Sul paradosso dell’omogenitorialità

omogenitoriVita e Pensiero n.3 maggio-giugno 2013

Muta la percezione del corpo e la società appare fatta di ibridazioni, con “postpadri” e “postmadri”. Ma non si eludono i dati biologici: anche le coppie omosessuali, allorché hanno figli, devono fare i conti con la differenza di genere maschile e femminile.

di Vittorio Cigoli e Eugenia Scabini

E’ di questi mesi la ripresa, anche accesa, del dibattito sul matrimonio omosessuale e sulla legittimità che coppie dello stesso sesso abbiano figli o li adottino, anche a seguito del disegno di legge proposto in Francia dal governo guidato dal presidente Hollande e recentemente approvato. La posta in gioco è di grande rilevanza perché c’è chi sostiene che queste forme di relazione e filiazione tendano a sovvertire le basi sulle quali si è costituita la cultura occidentale.

Occorre riconoscere l’impatto altamente emotivo del problema che non a caso riguarda le origini; la via breve di uscita dell’emozione è quella dell’uso di slogan e dell’attribuzione a sé della posizione progressista e all’altro della posizione reazionaria in quanto incapace di riconoscere le nuove forme evolutive familiari. Anche se, in realtà, la visione evoluzionistica della famiglia – descritta come un’entità che si sviluppa secondo un andamento progressivo e lineare – è stata da tempo smentita dagli storici e dagli antropologi.

Nell’affrontare il problema dal punto di vista psicologico-relazionale noi partiremo dall’interrogativo sull’identità della famiglia e su ciò che costituisce il suo “proprio”, pur entro le varie configurazioni che può assumere. Non va infatti dimenticato che quella occidentale è una tra le culture e non la cultura che tutto assorbe e tutto uniforma a se stessa. Nello specifico, il tema-problema della omogenitorialità verrà discusso secondo una prospettiva tesa a evidenziare le implicazioni, le conseguenze e gli interrogativi che essa pone da un punto di vista generazionale.

Come detto, ci muoviamo facendo riferimento al contributo fornito dalla psicologia, disciplina che, proprio su questo tema è stata evocata come interlocutore diretto da buona parte del dibattito. Infatti (e questa è una piega nuova che già in sé fa riflettere) il diritto alla genitorialità da parte di coppie dello stesso sesso viene spesso motivato dai risultati delle ricerche psicologiche che attesterebbero effetti positivi o per lo meno non negativi sui bambini cresciuti da coppie dello stesso sesso.

Partiremo dalla riflessione sulle risultanze della ricerca oggi a nostra disposizione, per poi allargare l’orizzonte agli interrogativi che il clinico, specie quello che ha dimestichezza con le dinamiche familiari, non può non porsi a proposito di queste forme di legame generazionale.

La ricerca, nuova fonte di verità.

Cominciamo con una premessa. Nei contributi di ricerca vengono so utilizzate le dizioni “genitori omosessuali” o “coppie omosesuali con figli” in modo generico, dizioni che in realtà coprono un universo variegato di situazioni: occorre infatti distinguere tra coppie lesbiche e coppie gay, tra genitori omosessuali in coppia o single, tra coppie che hanno un figlio frutto di una relazione eterosessuale precedente e coppie che hanno un figlio per inseminazione, utero in affitto o adozione. Si rischia cioè di operare una semplificazione erronea quando si interpretano i risultati delle ricerche come riferiti genericamente a figli di coppie omosessuali quando i singoli campioni in realtà fanno riferimento a condizioni molto diverse.

Per quanto riguarda i risultati, una tappa significativa è costituita dal volume pubblicato nel 2005 dall’American Psychological Association: si tratta di un lavoro di revisione degli studi condotti sulle coppie sessuali e i loro figli, dal titolo Lesbian and Gay Parenting, in cui gli autori concludono che non esistono differenze significative tra i bambini allevati da coppie omosessuali e quelli cresciuti in famiglie tradizionali e che «non un solo studio dimostra [il corsivo è nostro] che i figli di genitori gay e lesbiche siano in qualche modo svantaggiati rispetto ai figli di coppie eterosessuali».

