Darwinismo e dottrina cattolica

Charles DarwinStudi Cattolici n.622 Dicembre 2012

II fisico padre Paolo De Lisi, sacerdote missionario di Maria, espone le tesi di fondo della teoria evoluzionista di Darwin (nella foto) e del neodarwinismo, a partire dalla «selezione naturale», accompagnandola con le affermazioni più recenti di scienziati di varie branche della biologia che, contro l’opinione comune che ritiene ormai assodate e vere le concezioni darwiniane, ne evidenziano i punti deboli e superati, intendendo l’evoluzione come dovuta a fattori interni agli organismi più che ambientali. L’autore richiama poi il fatto che anche la Chiesa condanna il darwinismo, ma non l’idea di evoluzione, che sul piano scientifico, conclude lo studio, resta peraltro una mera ipotesi probabile.

Dai documenti del Magistero risulta chiaro questo principio: esclusi alcuni punti inaccettabili – che niente hanno a che fare con la vera scienza – non c’è contraddizione tra la dottrina della creazione e le tesi evolutive, purché rettamente insegnate. Attualmente, rileva De Lisi, i reperti fossili non consentono di stabilire se l’evoluzione della specie umana sia monogenetica o poligenetica (da una sola coppia o da un gruppo di individui), sicché non viene meno il valore di verità della dottrina tradizionale cattolica del peccato originale commesso dal primo uomo e trasmesso ai discendenti per propagazione genetica. Del resto, l’analisi del genoma umano e del Dna mitocondriale ha offerto indizi scientifici a favore del monogenismo.

Paolo De Lisi

Nell’anno 2009 ricorreva il 200 anno dalla nascita di Charles Darwin (1809-1882) e il 150 anno dalla pubblicazione della sua famosa opera Sull’Origine delle Specie (1859). Durante questo «Anno di Darwin» ci furono numerose celebrazioni e convegni in tutto il mondo. Uno di questi — a cui partecipai di persona — fu il meeting «Evolution Rome 2009» tenuto presso la Gregoriana, presenti i più famosi scienziati evoluzionisti del mondo. Ciò dimostra che la Chièsa non ha nessun pregiudizio nei confronti delle teorie evolutive.

Le idee di Darwin, essendo insegnate nelle scuole di ogni ordine e grado, sono note più o meno a tutti. Per comodità del lettore riassumo i punti essenziali: 1) tutte le specie viventi derivano, per trasformazione lenta e progressiva durata milioni di anni, da uno o pochi organismi ancestrali (concetto di evoluzione delle specie); 2) La causa di questa «evoluzione» è principalmente la selezione naturale che favorisce gli individui migliori e più adattati all’ambiente ecologico ed elimina quelli peggiori, determinando così, in modo lento e progressivo, l’avanzamento verso specie sempre più complesse e perfezionate.

Questo processo, governato solo da leggi naturali, avviene in modo casuale e senza alcuna finalità. Questa visione brutale e irrazionale del mondo vivente è sintetizzata dalla chiusa del libro: «Dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, nasce la cosa più alta che si possa immaginare: la produzione degli animali più elevati» (C. Darwin, L’Origine delle specie, Newton Compton, Roma 2010, p. 428).

Alcuni anni dopo (1871) Darwin pubblicò, a coronamento della sua dottrina, L’origine dell’uomo e la selezione sessuale. Nella prima sezione del libro egli pone le basi di quella visione materialistica dell’uomo che ha caratterizzato larga parte della cultura evoluzionista fino ai nostri giorni: «Nondimeno,la differenza mentale tra l’uomo e gli animali superiori, per quanto sia grande, è certamente di grado e non di genere: abbiamo visto che i sensi, le intuizioni, la curiosità, l’imitazione, la ragione ecc., di cui l’uomo si vanta, si possono trovare in una condizione incipiente, o anche talora ben sviluppata, negli animali inferiori» (C. Darwin, L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, Newton Compton, Roma, p. 110).

