620 quello di Fukan (o Fukansai) Fabian: D. ALDEN, The Making of an Enterprise the Society of Jesus in Portugal, Its Empire, and Beyond, 1540-1750, California, 1996, p. 136; M. SCHMMPF, The Pro- and Anti-Christian Writings of Fukan Fabian (1565-1621), in «Japanese Religions», 33/1-2 (2008), pp. 35-54. Si veda, inoltre: J. BASKIND, “The Matter of the Zen School”, Fukansai Fabian’s Myòtei Mondò and his Christian Polemic on Buddhism, in «Japanese Journal of Religious Studies», 39/2 (2012), pp. 307-31; K. PARAMORE, Early Japanese Christian Thought Reexamined: Confucian Ethics, Catholic Authorìty, and the Issue of Faith in the Scholastic Theories of Fabian, Gomez, and Ricci, in «Japanese Journal of Religious Studies», 35/2 (2008), pp. 231-62.
35) H. CIESLIK, Ferreira, Christóvào (Sawano Chùan), in, Diccionario histórico de la. Compania de Jesùs biogràfico-temàtico, editors C. O’Neill-J. M. Dominguez II, Madrid, 2001, pp. 1407-1408.
36) EMI MASE-HASEGAWA, Chrìst in Japanese Culture: Theologìcal Themes in Shùsaku E,ndo’s Literary Works, Leiden, 2008, p. 98.
37) Nel luglio 1609 giungono a Hirado le prime navi della Compagnia delle Indie Orientali olandesi sotto il comando di Abraham Van der Broeck. Nel 1652 essi stabiliscono la più importante base commerciale nei pressi del Capo di Buona Speranza. Seguono gli inglesi nel 1613, giunti con la Clave capitanata da John Saris (1580-1643), i quali, nonostante l’invito di leyasu a fondare un’agenzia commerciale ad Edo (Tòkyo), «capitale del bakufu», preferiscono restare a Hirado perché «fosse in posizione più strategica per aprire eventuali traffici con la Cina». Entrambi le popolazioni sono chiamate kómòjin (lett. «barbari dai capelli rossi») per distinguerli dai nanbanjin (lett. «barbari del Sud») ovvero gli stranieri provenienti da Portogallo e Spagna, promotori della nanbanbunka (lett. «cultura dei barbari del Sud»). Essi sono etichettati dai missionari come i «diavoli luterani»: A. TAMBURELLO, La crisi del patronato cattolico portoghese nello scacchiere dell’Asia estremorientale nei secoli XVI-XVII, in II Portogallo e i mari: un incontro tra culture, a cura di M.L. Cusati, Napoli, 1994, p. 347; T. IANNELLO Shògun, Kómòjin e Rangakusha, Le Compagnie delle Indie e l’apertura del Giappone alla tecnologia occidentale nei secoli XVII-XVIII, Padova, 2012.
38) E HUIBERT, Nederlanders in japan, 1600-1854: De VOC op Desjima, Weesp, 1984, p. 34.
39) Soggiorna a Hirado, «considerata postazione internazionale dell’Estremo Oriente, nella prima metà del secolo XVII», dal 20 dicembre 1633 al 3 febbraio 1639: P. CARIOTI, Hirado, postazione internazionale dell’Estremo Oriente, nella prima metà del secolo XVII, in «II Giappone», 37 (1997), pp. 55-68; G.K. GOODMAN, Japan and thè Dutch, 1600-1853, Richmond, 2000, p. 13.
40) MATT K. MATSUDA, Pacific Worlds: A History of Seas, Peoples, and Cultures, Cambridge, 2012, pp. 100-1.
41) J. JENNES A History of the Catholic Church in japan from its Beginnings to the Early Meiji Era, Tòkyo, 1973,p. 143.
42) R.H. DRUMMOND, A History of Christianity in Japan, Grand Rapids (Mi), 1974, p. 106.
43) N. KOUAME, L’Etat des Tokugawa et la religion. Intransigeance et tolérance religieuses dans le Japon moderne (XVII’-XIX’ siècles), in «Archives de sciences sociales des religions», 52 (2007), p. 111.
44) «Dopo la visita del commodoro Perry il paese si trovò diviso tra chi era a favore dell’apertura del paese (kaikoku) e chi invece voleva la cacciata degli stranieri (jòì) dal suolo giapponese»: L. BERETTA, Il viaggio in Italia di Tokugawa Akitake, 1867: la missione in Europa del fratello dell’ultimo shogun, Moncalieri (To), 2008, p. 14.
45) R.C. TASSINARI, The End of Padre Sidotti. Some New Discoveries, in «Monumenta Nipponica», 5/1 (1942), pp. 246-53. Recentemente: L. CONTARINI – A. LUCA, L’ultimo missionario (Oriente), Milano, 2009.
