Cattolici in Ucraina. «Questa è la Pasqua più amara dai tempi dell’Unione Sovietica»

Avvenire sabato 16 aprile 2022    

Il piccolo popolo da Leopoli a Kiev, da Kherson a Odessa, implora che il sangue versato «sia il seme di una pace fertile» 

Nello Scavo

I cattolici in Ucraina sono circa l’11 percento della popolazione. E una parte del piccolo gregge celebra oggi – per i greco-cattolici sarà, invece, domenica prossima come per gli ortodossi – la «Pasqua più amara dai tempi dell’Unione Sovietica». Lo stalinismo aveva provato a cancellare ogni traccia di cristianesimo e la comunità cattolica è stata tra le più bersagliate dalle purghe dell’Urss. Ma oggi, da Leopoli a Kiev, da Kherson a Odessa, sono i cattolici a implorare che il «sangue versato sia il seme di una pace fertile». Senza illusioni, e con realismo, la guerra sta rinsaldando la comunità cattolica: di rito romano, di rito armeno, l’altra di rito bizantino-ucraino e quella greco-cattolica.

Le ore di Kiev scorrono tra entusiasmo e nuove paure. Gli ultimi bombardamenti frenano le speranze di chi aveva tirato su le saracinesche e ricominciato a progettare una vita senza più lutti e altre macerie. Da un momento all’altro si attende che la bandiera italiana torni a sventolare sulla strada Yaroslaviv Val, nel quartiere diplomatico diventato un deserto. Perché la rinascita è anche l’ufficio di un Paese amico che torna ad aprire e che dall’Ucraina non se n’è mai andato. 

Nel mentre, nel sottosuolo delle necropoli, al di sotto delle volte delle chiese ortodosse e di quelle cattoliche, da quasi due mesi si ritrovano cristiani di ogni confessione. «E ci siamo ritrovati a pregare con le stesse parole», racconta Oleg, troppo vecchio per combattere al fronte, ma non abbastanza per dare battaglia a suon di giochi per i bambini più piccoli, costretti a una vita catacombale. Una decina di metri sotto alla superficie della collina, molti pregano. I più «per la vittoria» e perché i mariti tornino a casa dal fronte.

Uniti in preghiera a Kiev cercando parole di pace

L’odio è arrivato fin quaggiù, ma c’è chi prega «per il nemico, perché si ravveda». O almeno perché «venga sconfitto in fretta». Non è facile trovare parole di pace dove la pace non c’è. Eppure c’è chi ci prova. Come i cattolici del movimento dei Focolarini, molti costretti a lasciare Kiev, ma rimasti nel Paese. Quasi ogni sera si ritrovano via zoom da varie parti dell’Ucraina. E pregano. Ininterrottamente da prima che cadesse il primo missile.

Donatella è tra i focolarini che ha trovato riparo con altri a Mukachevo, nella regione della Transcarpazia, a sud di Leopoli. Con i suoi compagni di viaggio è stata accolta in una parrocchia e dalla comunità dei focolari. «Siamo qui in Ucraina. E questo per noi è importantissimo. Non siamo scappati – ribadisce Donatella –. Noi vogliamo vivere e restare in questo Paese». Italiana di Pistoia, Donatella Rafanelli, dal 2019 vive a Kiev nella comunità del Movimento fondato da Chiara Lubich. 

In Transcarpazia il rifugio degli sfollati

Quando la guerra è scoppiata hanno trovato rifugio in un parcheggio sotterraneo. Poi hanno dovuto lasciare la capitale. Erano state offerte molte soluzioni per andare all’estero, «ma il nostro desiderio è tornare a Kiev». È questa la Pasqua di un certo modo di “farsi prossimo”, con speranza e realismo. Quasi nessuno crede più al negoziato. «Penso che l’unica cosa che ci possa aiutare è un miracolo – ripete Donatella a chi la chiama – . E ci fanno un gran bene tutte le notizie che ci arrivano da quanti pregano per noi e manifestano in piazza per la pace. Ci vuole un miracolo». Sono parole che esprimono ancora fiducia, ma riconoscono che molto è perduto e che la strada della guerra sembra senza uscita.

A Mariupol, la Via Crucis dei superstiti 

Nella città martire, la Pasqua sono i volontari della Caritas che continuano anche con gli uffici chiusi il lavoro di sempre: raccogliere notizie, mettere in rete le poche risorse disponibili, sfidare i battaglioni belligeranti per raggiungere chi ha bisogno di una medicina o chi non manda più notizie. Ogni tanto capita di trovarli ancora vivi. Perché Mariupol è la città di una continua strage degli innocenti. E perché neanche ai volontari disarmati è concesso un salvacondotto.

Padre Rostyslav Spryniuk, direttore della Caritas che ha già contato la morte di sette persone, ha raccontato nei giorni scorsi che «due nostre lavoratrici sono state forzatamente portate in Russia», durante una di quelle evacuazioni condotte sotto la minaccia delle mitragliatrici. Le due operatrici, ha poi spiegato padre Spryniuk raggiunto da , erano nel centro Caritas bombardato, «ma in un altro edificio: si sono salvate perché si trovavano sotto le scale. Sono state travolte dalle macerie ma sono riuscite a scavarsi una via d’uscita. Non possiamo rivelare i loro nomi, per non metterle in pericolo».

Chi ha potuto ha percorso vie tortuose per raggiungere Odessa, dove la comunità cattolica ha attrezzato case d’accoglienza e luoghi per riposare prima di riprendere il viaggio verso la Moldavia. A Leopoli, la Pasqua cattolica sarà celebrata da una folta comunità, tra le più grandi dell’intera ucraina. Nella città sul confine con la Polonia, dove si sono trasferite la gran parte delle sedi diplomatiche, sono arrivati da Kiev i volontari della Comunità di Sant’Egidio.

Nella capitale offrivano pasti e supporto a centinaia di persone ogni giorno. La loro sede nel quartiere universitario è stata devastata dalle esplosioni, ma nessuno ha perso la vita. L’altra sede, non lontano da “Maydan”, la piazza simbolo delle rivolte, è ancora intatta e già si pensa a riattivare i servizi. Yuri Lifanse, uno dei leader della Comunità, si è trasferito con altri a Leopoli in attesa di poter rientrare a Kiev. Su Facebook tiene un diario attraverso il quale propone parole per disinnescare l’odio senza nascondere le responsablità. Intanto nascono nuovi centri per l’aiuto ai profughi.

Da Leopoli a Charkiv accoglienza disarmata

A Voloske, sull’altra riva del fiume Dnepr, dove giungono i profughi delle regioni orientali, vengono distribuiti farmaci e prodotti di prima necessità. A Zhovti Vody, più a ovest di Voloske, coperte per le famiglie e le madri con bambini, come anche a Chuhuiv, vicino Charkiv. Poi due centri d’accoglienza che ospitano 400 profughi a Lutsk, vicina al confine polacco e a Chernihiv, dove vengono assistite le persone intrappolate nella morsa della battaglia fino a Zhytomyr e nelle città limitrofe, lungo la via di fuga tra Kiev e Leopoli. Dove la Pasqua è prima di tutto restare in vita. E poi pregare per poter ricostruire insieme.

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