Insomma, l’uomo non sarebbe altro che una scimmia un po’ più evoluta, e sarebbe privo di qualsiasi principio spirituale. Per provare che l’uomo discende da forme inferiori porta l’esempio degli indigeni della Terra del Fuoco (cap. XXI) che nel Diario del suo viaggio aveva già definito con disprezzo «selvaggi barbari» la cui differenza dall’uomo civile è «maggiore di quella che corre tra gli animali domestici e quelli selvatici» (cfr C. Darwin, The Voyage of thè Beagle: Journal of Researches into the Naturai History and Geology ofthe Countries Visited During thè Voyage of HMS Beagle Round the World, Under the Command of Captain FitzRoy, RN, (1845), Wordsworth Classics reprint, London 1997, pp 198-199).

Sostiene poi che le donne sono meno intelligenti degli uomini, perciò meno evolute (L’origine dell’uomo, cit, pp. 424 e 447). Non vorrebbe inoltre alcuna attività assistenziale perché queste, preservando gli elementi più deboli, permetterebbero che si riproducano gli individui peggiori della società (ivi, p. 116). Vorrebbe anche vietare il matrimonio fra persone con difetti ereditari (ivi).

Nascita e crespuscolo del neodarwinismo

Figlio primogenito della dottrina di Darwin è il neodarwinismo detto anche teoria sintetica o sintesi moderna. Elaborato negli anni Trenta dai biologi Theodosius Dobzhandsdy, Ernst Mayr, George G. Simpson, J. Huxley e altri, questa teoria apparentemente nuova cerca di conciliare le idee di Darwin con la genetica mendeliana. Mendel dimostrò che i caratteri ereditari sono trasmessi attraverso unità (i geni) che si mantengono inalterate e si conservano singolarmente a ogni generazione, perciò la regola non è la variabilità, ma la stabilità delle specie. Darwin, al contrario, riteneva che le specie si modificassero nel tempo in modo quasi continuo (Origine delle specie, cap. II).

La teoria sintetica ipotizzò allora che alcune mutazioni casuali nella struttura biochimica dei geni, causando piccole variazioni negli organismi, avrebbero determinato, in modo graduale e dopo milioni di anni, la trasformazione di una specie in un’altra più progredita. La selezione naturale operata dall’ambiente avrebbe agito da filtro per mandare avanti le specie più adattate e migliorate ed eliminare le altre. La «sintesi» è una teoria complessa e sofisticata, ma essenzialmente riduttiva: tutto si spiega – secondo i suoi seguaci -con l’azione dei geni; l’impianto darwiniano resta comunque conservato.

Il neodarwinismo ha dominato in biologia per più di quarant’anni ed è stato insegnato (e lo è tuttora!) in tutte le scuole. Solo dopo gli anni ’70 cominciò il suo declino, ma sono ancora molti che lo difendono ostinatamente (i cosiddetti «ultradarwinisti»). Esponenti di spicco di questa scuola sono stati Jacques Monod e Richard Dawkins. Al di là di tutto l’incenso profuso a Darwin dalla cultura «politicamente corretta», oggi un numero sempre crescente di scienziati ci tiene a distinguere molto bene tra «evoluzione» e «darwinismo» (soprattutto neodarwinismo).

Per esempio, Yves Coppens, uno dei più importanti paleontologi viventi ha affermato (2010): «L’evoluzione è molto più complessa e diversificata di quanto Darwin pensasse […]. L’evoluzione come oggi la intendiamo non può più essere definita col nome di darwinismo. Darwinismo ed evoluzione sono ormai due parole ben separate, anche se il darwinismo rappresentò una delle origini della riflessione sull’evoluzione».

Più di 800 scienziati (l’elenco è riportato nel sito http://www.dissentfromdarwin.org/) hanno sottoscritto pubblicamente la seguente dichiarazione: «Siamo scettici circa la pretesa che le mutazioni casuali e la selezione naturale possano dar conto della complessità della vita. Un attento esame dell’evidenza della teoria darwiniana dovrebbe essere incoraggiato».

M. Piattelli Palmarini e J. Fodor, in un noto saggio (Gli errori di Darwin, Feltrinelli, Milano 2010) hanno scritto fra l’altro: «Darwin si sbagliava, non è la selezione naturale il meccanismo che governa l’evolversi delle specie. Nessuno oggi può dire di sapere con certezza come l’evoluzione operi, anche se non c’è dubbio che ciò avvenga». La mappatura di interi genomi, compreso quello umano (2000) e studi approfonditi sulle mutazioni nel Dna hanno evidenziato infatti che la selezione naturale, cardine del darwinismo, non produce alcuna reale evoluzione.

