La chiesa dei potenti

profittiItalians Rivista che ignora il politicamente corretto  n. 142 del 28 maggio 2012

di Luigi Fressoia

E sì, ormai sono vent’anni che faccio l’apicoltore, non va male ma è pesante; pesante non è la parola giusta, sì le difficoltà solite, la burocrazia… ma c’è un qualcos’altro, come dire, la solitudine, ecco, noi siamo gente sospesa a mezz’aria. Noi che lavoriamo così, in proprio, ci sentiamo spersi, non sappiamo bene chi siamo, siamo confusi, se siamo bene o male…”.

Lo ascolto tranquillo -questo antico compagno di scuola ritrovato per caso in una fiera- e tacendo gli ispiro tranquillità nell’aprirsi, nel dire, mi sa che non gli capita spesso, io son tutto orecchi. Prosegue:

Ce l’hanno con noi, appena apro la tv tutti se la prendono col profitto, con la smania del profitto, l’ossessione del profitto. Ma io come faccio a non fare profitto? Come faccio a non essere ossessionato dal profitto? Se non faccio profitto che mangio? Come faccio a separare il mio lavoro dal profitto? Non va male, tiro avanti anche se le spese sono tante, l’affitto dei terreni, le cure alle api, l’imbottigliamento, il posto nelle fiere, le assicurazioni, il mutuo per ammortare un po’ di macchinari, l’affitto del buco che ho in centro…”.

Che ci fai col “buco” che hai in centro, gli chiedo; risponde:

E’ un localino a negozio, ci sta per lo più mia moglie e una ragazza che ci aiuta, anche lì un mare di questioni, l’igiene, la sicurezza, l’insegna… Fortuna che specie nelle fiere riesco a vendere in nero (usa un’altra espressione ma il concetto è questo), sennò davvero, se dovessi pagare tutte le tasse che s’inventano chiuderei subito, non rimarrebbe niente”.

Ah bene, gli dico scherzando, sei quindi sia evasore che profittatore… Ride amaro: “E già, per questo ti dicevo, siamo sospesi a mezz’aria… non so bene chi sono, io so che lavoro tutti i giorni e tutto il giorno, però sono fuori legge, e tutti ce l’hanno con noi, che devo fare? Ma non è evidente che se voglio campare devo incassare abbastanza di più di tutte quelle spese? Forse che intendano qualcos’altro quando strillano al  profitto?”.

* * *

In occasione del primo maggio -sono seduto a cena- sento papa Bergoglio pronunciare di là dal soggiorno le seguenti parole: “Il lavoro scarseggia perché pesa la smania del profitto a tutti i costi”. Mi rabbuio e m’incurvo sul cucchiaio, mia moglie lo nota: “Che hai?”, “Niente” rispondo, “la minestra è buona”; “Sei sempre assente” incalza “pensi sempre alle tue cose, e rilassati un po’”, il piccolo soggiunge: “lascialo stare, è un intellettuale” il grande sghignazza.

Sorrido e commento amabilmente: “dai mangiate, fate i bravi, e fatevi i cazzi vostri…”, “Eccolo”, conclude la mia paziente consorte.

Sul divano, un quarto d’ora più tardi, rifletto e scavo sulle parole: il profitto (o la sua smania -dov’è il confine?) causa la scarsità di lavoro, la disoccupazione… Ma non sarà il contrario? Non sarà che in una società sana (pura da eccessi di tasse e burocrazia), è proprio l’alta possibilità di fare impresa e profitto a generare lavoro e occupazione?

Penso al papa e la sua indubbia simpatia, ripenso che la settimana prima ha dichiarato che “gli schiavi dell’epoca nostra sono le prostitute e gli operai”… le prostitute senz’altro, ma gli operai? Non c’è un mare di gente che sta peggio degli operai? Non solo i disoccupati, ma ad esempio i commercianti, in 150mila hanno fallito negli ultimissimi tempi: non credete che sarebbe per loro una fortuna poter essere operai con uno stipendio? Perché per questi padri di famiglia non sfilano i vescovi coi sindacati?