46) Sesto shògun Tokugawa dal 1709 al 1712. Figlio di Tsunashige (1644-1678).
47) Cfr. K. WILDMAN NAKAI, Shogunal Politici: Arai Hakuseki and thè Premises of Tokugawa Rule, Cambridge, 1988.
48) Cfr. M.M.a MANCHADO LOPEZ, “Desamparo en que con la vida, sepierde elalma”. Las controversias en torno a la obra pia del Abad Sìdotì para la recogida de ninos chinai abandonados (Filìpinas, 1705-1740), in «Revista de Indias», 71 (2011), pp. 415-48.
49) Sono diverse le opere realizzate da Kolbe durante gli anni della missione giapponese (1930-1936), tra cui la rivista mariana Seibo no Kishi [II Cavaliere dell’Immacolata], che subito riscuote successo anche tra i non-cristiani con una tiratura di 10.000 copie del primo numero, che diventeranno 65.000 nel 1935 e la casa tipografica Seibo no Kishi sha: San Massimiliano Kolbe II Cavaliere dell’Immacolata, Mogliano, (s.d.), p. 39; P. MAXENCE, Maximilien Kolbeprétre, journaliste et martyr  (1894-1941), Paris, 2011. Si legga, pertanto: TÒMEI OZAKI, Nagasaki no Korube Shinpu: Seibo nokishi monogatarì, Tòkyo, Kishisha, 1983.
50) Presumibilmente la suora appartiene alla Congregazione delle Sisters ofthe poor cui accenna anche Johannes Siemes (1907-1983), tuttavia, non sembrerebbe essere attivo, attualmente in Giappone un istituto che corrisponda a questo. Cfr. J. SIEMES, Atomic Bomb on Hiroshima — Eyewitness Account, injapan Province of the Society of Jesus Centennial Recollections 1908-2008, a cura di Shinzò Kawakura – Yoshio Kajiyama – R. Chiesa, Tokyo, 2010, pp. 92-104.
51) Nel numero di gennaio 1948 il periodico ha come dicitura la seguente: «Societas Rivista mensile dei gesuiti». Dopo alcuni anni diverrà «Societas Rivista bimestrale dei Gesuiti dell’Italia meridionale».
52) Giunge a Napoli dopo lo studio della filosofia a Vals in Francia, dove consegue la laurea in lettere: G. SALVIMI, Sapeva vivere le cose belle, in «Societas», 37/4-5 (1987), pp. 120-121.
53) Forse vi è un refuso nella trascrizione del cognome. Dovrebbe trattarsi del tedesco Peter Kopp, nato il 25 settembre 1911, entrato nella Compagnia il 6 aprile 1932 e ordinato presbitero il 26 luglio 1936. Emette i voti solenni il 15 agosto 1946. Spende la maggior parte della sua vita a servizio della missione gesuitica giapponese. Muore il 18 giugno 2002. Alcuni dati sono attinti dalla Alphabetical List of Members of the Province, già IndexAlphabeticus Sociorum, del Catalogus Provincia laponica Societatis Jesu del 2002, p. 114. In un articolo apparso su The Canadian Magister Province of Quebec Edition è scritto che egli insieme al confratello Alois Michel (1904-1994), rispettivamente a Hiroshima e Tokyo, promuovono la diffusione dell’organizzazione cattolica laica Legio Maria: Legion of Mary. Working in Japan, in «The Canadian Magister», 37/6 (1947), p. 1.
54) In Giappone: Alle prese con la bomba atomica, in «Societas», 1/1 (1946), pp. 26-28.
55) Si ricorda che i religiosi, in Giappone dal dicembre 1887, si sono sempre dedicati all’apostolato scolastico ed educativo.
56) Cfr. E LAURENDEAU, Bèatification de 188 martyrs, in «Églises d’Asie, supplément», 5 (2008), pp. 11-46.
57) I gesuiti sono: Fukunaga Nicholas Keian (1569-1633); Nakaura Julian (1568-1633); Ryósetsu Diogo Yùki (1574-1636); Kibe Pedro Kasui (1587-1639) e l’agostiniano Jihyóe Thomas Kintsuba (1600P-1637).
58) Nota come Oura Tenshudó o chiesa del ritrovamento, dedicata ai 26 martiri, conserva, sul lato destro dell’abside, una tela circa la crocifissione di Paolo Miki e compagni.
59) Un accenno al monumento e al santuario in: D. RYÓGO YÙKI, 126 primi santi martiri dì Nagasaki, in «Voci d’Oriente», 103 (1989), pp. 20-24. Il volumetto è una traduzione dall’inglese di Guerrino Marsecano sj. (1915-2000), missionario in Cina (giunge a Taiwan nel 1955 dalle Filippine). Anche suo fratello Dante è gesuita: T. D’ORZA, Piccolo rifugio da 55 anni, in «L’amore vince», 55/2 (2012), p. 15.