Per esempio, R.E. Lenski da più di vent’anni sta studiando l’evolversi di una stessa coltura di batteri escherichia coli. Ebbene, dopo più di 40.000 generazioni e nonostante fossero avvenute più di un miliardo di mutazioni genetiche, il batterio non si è affatto evoluto, non sono apparsi nuovi caratteri né è aumentata la sua complessità, neanche in abbozzo, neanche aumentando di un fattore 100 i tassi evolutivi (cfr «Nature», 461, 29 October 2009, pp. 1243-1247; «Proc. Nati. Acad. Sci. Usa», 19 Jul. 1994).

Studi convergenti biologia molecolare, di genetica, di paleontologia di embriologia e altro, hanno evidenziato che molto più probabile che l’evoluzione sia dovuta a fattori endogeni agli organismi, mentre i processi adattativi e selettivi svolgerebbero un ruolo del tutto secondario.

Sembra sempre più evidente che l’origine delle specie coinvolga processi simili a quelli che determinano lo sviluppo embrionale (teoria Evo-Devo [evolution & development]) come se ci fosse un programma di autocostruzione governato da una complessa rete di fattori genetici e di fattori epigenetici (modificazioni chimiche dei geni, che danno luogo a strutture viventi differenti nonostante il Dna genetico sottostante sia identico).

Perciò l’idea neodarwinista per cui l’evoluzione sarebbe dovuta a mutazioni casuali del Dna, non è più sostenibile (Èva Jablonka e altri, 1989, 2006). È inoltre ormai provata l’esistenza di «vincoli» interni (M. Sarà, 1998) messi già in evidenza da J. Gould più di vent’anni fa, a causa dei quali l’evoluzione può prendere solo alcune direzioni e non altre: dunque non può procedere a caso, ma deve rispondere a princìpi di «costrizione» (contraints).

I fenomeni in gioco sono in definitiva talmente complessi che alcuni teorici propongono di studiare l’evoluzione con il modello delle reti informatiche e la computer science (E. Fox Keller, 2001); altri, contro il riduzionismo darwiniano, la studiano con la moderna teoria dei sistemi complessi (S. Kauffman, 1993, 2004, 2008) applicata oggi in molti campi della fisica, dell’ingegneria e dell’economia.

Si fa strada l’idea che ci sarebbe stato, nell’evoluzione, un qualcosa come un complesso «programma» inscritto nella natura che avrebbe governato – tenendo conto anche di numerose variabili ambientali – la comparsa e lo sviluppo della vita sulla Terra. Messo Darwin in cantina, si è cominciato finalmente ad affrontare scientificamente un altro problema che né lui né i suoi seguaci di oggi hanno mai risolto: il problema delle «forme».

Perché i viventi hanno la forma che hanno? Si sta aprendo ora un settore di studi per capire perché gli esseri viventi si strutturano secondo precise leggi matematiche che, ancora una volta, escludono qualunque evoluzione dovuta al caso e alla selezione naturale (Saunders, 1980, 1992, Kaufmann, 1993)

La posizione della Chiesa

Quando Giovanni Paolo II affermò che «l’evoluzione non è più una mera ipotesi» (Messaggio alla Pontificia Accademia delle scienze, 22 ottobre 1996), molti giornali scrissero che «finalmente» la Chiesa si era riconciliata con Darwin (per es., Corriere della sera, 24 ottobre 1996: «II Papa riabilita l’evoluzionismo»; Repubblica: «Wojtyla a Darwin: qua la mano»).

In realtà, il Papa non parlò mai di Darwin e non aveva bisogno di riabilitare chicchessia. Anzi condannò apertamente quelle «teorie dell’evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia; sono incompatibili con la verità dell’uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della persona».

La Chiesa non ha mai avuto bisogno di intervenire espressamente contro il darwinismo: infatti la struttura fondamentalmente atea di quella dottrina è in sé stessa inconciliabile con la fede. Non c’è alcun bisogno di «riconciliarsi» con Darwin.