Dalle mie parti gli operai, le famiglie di operai, fin dagli anni sessanta si sono costruite le belle villette allineate lungo le strade della nostra linda frazione, e se è successo qui vuol dire che è successo dappertutto, al nord e in tante parti del sud. Negli anni ’60 il potere della lira e di uno stipendio (capirai, per ex contadini abituati da millenni a vivere senza moneta) erano enormi, marito e moglie con due stipendi significò una ricchezza vera diffusa e capillare, e tanto bastava per fare addirittura una villetta (molti la fecero con un solo stipendio, ma mangiando pane e cicoria per anni), oggi con due stipendi si galleggia sulla soglia della povertà.

Andiamo dunque al cuore: di chi la colpa di cotanto tracollo? E’ del profitto? Penso e ripenso e infine -forse- trovo la chiave: cosa intendono per profitto?

Deduco che tale parola sostituisce la smania di ricchezza anche a costo di soprusi. Ecco però il nodo: smania di ricchezza ci potrebbe stare, ma profitto no, perché il profitto in verità è cosa ben più complessa e normalmente assai positiva.

Noi che da decenni denunciamo essere lo stato e non i padroni (con il loro profitto) la causa del male sociale maggiore, vogliamo chiamare smania di ricchezza (e non profitto) quel pretesto dello stato -il paravento dello stato- con cui schiere di parassiti vogliono solo assicurarsi rabbiosamente vita sicura e comoda alle spalle degli altri, degli apicoltori e dei molti costretti a lavorare in proprio.

Allora per un attimo lascio perdere che il profitto nell’impresa è ineliminabile oltre che sacrosanto, pena la scomparsa di quest’ultima, e che è pieno di imprenditori che amano i loro collaboratori e possono benissimo per periodi brevi o lunghi guadagnare meno di loro; assumiamo pure lo spirito marxista che vuole la smania di ricchezza del padrone la causa strutturale dello sfruttamento e di infinite sofferenze. Sta il fatto che entrambi, il padrone strozzino e il parassita di stato, sono mossi dallo stesso motore, la smania di ricchezza.

Bene fin qui, ma perché la smania di ricchezza anche a costo di sopraffazioni non viene chiamata con questo suo nome, bensì viene sistematicamente sostituita dalla parola profitto? Risposta: perché smania di ricchezza è parola rientrante nelle categorie morali, mentre profitto -e operaio- rientrano nelle categorie della politica, segnatamente del marxismo, il quale se ha perso sul piano strettamente politico-statuale, ha stravinto sul linguaggio, il giornalismo, la scuola, la cultura, l’immaginario collettivo. Smania di ricchezza è parola dei preti e dunque l’altra prevale (il profitto), perché la politica è il mito condiviso di quest’epoche nostre, unica via alla felicità e al compimento della persona…

Non staremmo a sottilizzare tanto se non fosse per l’evidente imbarazzante deduzione che ne consegue: la chiesa, che pur nei secoli ben inventò il suo linguaggio e i suoi linguaggi, che per sua forza intrinseca poté imporre alla società e al mondo, ora -consapevole o inconsapevole che ne sia- adotta lingue altrui e veramente la lingua marxista, che però è l’odierna lingua dei potenti, coloro che comandano lo stato e lo gonfiano, lo mitizzano, lo rendono sacro; la lingua della politica, dei partiti, delle istituzioni, del denaro pubblico.

E si rende incomprensibile agli apicoltori e altre strane consimili categorie.

P.S. E’ molto facile obiettare che con la parola “operai” il papa voglia intendere genericamente tutti quelli in difficoltà, quelli che di volta in volta si ritrovano tra gli ultimi. Ma rimane confermata la questione qui posta: perchè il papa si affida al linguaggio fuorviante del marxismo?

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