60) Cfr. M.A. PAVESE, II sacrificio dei protomartiri giapponesi esaltato dall’arte del pittore Hasegawa, in «II Tempo», 8 maggio 1954.
61) Cfr. G. CONCETTI, Pregano a Civitavecchia per i martiri di Nagasaki, in «L’Osservatore Romano», 1 febbraio 1981.
62) I. IAROCCI, Quelle croci a Nagasaki. Storia dei 26 protomartiri in Giappone e del loro tempo, Bologna, 2001, p. 149.
63) Cfr. D. RYÓGO YÙKI, Nagasaki he no michi Nihon Nijùroku Seijin, Nagasaki, 1987.
64) E tra le personalità che si sono contraddistinte per aver soccorso i feriti durante il periodo tragico dell’atomica. Si ricorda, pertanto, il suo volume Nagasaki no Kane [Le campane di Nagasaki], terminato il 9 agosto 1946 e tradotto in più lingue, tra cui l’italiano, edito, nel 1952, da Garzanti: E GLYNN, A Songfor Nagasaki The Story of Takashi Nagai a Scientist, Convert, and Survivor of the Atomic Bomb (with aforeword by Shusaku Endo), San Francisco, 2009.
65) M. SCALISE, Dazai Osarmi e il Cristianesimo, in «II Giappone», 12 (1972), p. 9.
66) TAKASHI NAGAI – HAJIME NAGAI, Rojó no Hito: Nihon Nijùroku Seijin, Nagasaki, Hakkò/ Katorikku Nagasaki Daishikyóku, 1996.
67) Si legga: D. ALMAZAN TOMAS, / cavalieri del Sol Levante: Ascesa e declino dei Samurai, in «Storica National Geographic», 40/4 (2012), pp. 82-95.
68) È anche il nome del protagonista del romanzo Dai-San di Eric van Lustbader (n. 1946), secondo volume del ciclo II Guerriero del tramonto (presentato da SuperBur, Milano 1998).
69) Cfr. MATSUNOSUKE NISHIYAMA, Edo Culture: Daily Life and Diversioni in Urbanjapan, 1600-1868, Honolulu, 1997, p. 215.
70) A.D. COOPER, The Geography of Genocide, Lanham (Md), 2009, p. 139.
71) Cfr. B. VERMANDER, Matteo Ricci. La saggezza dell’amicizia, in Gesuiti. Annuario della Compagnia di Gesù – 2010, pp. 49-54.
72) Si consiglia la lettura di una serie di volumi che Sergio Ticozzi, missionario del PIME in Cina, ha pubblicato per i tipi ed. Studio Domenicano di Bologna nel 2001, nella collana SetteReligioni, sulle religioni cinesi.
73) Cfr. F. Holm, My Nestorian Adventure in China: A Popular Account of the Holm-Nestorian Expedition to Sian-Fu and Its Results First, Piscataway, 2001; M. KEEVAK, The Story of a Stele: China’s Nestorian Monument and Its Reception in thè West, 1625-1916, Hong Kong, 2008; M. NICOLINI-ZANI, “La brezza luminosa soffiò verso Oriente” La prima inculturazione del cristianesimo in Cina a partire dalla stele di Xi’an, in «I Quaderni del Museo», 20 (2010), p. 5.
74) I. DONISELLI ERAMO, “In tutto mi accomodai a loro”Matteo Ricci e il metodo missionario dell’adattamento, in «I Quaderni del Museo», 16 (2010), p. 26.
75) Tra gli allievi cinesi, si ricorda, pertanto, Jacopo Niwa (1579-1635) il cui nome cinese è Ni Yi Ch’eng (di padre cinese e madre giapponese): Donatella Caterina, Architettura, urbanistica ed arti del secolo cristiano in Giappone, Tesi di laurea in Archeologia e Storia dell’Arte del Giappone, Napoli, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, 2004-2005 (consultabile presso la Biblioteca del Gesù Nuovo in Napoli).
76) M.P. D’ORAZIO, Echi dall’Estremo Oriente, in Fiamminghi e altri maestri. Gli artisti stranieri nel Patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, a cura di Fondazione Memmo, Roma, 2008, p. 71.
77) Cfr. A. DIONISI, Il Gesù di Roma. Breve storia e illustrazione della, prima chiesa eretta dalla Compagnia di Gesù, Bologna, 1982.
78) Segue un’altra edizione nel 1959.
79) Cfr. TARÒ WAKAMORI, Hoganbiiki to Nihonjin, Tokyo, 1991.
80) P.A. GEORGE, Japanese Studies: Changing Global Profile, New Delhi, 2010, p. 394.
 

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