Per quanto riguarda invece l’ipotesi dell’evoluzione generalmente intesa, la Chiesa si è sempre espressa con prudenza e rispetto. Dai documenti del Magistero (ufficiale e non) risulta chiaro questo principio: esclusi alcuni punti inaccettabili – che niente hanno a che fare con la vera scienza – non c’è contraddizione tra la dottrina della creazione e le tesi evolutive, purché rettamente insegnate (Giovanni Paolo II). Un articolo del card.

Christoph Schònborn, pubblicato sul N. Y. Times del 7 giugno 2005 (http://www.nytimes.com/2005/07/07/opinion/07schonborn.html) spiega l’esatta interpretazione dei vari interventi pontifici, dimostrando che il darwinismo è in sé inconciliabile con la dottrina cattolica perché «le teorie scientifiche che cercano di spazzar via l’apparire del disegno come effetto di “caso e necessità” non sono per niente scientifiche ma, come Giovanni Paolo II ha messo in luce, un’abdicazione dell’umana intelligenza».

L’articolo fece il giro del mondo e il cardinale fu accusato da molti (anche da cattolici!) di creazionismo o di difensore dell’Intelligent Design. L’intervento del card. Schònborn sul N. Y. Times fu però elogiato pubblicamente dallo stesso Benedetto XVI nel convegno su «Creazione ed Evoluzione» tenuto a Castel Gandolfo nel settembre 2006.

Monogenismo & monofiletismo

È necessario distinguere tra monogenismo e monofiletismo. Col primo termine si intende l’origine di tutto il genere umano da un’unica coppia di progenitori umani, mentre col secondo si intende l’origine della specie umana da un singolo gruppo di esseri umani o da un gruppo di creature inferiori che raggiungono quasi simultaneamente il livello umano. Il monofiletismo è compatibile di per sé sia col monogenismo sia con il poligenismo.

Attualmente i reperti fossili non consentono di stabilire se l’evoluzione della specie umana è monofiletica o polifiletica e forse non lo sarà mai, data l’enorme difficoltà di classificare i reperti stessi.

Nel cap. VII dell’Origine dell’uomo Darwin, discutendo dell’origine delle razze umane, sosteneva che queste non sono specie diverse, ma che hanno origine da un’unica specie umana ancestrale e usa — impropriamente – il termine monogenismo (invece di monofìletismo) per esprimere questo concetto.

Non si occupa però della questione se quest’unica specie umana primitiva sia costituita da un’unica coppia di progenitori o da più coppie (cfr C. Darwin, L’Origine dell’uomo, cit., pp. 145-147). Il suo discorso è comunque impreciso, anche se sembra che egli propenda per il monogenismo.

Il fatto che per Darwin la selezione naturale agisca a livello di singoli individui rende ipoteticamente possibile che l’evoluzione della specie umana abbia avuto come punto di arrivo una singola coppia progenitrice. Infatti nella lotta per l’esistenza avrebbe potuto – teoricamente – prevalere una sola coppia.

Al contrario di Darwin, per il neodarwinismo la selezione naturale agisce solo a livello di popolazioni, caratterizzate queste dall’insieme del patrimonio genetico complessivo di ciascuna specie, comprese tutte le varianti (alleli). Di conseguenza, alla fine del processo evolutivo si otterrebbe non qualche individuo perfezionato, ma l’intera, specifica popolazione.

Applicando questi concetti alla specie umana ne deriva che si sarebbe necessariamente evoluto un intero gruppo, più o meno vasto, di individui umani, portatori di quel dato patrimonio genetico, favorito, quest’ultimo, dalla selezione naturale. Il poligenismo -inteso come origine del genere umano da più coppie umane progenitrici – è perciò una conseguenza logica e necessaria della moderna sintesi neodarwiniana.

Monogenismo, poligenismo e peccato originale

Tra gli anni ’40 e ’50 il neodarwinismo raggiunse un grande consenso nella comunità scientifica e fu ampiamente divulgato, al punto che tante persone, non molto addentro alle cose, pensarono erroneamente — che si trattasse di una teoria provata. Questa opinione influenzò più tardi anche non pochi accademici cattolici e non fa meraviglia che fosse stata presa in considerazione dalla parte più progressista dei teologi del tempo.

