Come avvenne il “trasbordo ideologico inavvertito” nel cattolicesimo sociale

Tradizione Famiglia Proprietà Newsletter 12 Maggio 2022

Tratto da Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri, Cantagalli, Siena 2014, pp. 22-36.

di Julio Loredo

Nel secolo XIX, come risposta cattolica alla cosiddetta “questione sociale” – cioè il terremoto provocato dalla rivoluzione industriale che, sradicando milioni di persone dal loro habitat naturale, creò il proletariato – sorse la corrente chiamata “cattolicesimo sociale”, che intendeva venir incontro ai bisogni, davvero enormi, di questa infelice classe.

Nel suo insieme, la corrente faceva proprio il Magistero della Chiesa, esercitando sulla società un influsso salutare ispirato al Vangelo. Man mano, però, alcuni settori si lasciarono influenzare dallo spirito e dalle dottrine rivoluzionarie, dando forma a una corrente progressista. Da qui la distinzione fra un cattolicesimo sociale conservatore o tradizionalista e uno liberale o progressista.

Il fenomeno più curioso, però, fu il lento scivolare di alcuni settori del cattolicesimo sociale tradizionalista verso posizioni che, poco a poco, si approssimarono a quelle progressiste, fino a, in non pochi casi, giungere a posizioni apertamente socialiste.

conte Albert de Mun

Un caso indicativo è quello del conte francese Albert de Mun (1841-1914), figura centrale di un vasto movimento chiamato Oeuvre des Cercles Catholiques d’Ouvriers. L’ampiezza della sua migrazione dottrinale – dal tradizionalismo al socialismo – lo rende un esempio paradigmatico del tipo di trasbordo ideologico verso sinistra verificatosi in ampi settori del cattolicesimo sociale.

Ufficiale di cavalleria, de Mun era monarchico legittimista. Il suo lemma era semplice e diretto: “Guerra alla Rivoluzione!”. Il suo programma era altrettanto chiaro: “Opposizione alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, fondamento della Rivoluzione, e proclamazione dei diritti di Dio, fondamento della Contro-Rivoluzione” (1). Sollecitato a definire la sua posizione, scrisse: “Il Sillabo è la nostra bandiera” (2). De Mun definiva il suo movimento come “la Contre-Révolution en marche”.

Tali dichiarazioni di fede ultramontana, tuttavia, mal celavano una carenza di fondamenti dottrinali. L’impegno sociale del nobile francese era guidato da un generoso, benché vago e romantico, desiderio di aiutare i poveri, piuttosto che da solidi principi derivanti da una buona conoscenza della dottrina cattolica e da una metodica osservazione della realtà.

Il vuoto dottrinale, sommato all’ottimismo riguardo al progresso industriale, fece sì che l’Oeuvre, e con essa molti settori del cattolicesimo sociale, cadessero prede di un astuto processo di trasbordo ideologico che li condusse gradualmente verso sinistra.

Trascinati da questo processo, questi settori cominciarono a sostenere posizioni condivise con quest’ultima. In un primo momento si trattava di coincidenze strategiche piuttosto che dottrinali. A poco a poco, mentre si razionalizzavano le coincidenze, le idee socialiste cominciarono a diffondersi fino a diventare dominanti. L’importanza di questo processo, ripetutosi poi in parecchi ambienti cattolici fino ai nostri giorni, è meritevole di un breve approfondimento.

L’interazione delle simpatie e delle fobie. A prima vista, la deriva dalla destra al socialismo può apparire sconcertante. Invece, è il risultato di un astuto stratagemma di propaganda rivoluzionaria, ancor oggi in atto, e che il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira ha chiamato “trasbordo ideologico inavvertito” (3). Lo stratagemma poggia sulla manipolazione di due costellazioni di impressioni contrastanti – alcune di simpatia, altre di fobia – e dalla coincidenza o discrepanza di esse con disposizioni apparentemente simili dei socialisti. Vediamo il processo al rallentatore.

La simpatia: predilezione per le corporazioni medievali. Il primo fattore da prendere in considerazione, al fine di capire questo sconcertante processo di trasbordo ideologico, è la grande predilezione dei cattolici tradizionalisti per le corporazioni medievali, parte integrante di un più ampio ideale di restaurazione della civiltà cristiana.

