Ricostruire il territorio, custodendo la persona e la bellezza: una riflessione sulla sciagura di Ischia

Nazione Futura 4 Dicembre 2022

di Francesco Capolupo

L’alluvione che ha colpito il comune di Casamicciola sull’isola di Ischia, offre purtroppo l’ennesima occasione alla nostra popolazione, per fare i conti con il dramma della morte e della distruzione.

Molti giornali puntano l’indice sulla “natura matrigna” che non serba pietà per il nostro territorio, seminando tragedie; il Governo stanzia fondi per le prime necessità e la Procura indaga sulle responsabilità di chi non ha demolito case abusive o addirittura autorizzato progetti tecnici a dir poco folli. Possiamo veramente scaricare l’unica responsabilità ad una presunta potenza devastatrice della Natura o quantomeno chiederci se tutto questo non ci richiami ad alcune domande che abbiamo assopito da tempo: che cerchiamo nella nostra vita? Perché lavoriamo, costruiamo e dove recuperiamo la speranza dopo eventi come questo?

Nella feconda età ellenistica, dopo aver lungo viaggiato, Epicuro si ritirò ad Atene dove realizzò il celebre “giardino”, una vera comunità che ospitava chiunque fosse interessato ad approfondire un’unica attività: la ricerca della felicità.

Secondo Epicuro, le malattie fondamentali dell’uomo sono le paure ed occorre trovare una cura con la quale affrontare la paura della morte, la paura degli dei, la paura della sofferenza, etc.. per poter essere poi liberi di raggiungere la felicità.

La soluzione consiste nel “tetrafarmaco”: quattro verità che si prestano ad essere regole di vita da tenere sempre presenti, quali armi contro le paure:

  1. Gli dei non sono da temere, in quanto per loro natura non si interessano delle vicende umane;
  2. Non si deve temere la morte, poiché se c’è lei non ci siamo noi;
  3. Il bene è facile a procurarsi;
  4. Il male è facile a tollerarsi poiché il dolore è una condizione provvisoria e di breve durata.

Il “tetrafarmaco” rappresenta, in qualche modo, il “credo” ispiratore di un certo agire della politica su questo tema: una sorta di anestesia generale che non tiene conto del futuro delle comunità, della loro sicurezza, del loro benessere spirituale (che non significa clericale): vivi senza domande, senza scopi, fruisci di tutto subito perché nulla resta per sempre, neanche la bellezza che puoi credere di conquistare e gestire per il tuo egocentrico benessere. Dovremmo avere paura di non avere paure, di non porci domande e impedire così una ricerca di cose “alte” che danno senso al nostro agire.

Nel pensiero di San Tommaso d’Aquino, la bellezza è caratterizzata da alcuni elementi costitutivi, che sono «integrità o perfezione» (integritas sive perfectio), che indica la compiutezza e l’assenza di deformità o difetti di qualunque genere; «dovuta proporzione o armonia» (debita proportio sive consonantia), che indica la proporzione e il rapporto opportuno per ogni cosa; e «splendore» (claritas), che, nel suo senso più metafisico, indica come la bellezza risplenda e manifesti se stessa. Essi, infatti, devono essere intesi nella totalità della metafisica tomista, che li lega intimamente all’essere e li attribuisce non solo e non tanto alle realtà fisiche, quanto piuttosto allo stesso intelletto umano e sommamente alle realtà spirituali: è in queste ultime che si dà la bellezza maggiore (così come esse sono ontologicamente più perfette).

La proporzione dovuta, ad esempio, in ultima analisi sembra raccordare ogni ente a Dio. Dunque, non c’è equivocità tra bellezza corporea e bellezza spirituale e Dio è la fonte di entrambe. Nello stesso tempo, per San Tommaso «belle sono le cose che viste piacciono» («pulchra dicuntur quae visa placent»). Il pulchrum intrattiene con il piacere (delectatio) un rapporto privilegiato, forse più del bene, ed un rapporto costitutivo: la bellezza appaga il desiderio (tecnicamente, l’Aquinate scrive l’«appetito») al solo guardarla, senza che sia necessario raggiungerla od appropriarsene in altro modo. Si noti che è il piacere intellettuale, che in questo caso è coinvolto in quanto deriva dalla bellezza intellettuale, ad avere una dignità maggiore: per San Tommaso, esso non è una semplice delectatio, che è propria anche degli animali, ma consiste più propriamente nel gaudium.

Quel che si può dire qui, dunque, è che se ogni ente è bello, allora la realtà per noi risplende e suscita il nostro piacere al solo guardarla (anche senza possederla). L’Aquinate insegna che la bellezza risplende nel mondo sensibile, ma non è confinata in esso e, anche se per noi è più difficile scorgerla, si trova sommamente al di là di esso.

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