La sociologa Loren Marks ha pubblicato nel 2012 un lavoro di lettura critica di tale “review”, evidenziando i rilevanti vizi metodologi delle 59 ricerche citate nella sezione riguardante gli studi empirici specificatamente relativi ai genitori gay/lesbiche e i loro bambini. La maggioranza degli studi, puntualizza Marks, si basa su campioni piccoli, non rappresentativi perché spesso socio-culturalmente omogenei, di convenienza o selezionati ad hoc. Molti dei partecipanti alle ricerche sono infatti affiliati a organizzazioni e associazioni in difesa dei diritti dei gay e delle lesbiche, e, oltre ad avere un alto livello d’istruzione, sono molto coinvolti nella causa.

In molte ricerche è assente il gruppo di confronto rappresentato da famiglie composte da due genitori eterosessuali e, anche laddove esso è incluso, o è rappresentato da genitori single o è ambiguo, ossia non vengono riportate informazioni specifiche sulle caratteristiche del campione. In breve, il criterio di distinzione tra gruppi sembra essere l’orientamento sessuale del genitore, più che la forma familiare in cui i figli crescono. Inoltre, nella maggioranza dei casi gli studi hanno preso in considerazione prevalentemente bambini in età prepuberale; d’altra parte, essi hanno investigato l’orientamento sessuale, i comportamenti di ruolo e l’identità di genere, variabili che si manifestano, con contorni più definiti, non prima della media-tarda adolescenza. È perciò legittima una domanda: cosa sappiamo di questi figli nel “lungo termine”?

Infatti, come viene evidenziato nelle ricerche sui “figli del divorzio”, vi sono difficoltà che rimangono silenti per anni e che emergono quando i figli dovranno fare a loro volta la propria scelta sia del partner sia del progetto generativo. Come non supporre, allora, che tutto questo si verifichi anche nei figli di coppie omosessuali che vivono una ben più profonda scissione parentale? Le ricerche per ora su questo sono mute.

A tali riflessioni se ne aggiungono di ulteriori circa gli strumenti utilizzati: la maggioranza delle ricerche si avvale di self-report somministrati solo ai genitori e li interpreta come un dato relativo al benessere dei figli. In realtà queste informazioni, come ben sanno gli studiosi, ci dicono solo della percezione che hanno i genitori ed è del tutto comprensibile che, avendo essi investito moltissimo in questa causa, tendano a enfatizzare gli aspetti positivi di essa. Non c’è insomma nessuna ricerca che utilizzi anche fonti informative esterne, ad esempio gli insegnanti, cosa che invece viene consigliata per ovviare a una distorsione (bias) troppo forte legata alla fonte dell’informazione.

Gli strumenti, infine, contengono item per la maggioranza dei casi volti a rilevare comportamenti e competenze; vengono omesse variabili rilevanti come il rapporto con il gruppo dei pari, con la famiglia estesa, e la costruzione degli aspetti identitari più profondi.

In breve, queste osservazioni suggeriscono grandi cautele sulla generalizzabilità dei risultati, proprio per le limitazioni metodologiche e concettuali evidenziate. Anche per il prosieguo delle ricerche svolte dopo il 2005 valgono molte delle limitazioni indicate, sebbene l’impianto delle medesime si sia fatto più sofisticato con la presenza di alcuni disegni longitudinali e l’utilizzo di campioni più ampi.

Relativamente agli studi longitudinali, ricordiamo il US National Longitudinal Lesbian Family Study, che ha coinvolto e seguito nel tempo 77 famiglie composte da madri lesbiche in coppia, separate o single, che hanno avuto un figlio tramite inseminazione eterologa. Considerando i resoconti delle madri circa il benessere dei figli (è stata coinvolta una sola madre per nucleo familiare, nella maggior parte dei casi la cosiddetta “madre biologica”), è emerso che i ragazzi allevati da madre lesbica, rispetto al gruppo normativo di confronto, hanno un miglior rendimento scolastico, buone competenze sociali e minori problemi di esternalizzazione, quali comportamenti aggressivi e oppositivi.