Quasi per naturale reazione di difesa contro lo sfacelo provocato dalle rivoluzioni francese e industriale/capitalista, vasti settori dell’opinione pubblica europea avevano cominciato a guardare con nostalgia verso quella “dolce primavera della fede” in cui, nelle parole di Leone XIII, “la filosofia del Vangelo governava la società” (4), anelando il suo restauro come l’unico rimedio al caos rivoluzionario. L’Ottocento conobbe quindi un’ampia rivalutazione del Medioevo cristiano. Si pensi, per esempio, al fiorire dello stile neogotico e alla riscoperta del canto gregoriano. I cattolici erano, quasi per definizione, difensori della restaurazione della civiltà cristiana, secondo il lemma paolino (Ef 1,10) più tardi adottato da s. Pio X: “Instaurare omnia in Christo”. In particolare, anelavano la restaurazione delle corporazioni e degli altri corpi intermedi della società organica.

La fobia: un radicato rifiuto del capitalismo liberale. All’estremo opposto, troviamo in molti cattolici dell’Ottocento un radicato rifiuto del capitalismo liberale, definito dal pensatore americano Michael Novak “capitalismo democratico” (5). Figlio dell’Illuminismo, legato allo spirito protestante al punto di essere considerato una sua emanazione, il capitalismo liberale provocava nei cattolici tradizionalisti un rifiuto non solo dottrinale ma anche emotivo.

Tale reazione era aggravata dall’anticattolicesimo sfoggiato da molti rappresentanti della corrente liberale capitalista, a cominciare da Adam Smith (1723-1790), che scrisse: “La costituzione della Chiesa di Roma può essere considerata il più formidabile disegno mai concepito contro (…) la libertà, la ragione e la felicità del genere umano” (6). Non sorprende, dunque, che molti cattolici vedessero nel capitalismo liberale un fenomeno eversivo, cioè distruttivo dell’ordine tradizionale.

Acuiva viepiù tale antipatia l’ascesa della nuova classe borghese di spirito volterriano, che si sostituiva alla vecchia aristocrazia nella direzione degli affari pubblici, imponendovi toni e modi sgarbati, pragmatici e calcolatori dove prima avevano prevalso la raffinatezza, la generosità e l’eroismo, sostituendo alla preminenza dell’educazione e delle buone maniere quella del denaro. Era l’inizio della diffusione di quello spirito che poi si chiamerà “americanista”.

Simpatia incipiente per le posizioni della sinistra. Sia la predilezione per le corporazioni, sia il rifiuto del capitalismo liberale, coincidevano (almeno in apparenza) con le simili disposizioni di parte socialista, suscitando in alcuni ambienti del cattolicesimo sociale una nascente simpatia per le posizioni della sinistra.

Tolto il carattere spesso laicista e anticattolico, non dimostrava anch’essa un lodevole desiderio di migliorare la condizione dei proletari? Non voleva anch’essa organizzare corpi intermedi – i sindacati – che, almeno formalmente, si assomigliavano alle corporazioni? Non coincidevano cattolici e socialisti nel rifiuto al capitalismo democratico? Queste coincidenze formali erano abilmente sfruttate dalla propaganda rivoluzionaria, innescando in molti settori del cattolicesimo sociale un processo di trasbordo ideologico verso la sinistra.

Strategia del trasbordo ideologico. Il trasbordo si sviluppò lungo due assi: in primo luogo, si esageravano artificiosamente le sofferenze dei lavoratori, aggravando così la compassione sentimentale nei loro confronti, un atteggiamento in apparenza condiviso anche dalla sinistra; in secondo luogo, si incuteva una sorta di apatia rinunciataria di fronte al trionfo del socialismo, ritenuto inevitabile, visto lo “spirito dei tempi”. Il processo può essere così tratteggiato:

1) Accentuazione, dottrinale e temperamentale, dell’antipatia dei cattolici sociali per il capitalismo liberale e, a contrario sensu, della loro simpatia per lo schema corporativo.

2) Attenuazione dei punti di discordia: qualsiasi problema che potesse generare conflitto fra cattolici e sinistra era, per quanto possibile, attenuato o nascosto.

3) Manipolazione delle impressioni: le simpatie e le antipatie venivano man mano svuotate del loro significato originario e caricate di nuovi significati. Mentre il rifiuto del capitalismo democratico era gonfiato fino a comprenderne anche gli aspetti legittimi, la difesa dei corpi intermedi era trasformata nella difesa dei sindacati operai.

4) Ricerca di affinità con la sinistra: si insinuava, quindi, che tali disposizioni erano condivise dalla sinistra.

5) Simpatia per la sinistra: la sinistra era idealizzata come il “partito dei poveri”, il “partito del cuore”, e i suoi leader come persone generose, idealiste e aperte.

