Cara Europa, sicura di voler adottare lo stile di vita Usa?

Dal Blog di Nicola Porro

29 Aprila 2022 

di Rino Cammilleri  

Graecia capta ferum victorem cepit. Con questa frase di Orazio, nota a quelli che hanno fatto il liceo vero (quello in cui si bocciava ch’era un piacere) si intendeva quanto segue: l’Impero Romano, conquistata la Grecia, ne importò la cultura e perfino gli dei, cui si limitò a cambiare nome (Zeus=Giove, Hera=Giunone, Athena=Minerva, etc.). L’Impero Romano punto 2, cioè gli Usa, hanno fatto il contrario.

Si facevano gli affari propri in base alla c.d. «dottrina Monroe», che suonava così: «l’America agli americani». Cioè, tutta, Nord e Sud, a loro, gli Usa. E la corrotta, decadente, aristocratica Europa, da cui il loro Padri Fondatori avevano preso schifati le distanze, la lasciavano a se stessa. Quando si decisero a intervenire, nella Grande Guerra, loro erano democratici e repubblicani, mentre l’Europa era tutta regni e imperi. Ma erano ancora figli di quella che fu giustamente chiamata Magna Europa, nati da colonie che gli europei, sciamando, avevano disseminato in tutto il mondo.

Finita la guerra se ne tornarono ai fatti loro. Ma con la Seconda tutto cambiò. Compresero che dovevano esportare l’american way of life, che loro giudicavano la migliore in assoluto. I primi a capirlo, al solito, furono i comici: Alberto Sordi in Un americano a Roma e, prima di lui, Renato Carosone con Tu vuo’ fa’ l’americano, due cult rimasti giustamente nel nostro immaginario. Ma ingurgitare una cultura aliena, specialmente da parte di popoli che di cultura ne avevano da vendere, non era facile. Infatti, gli americani per noi erano quelli a cui Totò poteva agilmente rifilare la Fontana di Trevi, quelli che indossavano camicie fiorate di pessimo gusto e venivano a Cinecittà a imparare. Ma ormai il solco era fatalmente tracciato.

Venne il Sessantotto e l’ultima diga fu spazzata via. Nacque, la c.d. Contestazione, non dal Maggio Francese come si crede, bensì dai moti studenteschi di Berkeley, Usa. Anche la c.d. cultura beat ci venne da laggiù. E fu così che pure noi ci vestimmo con le camicie a fiori e ci facemmo crescere i capelli. Il resto ce lo fornì l’appendice europea degli Usa, l’Inghilterra, che per la prima volta nella sua storia cominciò a far baronetti i complessini musicali, con diritto a sedere in Parlamento.

La sartina Mary Quant risparmiò sulla stoffa con la minigonna e i pantaloncini inguinali. Celebre il suo slogan: «Amo la volgarità. Il buon gusto è la morte, la volgarità è la vita». Amen. Da allora fu tutta una discesa verso l’american way of life, che a sua volta scendeva sempre più fino ai livelli odierni. E i livelli odierni sono visibili in una cronaca nera quotidiana che ormai non fa più notizia.

La political correctness è l’orizzonte ideologico in cui si muovono perfino le istituzioni, nazionali e internazionali. Twitter, Google, Facebook sono americane e chi non suona alla loro musica viene cancellato. L’ultima è toccata allinviato di guerra Capuozzo, escluso da Twitter per aver detto che la Nato sa bene da dove partono i missili in Ucraina.

Ma la Nato è a guida americana. E anche l’Onu campa coi soldi degli Usa, così come sua figlia Oms. E poi c’è Hollywood, e il plagio culturale è servito e totale. Come ho già avuto modo di scrivere, mi stava anche bene finché il modello esportato era John Wayne (e pazienza se nell’unico film che diresse, La battaglia di Alamo, le cose stavano diversamente dal mito).

Ora esportano Lady Gaga e love is love. E lo fanno, al solito, with a carrot and a big stick. Forse il papa ha sbagliato mira quando ha consacrato Russia e Ucraina…

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