Nacque allora il tentativo di mettere in discussione la dottrina cattolica tradizionale sull’origine dell’umanità e sul peccato originale per pretenderne la conciliazione con le nuove ipotesi evoluzioniste.

Così, nonostante la chiara condanna del poligenismo da parte di Pio XII nell’enciclica Humani Generis (1950), alcuni teologi ed esegeti, tra gli anni ’60 e ’70, cominciarono a sgretolare la dottrina cattolica sull’origine monogenica dell’umanità, e con-seguentemente sul peccato originale, proponendo un’interpretazione della Genesi e dei dogmi del Concilio Indentino tale da svuotarne il senso tradizionale, pur mantenendone l’apparenza formale.

Tralascio, perché il discorso sarebbe lungo, le idee che su questo punto aveva Teilhard de Chardin per soffermarmi su alcuni dei teologi recenti. Per esempio, Karl Rahner sosteneva esplicitamente: «Non sembra possibile dimostrare in maniera certa e probante che solo un’umanità originante monogenista (quindi un singolo e una coppia) può essere soggetto di quella prima colpa all’inizio dell’umanità… Anche in una umanità originante sorta poligenicamente è possibile pensare che un suo membro singolo o tutti insieme siano stati il soggetto che per primo ha peccato, determinando così quella situazione di non salvezza per tutta l’umanità originata. Mi sembra che per poter affermare questo, però, sia necessario pensare all’umanità originante come un’unità storico carnale anche sul piano della storia della salvezza. Questo presupposto sembra possibile anche in un contesto poligenetico» (Peccato Originale e Evoluzione, in «Concilium», III, 1967, pp. 86 s.).

La questione dell’unità del genere umano fu proiettata «al futuro» vedendola più come una chiamata all’unità in Cristo che come uno stato originario passato. Ci si appellava al Concilio Vaticano II che aveva definito la Chiesa come sacramento di unità di tutto il genere umano, cioè segno e strumento della salvezza da raggiungere. Il peccato perciò cominciò a essere visto come un impedimento alla realizzazione di un progetto salvifico che tendeva all’unità fra tutti gli uomini.

Ansfridus Hulsbosch proponeva il dubbio «se laffinità, attraverso la discendenza a livello umano dell’evoluzione, sia veramente il fattore più importante di unità». E osservava che «nell’ordine salvifico cristiano, così come si realizza sulla terra, l’unità è basata su un principio più alto… Non contano più né razza né sesso, decisiva è l’appartenenza a Cristo. Questo nuovo principio di unità ha potuto realizzarsi perché l’uomo vi era già disposto per natura… La dignità di immagine di Dio viene conferita a ogni uomo dal suo Creatore e non dal suo progenitore, e la reciproca unione spirituale tra gli uomini, che ne risulta, supera di gran lunga l’unità che deriva dalla comune discendenza» (Storia della creazione, storia della salvezza: creazione, peccato e redenzione in una prospettiva evoluzionistica del mondo, Vallecchi, Firenze 1967, p. 52).

Acquisito questo principio, non era molto difficile presentare la dottrina del peccato originale come indipendente dalla situazione biologica originaria. C. Baumgartner, alla domanda se all’origine del peccato umano vi siano una o più coppie, un solo o più peccati, rispondeva nel 1969: «Queste questioni… non riguardano più la sostanza della fede direttamente. Se le cose stanno così, il monogenismo e il poligenismo sarebbero problemi relativi alle scienze naturali e quindi di loro competenza esclusiva. La fede nel peccato originale e nel peccato delle origini ne sarebbe completamente indipendente» (cfr Carlo Molari, La teologia cattolica di fronte all’evoluzionismo darwinista ieri e oggi, in Gianfranco Ghiara (ed.), Il darwinismo nel pensiero scientifico contemporaneo, Guida, Napoli 1984, pp. 96-98).