Considerando invece i resoconti dei figli circa la condotta e l’orientamento sessuale, emergono dati problematici, specialmente per quanto riguarda l’identità di genere: solo il 65% dei ragazzi si dichiara infatti esclusivamente eterosessuale. Tra i risultati critici, infine, si evidenza che il 56% delle madri che erano in coppia al momento della nascita del figlio si sono in seguito separate, in media dopo circa 7 anni, una percentuale significativamente superiore rispetto al tasso di divorzio genitoriale dei ragazzi coetanei, pari al 36%. La stabilità familiare, considerata tra i fattori più importanti per lo sviluppo dei figli, risulta così assai compromessa.

Per quanto riguarda il secondo caso, ricordiamo la ricerca del sociologo Mark Regnerus, oggetto di intenso dibattito per i risultati controcorrente. Questa ricerca ha considerato un campione ampio, casuale, rappresentativo di giovani adulti americani tra i 18 e i 39 anni, nel quale sono compresi anche figli che hanno almeno un genitore omosessuale. Si tratta soprattutto di figli avuti da precedenti relazioni eterosessuali e figli adottati, non solamente figli “pianificati” tramite fecondazione artificiale o utero in affitto.

Scopo del lavoro è stato confrontare i ragazzi cresciuti in differenti forme familiari (famiglie composte da genitori eterosessuali, famiglie adottive, famiglie separate e/o divorziate, famiglie con un genitore omosessuale), relativamente a più di 40 variabili, con un focus particolare sugli aspetti relazionali, emozionali e sociali.

I risultati, di complessa lettura perché riferiti a sottocampioni specifici, hanno messo in luce, contrariamente al trend delle ricerche sul tema, differenze significative tra i ragazzi con un genitore omosessuale e i ragazzi cresciuti fino ai 18 anni in famiglie composte da due genitori eterosessuali a favore di questi ultimi relativamente a: ricorso all’assistenza pubblica, identità di genere (identificazione nel proprio genere e interesse per l’altro sesso), rendimento scolastico, livelli di depressione, condotte sessuali (numero di partner sessuali), comportamenti a rischio (per esempio consumo di fumo, alcool, dro­ga, episodi di arresti).

Potremmo proseguire, passando in rassegna le numerose ricerche pubblicate sulle famiglie omogenitoriali e proponendo i loro variegati esiti. Qui però ci interessa porre la questione fondamentale inerente al processo stesso di ricerca.

La ricerca scientifica in ambito psicologico, vale a dire entro le scienze del vivente e dell’azione umana, non è oggettiva, ma soggetta a un insieme di vincoli che vanno dalle presupposizioni dei ricercatori (loro implicazione compresa) fino agli strumenti che utilizzano (tecniche e statistiche comprese). Trattare la ricerca come nuova fonte di verità è un affronto nei confronti dei programmi di ricerca e di ciò che la filosofia della scienza ha insegnato. La ricerca non “dimostra”, ma indica il rilievo di alcune informazioni provenienti dalla medesima. Quale aspetto del fenomeno vogliamo considerare? Cosa intendiamo per benessere dei figli? La risposta a queste domande inevitabilmente orienta il processo di ricerca.

Per quanto concerne le presupposizioni, peraltro diffuse anche tra i ricercatori, esse riguardano sia il valore attribuito agli individui e alle loro percezioni, sia l’idea che i modelli sperimentali e quasi spe­rimentali costituiscano la “vera scienza”. Ciò in linea con le concezioni post-positiviste tipiche della cultura psicologica nordamericana.

Ne consegue che rare sono le ricerche che utilizzano informazioni di tipo interattivo con l’individuazione di pattern che caratterizzano lo scambio dal vivo, e ancor più rare quelle che fanno riferimento a concezioni di tipo generazionale che si occupano di identità e di ciò che passa tra le generazioni, della qualità e del senso dei legami e delle loro vicissitudini nello scorrere del tempo. C’è insomma un evidente riduzionismo in ambito di ricerca familiare dovuto alla predominanza di modelli che si orientano in senso individuale e cognitivo/comportamentale (gli individui genitori e l’individuo bambino) e alla caduta di modelli psicodinamico-fenomenologici volti alla ricerca di senso, alla individuazione delle risorse e dei problemi inerenti al legame tra gli uomini a partire da quello generazionale.

La coppia omogenitoriale e il transfer generazionale

Veniamo ora a osservazioni che fanno riferimento all’ambito clinico.

