Negli Emirati ritorna alla luce un pezzo di storia dei cristiani dell’Arabia preislamica   

Tempi 7 Novembre 2022

Scoperto sull’isola di Siniyah un monastero risalente al periodo preislamico. L’annuncio arrivato mentre in Papa era in Bahrein. Per gli emiri è «un esempio di tolleranza religiosa»

Amedeo Lascaris

In Occidente la Penisola araba, in particolare la parte che affaccia sul Golfo Persico, è solitamente associata alla religione islamica. La presenza cristiana precedente alla predicazione di Maometto tra il VI e il VI secolo dopo Cristo resta spesso confinata a un paragrafo dei manuali di storia medioevale nella parte dedicata all’espansione islamica oppure al lungo scontro (363-628 d.C.) tra Impero romano – poi Bizantino – e l’Impero sassanide di Persia.

Un monastero cristiano preislamico sull’isola di Siniyah

Solo appassionati o studiosi conoscono la storia del regno dei Lakhmidi (300-602 d.C.), vassalli dell’Impero sassanide, la cui capitale Al Hirah (nell’Iraq meridionale) fu un importante centro della Chiesa d’Oriente (i cosiddetti nestoriani) le cui origini risalirebbero alla predicazione di San Tommaso Apostolo. Le testimonianze del passato cristiano della Penisola araba, in particolare nell’area del Golfo Persico sono concentrate nei testi della tradizione siriaca, mentre le vestigia sono poco conosciute e spesso mal conservate.

Solo di recente alcuni Paesi del Golfo hanno iniziato un dialogo aperto con il cristianesimo – come testimoniato dallo storico viaggio di Papa Francesco nel febbraio del 2019 negli Emirati e da quello recentissimo nel regno del Bahrein – che ha portato le stesse autorità a “sponsorizzare” anche la storia cristiana preislamica nel tentativo di fornire un’immagine tollerante e non più associata solamente all’integralismo islamico. Proprio mentre il Pontefice si trovava in Bahrein, il 3 novembre la stampa emiratina ha dato ampio spazio alla notizia di un’importante scoperta di un monastero cristiano risalente al periodo preislamico sull’isola di Siniyah nell’emirato di Umm al Quwain, il più piccolo dei sette che compongono la confederazione degli Emirati Arabi Uniti.

Un villaggio accanto al monastero

La scoperta del monastero dell’Isola di Siniyah è la seconda negli Emirati dopo quella fatta nel 1992 sull’Isola di Sir Bani Yas, oggi riserva naturale e sede di hotel di lusso, situata al largo della costa di Abu Dhabi, vicino al confine saudita. L’annuncio del ritrovamento del monastero di Siniyah, è stato fatto il 3 novembre dallo sceicco Majid bin Saud bin Rashid Al Mualla, capo del Dipartimento del Turismo e delle Antichità di Umm al Quwain, alla presenza del ministro della Cultura, l’imprenditrice Noura bint Muhammad Al Kaabi, simbolo del nuovo corso di “tolleranza e inclusione” iniziato negli Emirati. L’isola, il cui nome significa “luci lampeggianti” probabilmente a causa dell’effetto del sole rovente sopra la sua testa, ha una serie di banchi di sabbia che escono da essa come dita storte. Su uno di questi banchi, a nord-est dell’isola, gli archeologi hanno scoperto il monastero.

La datazione al carbonio di alcuni dei campioni prelevati dagli archeologi data la fondazione del monastero tra il 534 e il 656 d.C. In base a quanto si evince dalle fotografie aeree il nucleo si sviluppava intorno a una chiesa a navata unica. I vari ambienti suggeriscono inoltre la presenza di una fonte battesimale e di un forno per preparare il pane impiegato per l’Eucarestia. Accanto al monastero si trova un secondo edificio con quattro stanze, probabilmente intorno a un cortile, forse la casa di un abate o di un vescovo. Il ministero della Cultura degli Emirati Arabi Uniti ha in parte sponsorizzato lo scavo, che continua nel sito. A poche centinaia di metri dalla chiesa, si trova un insieme di edifici che gli archeologi ritengono siano i resti di un villaggio preislamico sorto insieme al monastero.

Una terra cristiana prima dell’islam

Come sottolineato dallo sceicco Majid, citato dall’agenzia di stampa emiratina Wam «la scoperta aiuta a comprendere la nostra storia antica, una storia ricca di esempi di tolleranza religiosa e di accettazione della diversità umana e culturale, e il monastero è un’altra testimonianza dell’esistenza di confessioni cristiane che hanno vissuto in passato fianco a fianco con la comunità islamica sulla costa degli Emirati».

In base a quanto emerso dagli scavi il monastero è stato costruito con le rocce che si trovano nell’isola e le pareti e i pavimenti sono stati ricoperti con intonaco di calce. La ceramica e il vetro estratti dal sito indicano che gli abitanti del monastero avessero rapporti commerciali anche al di fuori dell’area, estendendosi fino all’Iraq e all’India, area in cui tra il V e il VI si estendeva il Cristianesimo orientale.

Altri siti religiosi sono stati scoperti negli anni anche in Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita. Proprio nel regno in cui vive il Custode dei luoghi sacri dell’Islam sorge una delle testimonianze più antiche della Chiesa orientale, la Chiesa di Jubail, risalente al IV secolo. Situata nel deserto a sud di Jubail, uno dei centri petroliferi del Regno saudita sul Golfo Persico, la chiesa era ricoperta dalla sabbia quando nel 1986 venne scoperta in modo del tutto fortuito a causa dello schianto di una dune buggy contro una delle strutture in muratura. In seguito, una serie di scavi rivelò un antico luogo di culto decorato con croci. L’edificio è stato per anni in stato di degrado e ha subito anche atti vandalici, mentre le croci sarebbero state ricoperte con il cemento.

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