6) Avversione per la destra: pari passu, la stessa propaganda dipingeva la destra come “il partito dei ricchi avidi” e i loro capi come persone insensibili, arroganti e chiuse.

7) Collaborazione con la sinistra: la nascente simpatia per la sinistra conduceva a collaborarvi, inizialmente in occasioni mirate, come ad esempio uno sciopero. Occasioni che tendevano a moltiplicarsi, convogliando settori sempre più ampi del cattolicesimo sociale ad affiancare con crescente frequenza la sinistra nelle iniziative popolari.

8) Accettazione del socialismo: l’ultimo passo era convincere i cattolici sociali già ingaggiati nel processo che i poveri erano difesi meglio dall’ideologia dei loro nuovi compagni, cioè dal socialismo.

Un esempio classico fu lo scivolare dell’Oeuvre des Cercles Catholiques d’Ouvriers verso lo statalismo socialista. Francesco Saverio Nitti così riassume la deriva: “Il socialismo cattolico predicato dal conte de Mun ha avuto tre periodi assai differenti. Nel primo, l’Oeuvre ha sostenuto la necessità assoluta del ritorno al regime corporativo, nel secondo, dopo la legge sui sindacati, ha cercato la diffusione dei sindacati misti, nel terzo, infine, disperando nel ristabilimento delle corporazioni, ha sostenuto la necessità di riforme economiche profonde da parte dello stato, accentuando in tal modo le sue tendenze verso il socialismo di stato”. (7)

Ambiguità dottrinali. La deriva all’interno dell’Oeuvre, un’avvisaglia di quanto stesse succedendo in vasti settori del cattolicesimo sociale europeo, chiedeva naturalmente una razionalizzazione. Cercando di giustificare la deriva, molti cattolici sociali cominciarono a sostenere idee sempre più vicine al socialismo.

Reagendo contro l’eccessivo individualismo del capitalismo liberale, i cattolici sociali tendevano a sminuire i legittimi diritti della persona, ponendo invece l’accento sugli elementi sociali o comunitari. Se ciò fosse stato ispirato dal sano intento di restituire organicità alla società, avrebbe certamente contribuito a ripristinare l’equilibro sociale; tuttavia questi cattolici sembravano ignorare la presenza in campo di forze rivoluzionarie potentissime che miravano a una simile direzione e con cui, oggettivamente, entravano in sintonia.

Facendo del “sociale” il criterio dominante finivano per dimenticare la persona e per sostenere uno statalismo interventista che è l’esatto opposto della società organica tradizionale, la quale si costruisce sempre “dal basso” e mai “dall’alto”.

Parallelamente, il precetto cristiano di aiuto e carità verso i poveri cominciò a essere enfatizzato, fino a diventare una sorta di comandamento cardine. La più grande iniquità del tempo, si diceva, era la povertà dei proletari. Conseguentemente, la missione precipua dei cristiani cominciò a essere presentata in termini di “opzione preferenziale per i poveri” (per utilizzare il linguaggio moderno).

Alcuni teologi e scrittori cominciarono a esaltare i poveri come i destinatari privilegiati della predicazione evangelica, come il fondamento del mondo futuro che si voleva costruire. Non si esagera nell’affermare che la legittima preoccupazione per le classi più disagiate fu man mano travisata in una sorta di “mistica dei poveri”, portata al parossismo nel secolo XX dalla Teologia della liberazione e da certe correnti populiste.

Complice il romanticismo diffuso, la “mistica dei poveri” fu facilmente inquinata di spirito egualitario, sicché alla preoccupazione per i poveri cominciò a sommarsi una crescente avversione contro i loro pretesi oppressori: i padroni. La propaganda rivoluzionaria, presentando i poveri sotto una luce bonaria, denigrava i padroni dipingendoli come sanguisughe senza cuore.

La deplorevole apatia, e perfino l’altezzoso disprezzo purtroppo mostrato da taluni padroni rafforzava tale percezione. Conseguenza fu che cominciò a serpeggiare anche in ambienti del cattolicismo sociale un incipiente spirito di lotta di classe, che man mano sostituiva lo spirito di cooperazione cristiana. Questi ambienti erano talvolta definiti come l’ala “populista” del cattolicesimo sociale.

A braccetto con i socialisti. Come risultato del processo di trasbordo ideologico, molti cattolici sociali si trovarono sempre più spesso schierati con la sinistra socialista. Lungi dal celare tale situazione, se ne vantavano. “Io non arretro di fronte alla convergenza con i socialisti – dichiarava Albert de Mun nel 1889 – Coincideremo ancora in molti altri punti. Lungi dal temere ciò, me ne vanto” (8).