Anche qui una doverosa premessa: sul piano professionale: il clinico ha il compito di accogliere i problemi e i dolori interpersonali e intergenerazionali che le famiglie portano in consultazione e di aiutarle nella loro gestione, indipendentemente dalle forme che la relazione familiare presenta. Altra cosa è la posizione che egli assume nei confronti del problema sulla base dell’orientamento teorico e dell’esperienza clinica stessa.

Possiamo partire dalla posizione psicoanalitica classica, chiaramente espressa da Silvia Vegetti Pinzi, che fa leva sul triangolo edipico, architrave dell’inconscio, che ritiene essenziale, per un corretto svilup­po dell’essere umano, il riferimento al padre e alla madre. L’identità si costruisce attraverso un processo di identificazione che coinvolge tanto la psiche quanto il corpo sessuato dei genitori e che si delinea nella differenza. Al proposito noi preferiamo parlare, con un termine forte, di “incorporazione” ancor prima che di identificazione: la persona del figlio si incorpora infatti nella storia familiare, cioè ne è parte costitutiva.

Ma anche tra gli psicoanalisti vi sono altre posizioni, come ad esempio quella espressa da Antonino Ferro; si parla in questo caso di sessualità come accoppiamento tra le menti e di funzioni paterne e materne che possono essere esercitate prescindendo da qualsiasi riferimento al corpo sessuato. Si sente qui l’influenza delle teorie del gender e in particolare della queer theory che, in linea con la posizione costruttivista, sostiene la tesi che il genere è una pura costruzione sociale (come ampiamente discusso nel contributo di Sylviane Agacinski sul numero scorso di «Vita e Pensiero»). Una posizione, questa, che riteniamo “riduzionista” perché denega la differenza anatomo-biologica.

Questa posizione si inserisce in quel fenomeno che Chasseguet-Smirgel (II corpo come specchio del mondo, 2005) ha acutamente indicato come rivolta contro l’ordine biologico caratteristica della cultura dell’Occidente che oggi assume varie forme, dalla mutilazione dei corpi e commercio degli organi, agli interventi di mutazione del sesso, alle madri in affitto, al reimpianto di embrioni congelati dopo la morte dei genitori o di un genitore.

All’origine di questo drammatico disinvestimento sul corpo, che lo “depersonalizza” togliendogli il carattere di corpo vivente, sta la mancata integrazione o meglio, se si vuole, la scissione, tra l’io corporeo e l’io psichico. Ciò porta a varie forme di perversione mosse da un desiderio di onnipotenza (è del desiderio inconscio la connaturata insofferenza del limite) che vuole fare accadere ciò che è impossibile, com’è il generare con corpi “omogeneri”.

Ci troviamo così di fronte all’ ibrido e all’indistinto. E’ entro questo quadro che si situa la concezione del corpo come indifferenziato; in esso scompaiono le differenze tra i sessi e tra le generazioni (ma anche tra il bambino e l’adulto) e si preconizza una società fatta di ibridazioni, transgenere, postpadre e postmadre.

In tale contesto si evidenzia così una nuova forma di rìschio generativo che oggi vive non tanto di imposizione e/o di subordinazione di un genere sull’altro o del genitore sul figlio, ma piuttosto utilizza il diniego della differenza tra generi e generazioni e sostiene la loro confusione e indistinzione. Potremmo parlare dell’hybris dell’uomo moderno, che nega il limite e il vincolo dell’essere generato, dell’appartenere a un sesso (e perciò non a un altro) e di abbisognare dell’altro per generare.

La differenza di genere, generazione, stirpe è invece la costante e lo specifico dei legami familiari. Tale differenza viene trattata in modo diverso dalle varie culture, ma è risaputo come le scissioni tra ordine biologico e psico-antropologico e il diniego delle differenze stiano all’origine di molti e gravi problemi relazionali. Usando una terminologia lacaniana, potremmo dire che l’immaginario (il mondo delle rappresentazioni) ha la meglio sul registro simbolico (il terzo tipico del legame che viene dalla differenza). In ogni caso l’attacco alla differenza e alla complementarietà che ne deriva, che si manifesta attraverso l’invidia, il disprezzo e l’abuso nei confronti dell’altro è un pericolo ricorrente dei legami familiari, come la storia ben insegna.

Cosa accade allora sul piano psichico-generazionale quando una coppia “omo” affronta la sfida della genitorialità?

