La grande importazione delle mutilazioni genitali alle donne in Francia  

Tempi 2 Settembre 2022

Inchiesta del Figaro: raddoppiate in dieci anni le donne vittime di infibulazione, escissione e stiramento del seno, ma le neofemministe discutono del sessismo dei barbecue

Mauro Zanon

Parigi. Gli ultimi dati ufficiali disponibili risalgono a dieci anni fa. Secondo una stima del governo francese, le donne vittime di mutilazioni genitali viventi in Francia erano circa 125mila attorno al 2010. Erano la metà nei primi anni 2000, oggi invece sarebbero almeno il doppio, secondo quanto riportato da un’inchiesta choc del Figaro che ha consultato alcuni addetti ai lavori, e in primis ginecologi, preoccupati da una piaga che una certa Francia fa finta di non vedere o sottovaluta.

Ragazze con mutilazioni genitali al pronto soccorso

All’ospedale della Concezione, a Marsiglia, il dottor Cohen-Sohal, ginecologo, riceve ogni settimana «dalle cinque alle dieci donne vittime di mutilazioni genitali», secondo quanto dichiarato da quest’ultimo al Figaro. A Parigi, nel Sedicesimo arrondissement, la dottoressa Sylvie Abraham, chirurgo specializzato nella ricostruzione dell’apparato genitale femminile, constata la stessa situazione. «Vedo sempre più donne mutilate. Queste donne non vengono da me sempre per questo motivo e alcune non sanno nemmeno di essere state amputate», ha spiegato la dottoressa.

Escissione, ossia l’asportazione del clitoride praticata sulle fanciulle all’epoca della pubertà in particolare presso le popolazioni musulmane, stiramento del seno, infibulazione: sempre più donne di origine africana, sotto la pressione delle loro famiglie, sono vittime di queste pratiche spaventose e assolutamente illegali in Francia. Come sottolineato dal Figaro, una parte di queste donne mutilate in Africa «riproducono lo schema comunitario forzando anche le loro figlie all’escissione».

Secondo uno studio di Santé publique France, il 34 per cento delle donne nate in Costa d’Avorio tra il 1990 e il 1996 sono state mutilate, percentuale che lievita al 58 per cento per le donne originarie del Burkina Faso, all’83 per cento in Mali e persino al 97 per cento in Guinea (paese che, stando ai dati del ministero dell’Interno, figura tra i cinque paesi che presentano il più alto numero di richieste d’asilo in Francia).

La situazione, complice un’immigrazione di provenienza africana sempre più elevata, sta sfuggendo di mano. Secondo l’Haute autorité de Santé, la percentuale di ragazze minorenni minacciate, provenienti da una famiglia originaria di un paese dove vengono praticate escissione e infibulazione, si aggira tra il 12 e il 20 per cento. Le mutilazioni, in Francia, avvengono in maniera clandestina, visto che sono punite dai 10 ai 20 anni di prigione, a seconda che la vittima sia minorenne o maggiorenne.

Alcune fonti interne alla polizia consultate dal Figaro, hanno detto che non esistono delle “reti” di “mutilatori” che operano in Francia. O meglio, “non ufficialmente”. «Perché ci avvertono solo dei casi isolati attraverso segnalazioni al procuratore», ha precisato al Figaro una delle fonti, prima di aggiungere: «Alcuni anni fa, chi praticava le mutilazioni incassava 1.000 euro per ogni operazione nel quartiere di Barbès». Situato nel Diciottesimo arrondissement di Parigi, Barbès è il quartiere con la più alta concentrazione di popolazione di origine africana e di religione musulmana. Non sorprende dunque che la polizia evochi questa zona di Parigi.

Ragazze mandate a farsi mutilare in Africa

Secondo Ghada Hatem-Gantzer, fondatrice dell’associazione la Maison des femmes a Saint-Denis, alcune famiglie, per aggirare la legge francese, «mandano le loro figlie a farsi mutilare in Africa, lì dove vivono nonni e zie, durante le vacanze scolastiche estive». In alcuni quartieri francesi, a immagine di Barbès, è diventata “la norma” presso certe comunità, secondo l’esperienza personale della consigliera comunale di Meaux Saly Diop, arrivata in Francia a cinque anni e vittima di escissione all’età di tre mesi in Senegal. A Beauval, periferia difficile di Meaux, dove è cresciuta, Saly Diop ha continuato a constatare l’esistenza di questa «pratica importata, frutto di popolazioni con pochi studi alle spalle, ma convinte di perseguire il bene».

Molte sue amiche, adolescenti all’epoca, erano state spedite nei rispettivi paesi d’origine dei loro genitori «senza essere al corrente del motivo del viaggio. Accade anche oggi». Il tutto, nel silenzio delle femministe francesi che, alla stregua di Sandrine Rousseau, esponente dei Verdi e star del neofemminismo, preferiscono prendersela con il “gravissimo” problema dei barbecue in Francia, “pratica virile e sessista”, da uomini bianchi eterosessuali, che deve al più presto essere messa al bando.

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