I socialisti ricambiavano la cortesia. Parlando a nome dei deputati socialisti, A. Ferroul affermava: “Io ho letto le dichiarazioni di de Mun. I miei amici ed io non possiamo che applaudire. Le sue rivendicazioni non solo in realtà che le rivendicazioni formulate dai congressi socialisti” (9).

Sul finire del secolo, la convergenza con i socialisti era diventata quasi completa. “Tranne in alcuni punti che riguardano la religione, il programma di de Mun e degli scrittori dell’Association catholique non è che quello dei socialisti di stato più avanzati”, osservava all’epoca Francesco Saverio Nitti (10).

marcheseTour du Pin

Il più entusiasta della convergenza con i socialisti era il marchese de la Tour du Pin, poi figura di spicco della destra nazionalista francese. Illustrando la sua posizione, egli scriveva nel 1889: “Alla luce dei principi cui ci hanno condotto i nostri studi, è facile affermare che non v’è una dose più preponderante di materialismo nelle rivendicazioni del socialismo rivoluzionario che in quelle dell’economia liberale. Nondimeno, troviamo più umanità nel socialismo. (…) Praticamente tutto ciò che v’è di giusto nelle rivendicazioni del socialismo rivoluzionario, nella sostanza se non nella forma, trova un perfetto riscontro nella nostra visione di sistema corporativo” (11).

Non sorprende, dunque, che egli proclamasse: “Marciamo insieme con i socialisti. Lo ribadisco ancora: non ci interessa avere o no dalla nostra parte i conservatori e i loro lamenti moribondi”[12]. Più volte egli definì la sua posizione “socialismo cristiano”.

Una notazione finale aggiunta dall’autore del libro:

Questo tipo di trasbordo ideologico inavvertito esige dai cattolici di ogni epoca uno sforzo raddoppiato per non esserne trascinati. Uno sforzo che ha come fulcro non solo l’analisi oggettiva e spassionata dei fenomeni in corso, radicata nelle solide fondamenta del Magistero di Santa Romana Chiesa, ma, soprattutto, la fiducia soprannaturale in Colei che “sola vinse tutte le eresie nel mondo intero” e che, anche nei nostri giorni, ha promesso il trionfo del suo Cuore Immacolato.

Note

1) Albert De Mun, Discorso inaugurale alla Camera dei deputati, 1876, cit. in Emmanuel Barbier, Histoire du catholicisme libéral et du catholicisme social en France. Du Concile du Vatican à l’avénement de S.S. Benoît XV (1870-1914), Imprimerie Y. Cadoret, Bordeaux 1924, vol. I, p. 349.

2) Albert De Mun, Questions sociales, p. 99, cit. in Id., vol. I, p. 351. Si riferiva, ovviamente, al Syllabus errorum, documento emanato nel 1864 da Pio IX contenente un dettagliato elenco degli errori liberali in campo teologico, filosofico, morale e socio-politico.

3) Plinio Corrêa de Oliveira, Trasbordo ideologico inavvertito e Dialogo, Editoriale Il Giglio, Napoli 2012.

4) Leone XIII, enciclica Immortale Dei, 1 novembre 1885.

5) Michael Novak usa l’espressione nel senso di un triplice sistema che comprende la democrazia liberale nel campo socio-politico, il capitalismo liberale nel campo economico, e il pluralismo liberale nel campo religioso, morale e culturale. Secondo lo scrittore americano, si tratta di tre elementi interdipendenti che non possono essere separati. Cfr. Michael Novak, The Spirit of Democratic Capitalism, Simon and Schuster, New York 1982.

6) Adam Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, in Great Books of the Western World, a cura di Robert Maynard Hutchins, University of Chicago, Chicago 1952, vol. 39, pp. 350-351.

7) Francesco S. Nitti, Il socialismo cattolico, L. Roux e C. Editori, Roma 1891, p. 287.

8) Albert De Mun, Discours à l’Assemblée de Romans, 10 novembre 1889, cit. in Emmanuel Barbier, Histoire, vol. II, p. 224.

9) A. Ferroul, in “Réforme sociale”, 15 maggio 1890, p. 601, cit. in Francesco S. Nitti, Il socialismo cattolico, p. 265.

10) Ibid., p. 277.

11) Cit. in Emmanuel Barbier, Histoire, vol. II, pp. 224-225.

12) Cit. in Jean De Fabrègues, Le Sillon de Marc Sangnier. Un tournant majeur du mouvement social catholique, Libraire Académique Perrin, Paris 1964, p. 70.

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