Decostruzione, parola talismano

decostruzionismoRadici cristiane n.83 – Aprile 2013

Come una idra dalle sette teste, la filosofia decostruzionista si alza nell’orizzonte dell’occidente e imprime nuovo vigore al processo di secolarizzazione.

Juan Antonio Montes

Se all’uscita di casa qualcuno ci dicesse che la nostra famiglia dovrà essere “decostruita”, lo riterremo un pazzoide, un poco opportuno clown che non merita la nostra attenzione. Ma se, arrivando al posto di lavoro, ci troviamo con l’indicazione che l’autorimessa è chiusa per “decostruzione”, la coincidenza fin troppo grande sveglierebbe la nostra curiosità. Che dire poi, se anche nel sermone domenicale, sentissimo il sacerdote parlare di “decostruzione”della religione? Ecco, la questione ci sembrerebbe rilevante.

Che significa, ci domanderemmo, questa enigmatica parola “decostruzione”?

All’insegna della legge del sospetto

L’autore del concetto, come si sa, è stato il francese Jacques Derrida (1930-2004), sociologo e discepolo di Heidegger. Entrambi avviarono una corrente di pensiero “relativista”, basata sulla idea che non esiste una verità oggettiva e che, quanto noi accettiamo come normale e vero, non è altro che l’imposizione di uno stereotipo culturale precedente.

Onde, secondo Derrida, bisogna adottare un criterio di “sospetto” in ogni ordine di cose. Dobbiamo domandarci in ogni affermazione cosa proviene da questi stereotipi culturali e cosa è stato omessa nella formulazione della nostra convinzione. Una volta visti sia gli stereotipi che le omissioni, si dovrebbe iniziare a “decostruire”quanto è stato affermato.

Queste speculazioni, che potrebbero sembrarci solo un’altra bizza relativista, stanno incidendo in modo crescente nella vita odierna. Qualcosa di analogo a quella situazione descritta all’inizio.

Decostruzione nell’architettura

Probabilmente tutti abbiamo visto edifici ultramoderni che danno la sensazione di cadere, di sfidare la legge della gravita. Possiamo trovarci davanti non al frutto di un architetto distratto, bensì all’opera ideologica di un architetto decostruzionista che vuole turbare le nostre certezze. In architettura, il decostruzionismo prese avvio verso la fine degli anni Ottanta, caratterizzandosi per la frammentazione dei volumi, il disegno non lineare, la distorsione di alcuni principi elementari. Tutto ciò allo scopo di creare una sensazione visuale stimolante d’imprevedibilità e di “caos controllato” come ammettono gli stessi architetti decostruzionisti.

Questo effetto che allo stesso tempo sciocca e ammalia, come il serpente che affascina l’uccellino da divorare, è proprio quello che si pretende ottenere, per mettere in discussione ogni principio architettonico finora ritenuto valido, ad esempio, che “la forma segue alla funzione”o che esiste una “verità dei materiali”. Così alcune città vanno riempiendosi di edifici “decostruttivi”, i quali producono una sorta d’inquinamento visuale e mentale negli abitanti.

Decostruzione nell’insegnamento

Un altro bersaglio dell’ideologia decostruzionista è l’insegnamento. L’educazione tradizionale è il veicolo naturale per trasmettere convinzioni e modi di essere da una generazione all’altra. Quindi una sorgente di “stereotipi culturali”da abbattere e da cambiare con un diverso modo d’insegnare. Il professore di Telematica e Informatica dell’Università di Buenos Aires, il filosofo Alejandro Piscitelli, risponde in una recente conferenza pubblica a Madrid, alla domanda “Cosa facciamo per trasformare l’educazione?”, in un contesto segnato da una “nuova ecologia della conoscenza”.

Secondo l’accademico argentino fra i principi fondamentali di questo nuovo modo d’insegnare è necessario «fratturare il binomio professore-alunno per generare molteplici vie, mediazioni e mediatori dell’apprendimento; [produrre] la rottura della disgiuntiva ozio-studio al fine di imparare divertendosi e giocando; [fare] che i soggetti siano attivi non solo nella costruzione della conoscenza ma anche di una cittadinanza guidata dai valori di giustizia, collaborazione e solidarietà». Tutto questo è stato detto nell’ambito di un convegno patrocinato dalla multinazionale Telefonica, che ha visto coinvolti 3000 professori di trenta nazioni diverse.

Decostruzione del concetto di linguaggio

II linguaggio occupa un aspetto centrale nelle nostre comunicazioni. Con la ricchezza del vocabolario noi possiamo rendere più precise e convincenti le nostre idee. Il docente e ricercatore venezuelano Fernando Nùnez Noda propone di decostruire il linguaggio giacché questo «è uno dei pilastri fondamentali della cultura, il suo fulcro, ciò che le serve di sostegno e le conferisce permanenza». Egli cita il giornalista e scrittore inglese John Humphrys, che sostiene che il linguaggio dei social media, cambiando effettivamente la punteggiatura e la sintassi, sta creando un nuovo e diverso modo di comunicare.