La prima riflessione riguarda proprio il fatto della richiesta di diventare genitori. Perché? Vi possiamo leggere l’attrattiva nostalgica di un bene da cui si è esclusi per scelta e condizione di vita, ma anche una sorta di contraddizione e quasi “un tradimento” di questa scelta, come afferma certa colta cultura gay che, riconoscendosi nella sua specificità, parla in questi casi di emofobia internalizzata. Più in generale il clinico (V. Cigoli, II viaggio iniziatico, 2012) vi legge un’angoscia a cui consegue quasi un’ossessione di normalità che può celare un profondo vissuto di inferiorità-marginalità, sentimento che non è peraltro proprietà esclusiva di coppie gay o lesbiche, dato che attraversa la vita di molte coppie e persone.

In particolare, l’assillo della normalità si manifesta nella rivendicazione del diritto di ottenere legittimazione sociale. È come se il problema (cioè un ostacolo, un interrogativo profondo) trovasse una soluzione definitiva nella legittimazione legale e sociale. Ma il “normale”, sia esso statistico o legale, non è in grado, in sé, di rispondere alla specificità dell’esserci al mondo e del proprio valore.

Ma veniamo ora al travaglio psichico della coppia “omo” che inizia l’itinerario della filiazione facendo ricorso a inseminazione eterologa o ad affitto dell’utero.

In una delle (poche) ricerche qualitative condotte in Belgio con interviste in profondità su coppie gay e lesbiche (D. Naziri, E. Feld-Elzon, A. Ovart, Les nouvelles familles, 2010), gli autori, a proposito di queste ultime, si soffermano sul vissuto minaccioso relativo alla presenza del donatore anonimo, al quale giocoforza la coppia deve ricorrere. Il tema dell’estraneo persecutore è del resto presente anche nelle coppie che ricorrono alla fecondazione eterologa, come ha ben mostrato Marie-M. Chàtel.

Questa presenza intrusiva viene vissuta secondo modalità diversificate da quella che sarà la madre biologica e quella che invece sarà la madre sociale; in ogni caso, tale presenza rompe il “fantasma dell’identico” reintroducendo il rapporto con la differenza anatomica senza la quale non si da filiazione.

E non che tutto questo possa essere risolto sic et simpliciter facendo uscire dall’anonimato il donatore (che in genere è prezzolato, a meno che si tratti di un amico gay), perché egli da una parte ripropone la scissione tra il biologico e il simbolico (è un produttore di seme, non certo un padre) e dall’altra, nella misura in cui “pretende” di fare da padre, attenta alla coppia omosessuale in quanto appunto “omo”, qualificantesi cioè per l’identico-ibrido.

Per quanto riguarda poi le coppie gay, come nota Gratton, i resoconti di cui disponiamo sono più limitati numericamente (e in effetti le coppie omogenitoriali lesbiche sono assai più numerose delle coppie omogenitoriali gay). Ciò non toglie che qualche profonda differenza balzi in tutta evidenza. Esse fondamentalmente paiono consistere nel fatto che la scelta genitoriale dei gay è molto meno di coppia e molto più del singolo e che tale scelta mette in evidente contraddizione il Sé omosessuale con il Sé genitoriale. Ciò con buona probabilità a causa del fatto che manca l’aggancio del corpo nell’esperienza della gravidanza, presente nelle donne lesbiche. Il passaggio alla genitorialità è quindi ben più trasgressivo, più sfidante in termini di onnipotenza, più insomma al di là del limite.

Ma anche in questo caso il luogo generativo (utero in affitto) e la sua presenza terza non può in nessun modo essere ignorata. A ciò si aggiunga il dramma di chi affitta l’utero e si tiene il bambino in grembo “obbligandosi” (attraverso potenti meccanismi di scissione) a trattare il proprio e altrui corpo come una cosa priva di senso e parola generazionale. Cosa ne facciamo allora del sofisticato dialogo madre-bambino intrauterino di cui da tempo parla la ricerca psicologica? E l’intersoggettività come presupposizione dell’umano è solo un fatto operante in presenza fisica?

In realtà anche le coppie omosessuali, allorché hanno figli, non possono che fare i conti con la differenza di genere maschile e femminile. Ecco il paradosso.