I gesuiti M. Flick e Z. Alszeghy che negli anni ’50 avevano sempre difeso il monogenismo (cfr i loro classici manuali di teologia), nel 1966 (cfr Il peccato originale in prospettiva evoluzionistica –«Extractum Gregorianum», Voi. 47, 1966, Parte 2) assunsero sul poligenismo una posizione più possibilista, finché, dopo gli anni ’70, si allinearono sostanzialmente alle posizioni di Rahner: «II memorabile articolo di K. Rahner, con la sua analisi del decreto tridentino, che in un primo tempo ci è sembrato basarsi su distinzioni troppo soggettive, ha finito per convincerci» (Flick e Alszeghy, in Carlo Molari, op. cit., p. 96, nota 259).

Purtroppo non si trattò di voci isolate; le nuove tesi teologiche influenzarono seminari e università cattoliche al punto tale che nel 1966 Paolo VI dovette ribadire con fermezza la dottrina tradizionale.

Ecco alcuni passaggi del discorso del Pontefice: «È evidente, perciò, che vi sembreranno inconciliabili con la genuina dottrina cattolica le spiegazioni che del peccato originale danno alcuni autori moderni, i quali, partendo dal presupposto, che non è stato dimostrato, del poligenismo, negano, più o meno chiaramente, che il peccato, donde è derivata tanta colluvie di mali nell’umanità, sia stato anzitutto la disobbedienza di Adamo “primo uomo”, figura di quello futuro (Conc. Val. II, Const. Gaudium e spes, n. 22; cfr anche n. 13) commessa all’inizio della storia.

Per conseguenza, tali spiegazioni neppur s’accordano con l’insegnamento della Sacra Scrittura, della Sacra Tradizione e del Magistero della Chiesa, secondo il quale il peccato del primo uomo è trasmesso a tutti i suoi discendenti non per via d’imitazione ma di propagazione, “inest unicuique proprium “, ed è “mors animae ” ,cioè privazione e non semplice carenza di santità e di giustizia anche nei bambini appena nati (cfr Conc. Trid. ,sess. V, can. 2-3).

Ma anche la teoria dell’evoluzionismo non vi sembrerà accettabile qualora non si accordi decisamente con la creazione immediata di tutte e singole le anime umane da Dio, e non ritenga decisiva l’importanza che per le sorti dell’umanità ha avuto la disobbedienza di Adamo, protoparente universale (cfr Conc. Trid., sess. V, can. 2). La quale disubbidienza non dovrà pensarsi come se non avesse fatto perdere ad Adamo la santità e giustizia in cui fu costituito (cfr Conc. Trid., sess. V,can. 1)» (Discorso ai partecipanti al Simposio sul mistero del peccato originale, Nemi 11 luglio 1966).

Giovanni Paolo II, citando espressamente quell’intervento di Paolo VI, confermò nel 1986 la dottrina tradizionale della Chiesa (cfr Udienza Generale, 1 ottobre 1986). Benedetto XVI, a sua volta, l’ha riconfermata nel 2008: «Ma come uomini di oggi dobbiamo domandarci: che cosa è questo peccato originale? Che cosa insegna san Paolo, che cosa insegna la Chiesa? È ancora oggi sostenibile questa dottrina? Molti pensano che, alla luce della storia dell’evoluzione, non ci sarebbe più posto per la dottrina di un primo peccato, che poi si diffonderebbe in tutta la storia dell’umanità. E, di conseguenza, anche la questione della Redenzione e del Redentore perderebbe il suo fondamento». E ribadisce, con una profonda analisi teologica e psicologica, la classica dottrina paolina (cfr Udienza generale, 3 dicembre 2008).

Il pensiero della Chiesa su questi temi non è dunque mai cambiato. Sorprende perciò il ragionamento di Gianfranco Ravasi nell’introduzione al volumetto Il Libro della Genesi (1-11) (Città Nuova, 1991): «In questa nuova interpretazione dei primi capitoli della Genesi si è sviluppata una rielaborazione della comprensione del dogma tradizionale del peccato originale. […] Secondarie diventano in questa luce le questioni scientifiche dell’evoluzionismo e del poligenismo riguardanti le origini (unica o molteplice) dell’uomo sulla faccia della terra e il suo progressivo evolversi biologico-culturale. Certo, il testo arcaico della Genesi appella sicuramente al modello scientifico del suo tempo che era fissista e monogenista (un solo ceppo d’origine e una fisiologia già propria e definita dell’uomo).