Decostruzione della teologia

Una così profonda trasformazione degli aspetti centrali della cultura occidentale non potrebbe non avere influenzato largamente quei teologi progressisti intenti a vedere in tutte le manifestazioni secolari un segno di “profezia”, addirittura di “rivelazione”. Così abbiamo anche una propria e vera “decostruzione” del pensiero teologico. Del resto, come si potrebbe “decostruire” una civiltà basata su radici morali e religiose quale è la cristianità (o quanto di essa resta), senza andare a colpire proprio queste radici?

Come ho scritto nel libro De la Teologia de la Liberación a la Teologia Eco-femminista è proprio di questo campo che si occupano gli odierni continuatori di quella Teologia della Liberazione, la quale imperversò negli anni Settanta, e Ottanta del secolo scorso e che, dopo il crollo del socialismo reale, si sono riciclati in teologi dell’ecologia, del femminismo. Insomma, di nuove attese che servano a “decostruire” le vecchie credenze dei fedeli.

Nel libro-dialogo Lluvia para florecer, la teologa e missionaria americana Judith Ress domanda alla teologa cilena Doris Munoz: «Perché rimaniamo nella Chiesa?», al che quest’ultima risponde in modo sfacciato: «Nell’America latina non possiamo non prendere in conto il dato della fede, della religione. Non possiamo scavalcare i suoi simboli, perché è proprio lì che si trovano i freni più potenti e le sue resistenze. È qualcosa da approfondire, [ma] se sono all’interno è perché penso che posso contribuire alla decostruzione e alla costruzione di altri simboli ed immagini».

Decostruzione della persona e del diritto

Questa somma di decostruzioni non potrebbe finire che raggiungendo la propria natura della persona e, di conseguenza, le basi stesse della società e del diritto. La dottrina postmoderna dei diritti umani ritiene che la natura umana è una realtà che si auto-costruisce in conformità alle diverse opzioni e aspirazioni di ogni individuo. Da lì proviene la cosiddetta “dottrina del genere”, consistente nel riconoscimento della possibilità che ogni persona autodetermini quello che vuole essere, indipendentemente dal sesso, dalla etnia, dalla appartenenza sociale, ecc. A rigore di logica, potrebbe non essere distante il giorno in cui un uomo preferirà ritenersi un animale o una pianta e che domandi diritti per la sua nuova “identità auto-determinata”.

Diverse Costituzioni nazionali hanno accolto nel loro ordinamento giuridico il concetto dei “diritti alla differenza”. Non a caso il giurista argentino Fernando Segovia segnala che «il costruttivismo antropologico significa l’elettività dell’io, elettività del nostro corpo, (…) della nostra biografia, (…) della nostra sessualità, (…) cose di cui possiamo disfarci ed adottarne altre (…). I di ritti a Ila libera sessualità, al matrimonio degli omosessuali e all’aborto fanno parte di queste decostruzioni culturali» (Personalismo, sexualismo y disolución en la posmodernidad. Una critica a la conceptión liberal de los derechos, 2012). Orbene, se non si mira più ad un “bene comune” oggettivo bensì alle mille “elettività”, secondo le bizze di ognuno, il risultato non potrà essere che la famiglia e la società, così come sono esistite in tutti i tempi e luoghi, tenderanno a scomparire.

Un immenso passo nella Guerra Psicologica Rivoluzionaria

II denominatore comune degli esempi elencati – che sono ben lungi dall’esaurire l’argomento – rivelano che certe forze non demordono dal desiderio di finirla con quanto rimane di un ordine naturale e cristiano in Occidente, tentando di implementare la vecchia utopia di uno stato di cose anarchico e ugualitario. Con la “decostruzione” ci troveremo, dunque, a uno dei passi finali di quella Guerra Psicologica Rivoluzionaria, descritta da Plinio Corréa de Oliveira nel libro Trasbordo Ideologico Inavvertito e Dialogo, recentemente rilanciato in italiano dalla casa editrice II Giglio, Napoli, dicembre 2012.

Infatti, l’autore denunciava negli anni Sessanta la manovra allora comunista, consistente nel trasbordare in modo inconsapevole gli anticomunisti da una posizione di rifiuto ad una posizione d’indifferenza e a volte di simpatia verso il comunismo, mediante l’uso di certe arguzie semantiche, le “parole talismano” appunto. Queste, a forza di venire ripetute, hanno l’effetto quasi magico di rendere accettabili contenuti rivoluzionari che originanamente sarebbero stati rifiutati.

Come detto sopra, gli sforzi di sostituire l’ordinamento naturale e cristiano non solo vanno avanti ma si sono persine rinvigoriti dopo il 1989. A questo fine, il metodo del “trasbordo ideologico inavvertito” è più attuale di mai. Assieme ad altre, la parola “decostruzione” sembra uno dei “talismani” adoperati per imprimere nuove accelerazioni al processo di secolarizzazione della rimanente Cristianità. Il solo fatto di rendercene consapevoli serve, in certa maniera, ad esorcizzare il fenomeno, giacché il metodo rivoluzionario – come tutte le tentazioni – consiste più nell’insinuarsi che nell’imporsi ed una volta esplicitate perdono parte del loro carico distruttivo.

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