Ma vi è di più, essere genitori fa rientrare inevitabilmente le persone nella logica dello scambio tra le generazioni. Il figlio non va confuso con il bambino, un generato che, attraverso la coppia, entra nel registro generazionale. Sarà neonato, bambino, adolescente, adulto e anziano, ma la sua iscrizione è generazionale, come ben evidenzia la clinica sistemico-relazionale.

Purtroppo anche molta ricerca psicologica, in nome degli individui che fanno coppia, denega tale evidenza e confonde la coppia genitoriale con la generatività che riguarda sempre più generazioni. È come, insomma, se la coppia fosse all’origine di tutto e non fosse a sua volta generata. Così anche la coppia omosessuale, proprio come la coppia eterosessuale, nel momento in cui entra nel registro della genitorialità deve rispondere dei legami e delle storie generazionali in cui il figlio si iscrive.

In quale storia generazionale si iscrive il figlio? Da quali “antenati” ha preso e che cosa? Che posto occupa nella genealogia di ciascun membro della coppia? E come tutto questo viene vissuto dalle famiglie di origine? E che ne è della “stirpe” del donatore o della donna che ha prestato l’utero? Questo problema si ripropone inevitabilmente a livello genetico (specie quando compare qualche malattia), ma nell’umano il genetico è più propriamente il corporeo, quel corpo vivente che è da subito simbolizzato.

Qui si situa per il figlio il tema cruciale delle origini e della loro oscurità che, come sappiamo dagli studi sull’adozione, è un nodo altamente critico e problematico. Vi è però una differenza a proposito della fantasmatica sull’assente e del segreto delle origini nell’adozione e nella fecondazione eterologa. Nel primo caso, diversamente che nel secondo, la coppia eterosessuale che offre un corpo infecondo nel quale è presente la differenza non sceglie di far nascere il figlio secondo la modalità “prometeica” omogenere, ma sceglie di accogliere un figlio già nato (quindi dato) che, nel suo dramma, ha un abbandono e spesso un segreto d’origine. E quindi meno esposta alla fantasia del terzo “estraneo e persecutore”.

Il nostro “modello relazionale-simbolico” di lettura dei legami famigliari (cfr. E. Scabini, V. Cigoli, Alla ricerca del famigliare, 2012) ritiene centrale sia il tema della differenza di genere, sia quello della differenza di generazione e di stirpe, e con esso il tema delle origini. Quest’ultimo è legato al transfert generazionale che vive di azioni tipiche quali il trasmettere e il tramandare.

Partendo da questa prospettiva possiamo perciò chiederci: qual è l’eredità con la quale il figlio delle coppie “omo” deve fare i conti?

Egli, per situarsi come soggetto con una sua identità, dovrà trattare il congiungimento con la differenza sessuale da cui è venuto, differenza che la coppia adulta omogenitoriale non ha affrontato o ha affrontato scindendo il biologico (seme, utero) dal simbolico, facendo evaporare dal corpo la parola che lo innerva di senso. Egli dovrà cioè integrare ciò che gli arriva scisso, dovrà dare parola, se mai lo potrà fare, all’ignoto-oscuro che grava sulla sua origine. Il compito che avrà sulle spalle è perciò assai arduo e rischioso. Inoltre, e questo è altrettanto decisivo, dovrà orientarsi nella complicazione delle genealogie per trovare il suo posto nella storia delle generazioni che rappresentano il filo rosso che consente riconoscimento. L’essere umano sa chi è non solo se è riconosciuto dagli altri significativi, ma se entra in un ordine che consente riconoscimento.

La famiglia non è solo luogo di affetti, di amore e odio, ma vive anche di un ordine strutturale e simbolico, vive di una dinamica generazionale che ha le sue regole e le sue leggi. Genealogie confuse, assenti o enigmatiche, non facilitano certo il viaggio che fa del bambino un figlio. Nella clinica, specie di orientamento generazionale, ben conosciamo le patologie connesse a tali accadimenti.

II peso della responsabilità

Ecco infine alcune e non secondarie annotazioni.