Ma lo scopo di Genesi 1-3 non è primariamente scientifico». D’accordo sul fatto che lo scopo della Genesi non è primariamente scientifico, ma il dogma del peccato originale, fondato sulla Scrittura, è legato indissolubilmente al monogenismo, che non può essere perciò una «questione secondaria».

La dottrina del peccato originale non è una bazzecola: se viene messa in dubbio, crolla anche tutta la dottrina della redenzione e alla fine «si rende vana la croce di Cristo» (1 Cor 1, 17). Come disse l’allora card. Ratzinger nel libro-intervista Rapporto sulla fede: «L’incapacità di capire e presentare il “peccato originale” è davvero uno dei problemi più gravi della teologia e della pastorale attuali» (Paoline, Cinisello Balsamo 1985, p. 79).

Il Dna mitocondriale sostiene il monogenismo

Siamo dunque di nuovo di fronte a un conflitto fra scienza e fede? Siccome la verità è una sola, se c’è conflitto vuoi dire che o è falsa la dottrina di fede o è falsa l’ipotesi scientifica. Siccome crediamo nell’infallibilità dei dogmi di fede, è lecito dubitare della validità dell’ipotesi scientifica. Tuttavia, è scorretto giudicare un concetto scientifico con argomenti teologici (Galileo insegna); occorre valutarlo rigorosamente con i metodi della scienza.

Non si possono dimostrare sperimentalmente in modo diretto né il monogenismo né il poligenismo (come del resto neanche l’evoluzionismo). Esistono almeno dati scientifici e osservazioni che possono dare degli importanti indizi a favore dell’una o dell’altra ipotesi?

Abbiamo osservato che già Darwin, con i dati a disposizione al suo tempo, propendeva per il monogenismo. E oggi? A favore del monogenismo ci sono alcuni fatti fondamentali. La decifrazione del genoma umano (2000) ha dimostrato che il 99,9% del Dna è lo stesso per tutti gli esseri umani, quindi una differenza dello 0,1% nella composizione del Dna è sufficiente per dar luogo alla variabilità delle popolazioni.

Confrontando il genoma di tutte le popolazioni, la maggior parte dei geni risulta essere in comune, e alcuni geni sono altamente conservati, mentre altri, pochissimi, variano in maniera più rilevante determinando le varie razze. Questo non dimostra apoditticamente il monogenismo, ma è un forte indizio a favore di un’origine unitaria di tutto il genere umano.

Un altro fatto importante deriva dagli studi sul Dna mitocondriale. «Nel 1987, Cann, Stoneking e Wilson hanno ipotizzato, sulla base di comparazioni del Dna mitocondriale (mtDna), ereditato quasi esclusivamente per via materna, che tutti gli uomini oggi viventi derivino da un’unica donna africana [infatti le comparazioni del DNA, e altre ragioni, indicherebbero l’Africa quale origine del genere umano, ndr] (la cosiddetta “madre Èva”), che sarebbe vissuta ca. 200.000 anni radiometrici fa» (R. Junker & S. Scherer, Evoluzione un trattato crìtico, Gribaudi 2007).

I calcoli per determinare quando sarebbe vissuta questa «Èva» sono molto incerti: sembra si possa collocare al massimo verso gli 800.000-500.000 anni fa, ma è possibile un’epoca più recente: molti pensano 150.000 anni fa.

Gli studi sull’mtDna mostrano che l’«Eva mitocondriale», da cui discenderebbe tutta l’umanità attuale, è da identificare con un unico individuo. Solo i suoi mitocondri, infatti, avrebbero discendenti nelle cellule degli esseri umani viventi. «Èva» sarebbe perciò l’ unica femmina della sua generazione dalla quale tutte le persone viventi discendono attraverso le loro linee materne (per una trattazione dettagliata si veda lo studio di Bryan Sykes, The Seven Daughters of Ève: The Science That Reveals Our Genetic Ancestry, W.W. Norton, New York 2001).

La conseguenza è, dunque, che non si da alcun conflitto tra scienza e fede su questi argomenti, nessun «caso Galileo».