Stupisce che il tema della omogenitorialità, che comporta necessariamente il destino dei generati, venga posto quasi esclusivamente nei termini dell’eguaglianza di opportunità e di diritti degli adulti, eludendo il tema della responsabilità che sempre le generazioni precedenti hanno su quelle successive, tema che non è solo della singola persona o della coppia che fa questa scelta, ma anche del corpo sociale che può favorirla o ostacolarla avvertendone il pericolo per il proprio futuro.

Non sposiamo di certo la causa del determinismo per quanto riguarda sia lo sviluppo della persona sia la trasmissione tra le generazioni. Sappiamo bene (e l’atteggiamento che ha contraddistinto tutto il nostro lavoro di ricerca, di intervento e di formazione è lì a testimoniarlo) che, anche nelle situazioni più difficili, gli esseri umani, anche attingendo a incontri “benefici”, possono trovare risorse impreviste. E questo auguriamo ai bambini che crescono in contesti di “omoparentalità” e anche agli adulti che fanno queste scelte.

Ma tutto ciò non ci esime dall’evidenziare il rischio e pericolo aggiuntivo di tali situazioni che la psicoanalista Janine Chasseguet-Smirgel con espressione forte così esprime: «Solo la mancanza di immaginazione permette di veder avanzare con tranquilla stupidità l’enorme massa di problemi che tutto questo ci propone e ci aspetta».

Stupisce anche, da un punto di vista psicologico, che il dolore profondo e l’angoscia che accompagna tali itinerari di vita (sia per gli adulti sia per i figli) venga così raramente alla luce. È come se non fosse possibile parlare di ostacoli, problemi, drammi, invidia, bisogno di riconoscimento essendo tutto coperto dall'”amore”.

La ricerca, come abbiamo visto, è rivolta soprattutto a sottolineare gli esiti di “normalità” nello sviluppo dei figli. Ma, se non è compito della psicologia patologizzare, non lo è neppure “normalizzare”. Piuttosto essa è chiamata a comprendere come si articola la bilancia risorse-rischi per aiutare le persone a far fronte alle difficoltà, specie quelle che hanno a che fare con i processi di umanizzazione. Su questi temi oggi è molto difficile avviare discussioni “oneste” perché il discorso viene facilmente ideologizzato. Forse il tempo ci aiuterà a vedere con più chiarezza e meno semplificazioni ciò che queste scelte comportano.

Al proposito anche su questo punto possiamo trarre qualche indicazione dalla storia delle ricerche e degli studi sui “figli del divorzio”. Infatti, mentre nelle prime ricerche gli aspetti di problematicità e di sofferenza venivano attribuiti riduzionisticamente allo stigma sociale, ora che tale stigma non può più essere evocato (stante anche la grande diffusione del divorzio che lo rende statisticamente normale) il peso e il dolore che accompagna questi figli, ora adulti, viene più facilmente alla luce.

Ci auguriamo che il corpo sociale possa rendersi conto dei problemi che l’omogenitorialità porta con sé e che si ponga ora responsabilmente doverosi interrogativi. Ciò implica sia il sentire di appartenere a un corpo sociale di cui si condividono le sorti future, sia la capacità di appoggiarsi ad argomentazioni solide.

Nello spettro delle argomentazioni la psicologia occupa un posto non marginale, ma non occupa di certo l’unico posto. Essa è un sapere empirico-clinico con le limitazioni inerenti al suo statuto scientifico e poggia inevitabilmente su presupposizioni antropologiche che, in tema di filiazione, fanno riferimento alla cultura che ha forgiato l’Occidente. E perciò, anche noi ricercatori e operatori della salute non possiamo non fare i conti con la concezione dell’umano che ci guida e con i seri interrogativi che si pongono se essa viene messa in discussione. A meno di essere servi della stupidità sulla base del pregiudizio che «la ricerca ha dimostrato» e dell’affermazione che «tanto quello che conta è l’amore».

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Vittorio Cigoli, già professore ordinario di Psicologia Presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, è direttore dell’Alta Scuola di Psicologia “A. Gemelli” e dei master in Mediazione familiare e comunitaria e Clinica delle relazioni di coppia. Dirige altresì la collana “Psicologia sociale e clinica familiare” della Franco Angeli Editore

Eugenia Scabini è professore emerito di Psicologia sociale e presidente del Comitato scientifico del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia che ha diretto per molti anni. E’ stata preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore dall’anno accademico 1999/2000 al 2010/2011.

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