Animazione e evoluzione da specie pre-umane

In questa discussione ci sarebbe da parlare anche del problema dell’animazione. Ammesso per ipotesi che il corpo umano sia derivato dall’evoluzione di una qualche specie pre-umana, quando il Creatore ha infuso l’anima su questo corpo diventando alla fine pienamente umano? Se l’anima è «forma» del corpo, come si può concepire un corpo umano senza anima? Questi problemi ovviamente trascendono i metodi della scienza.

La questione è estremamente complessa e tocca alla filosofia e alla teologia trovare qualche risposta convincente. Se accettiamo una qualche forma di evoluzione della specie umana, forse dovremo invocare la categoria del mistero.

Su questa linea si muove anche Benedetto XVI: «Proprio partendo da qui si dovrebbe avanzare una diagnosi sulla forma dell’antropogenesi: il fango è divenuto uomo nel momento in cui un ente per la prima volta, anche se ancora in forma alquanto oscura, è stato in grado di formare l’idea di Dio. Il primo Tu che – per quanto balbettando – venne rivolto da bocca d’uomo a Dio, designa il momento in cui lo spirito è comparso nel mondo.

Qui si è varcato il Rubicone dell’antropogenesi. Perché non sono l’uso delle armi o del fuoco; non sono dei nuovi metodi crudeli o attività utili a costituire l’uomo; ma la sua capacità di stare accanto a Dio. Questo sostiene la dottrina della creazione particolare dell’uomo; soprattutto in questo sta il centro della fede nella creazione. E questo è anche il motivo per cui è impossibile che il momento dell’antropogenesi possa venire fissato dalla paleontologia.

L’antropogenesi è il sorgere dello spirito che non si può dissotterrare con la vanga. La teoria dell’evoluzione non sopprime la fede né la conferma. Essa però la sfida a comprendere più profondamente sé stessa e ad aiutare così l’uomo a capirsi e a diventare sempre più quello che egli è: l’essere che in eterno deve dare del Tu a Dio» (Intervento al Convegno su «Creazione ed Evoluzione», Castel Gandolfo, 2 settembre 2006).

L’evoluzione: una mera ipotesi probabile

In questo studio ho cercato di chiarire la differenza sostanziale tra evoluzione e darwinismo mostrando come serie ragioni scientifiche rendano ormai necessario, per un concreto progresso della ricerca scientifica, mettere Darwin e i darwinisti in cantina. Rimane la questione dell’evoluzione. È questa un fatto? È una teoria? E solo un’ipotesi? Dalla valenza scientifica dell’evoluzione deriva anche la considerazione che di essa si deve tenere in campo teologico.

Secondo l’evoluzionista Ludovico Galleni dell’Università di Pisa, l’evoluzione è un fatto dimostrato come è dimostrata l’esistenza dell’Impero romano. Tuttavia, Galleni dimentica che una cosa è la ricerca storica e altra cosa è la ricerca scientifica: siamo di fronte a due metodi di studio diversi. La storia parte dai documenti per ricavare i fatti, mentre l’evoluzione viene considerata aprioristicamente un fatto per provare il quale si cerca di trovarne, a posteriori, una qualche documentazione. È l’esatto contrario. E la documentazione è talmente frammentaria e incompleta da rendere impossibile la prova definitiva che l’evoluzione sia un fatto realmente avvenuto.

I dati sono almeno sufficienti a qualificare l’evoluzionismo come teoria scientifica? Già Popper – convinto evoluzionista – negava che l’evoluzione darwiniana fosse una teoria scientifica. La ragione stava nel fatto che, essendo essa considerata vera a priori, non era falsificabile (secondo il noto criterio popperiano di scientificità). Perciò Popper la considerava solo «un programma di ricerca metafisico» (cfr Karl R. Popper, Unended Quest, Revised edition, Open Court Publishers, La Salle, 111., 1976, pp. 168, 171-172).

E se non è propriamente una teoria scientifica come possiamo qualificare l’evoluzione? A mio parere si può affermare — con J. Ratzinger (cfr Harry Luck, Der zweite Mann im Vatikan [II numero due vaticano], in «PUR Magazin», n. 22, 18-11-1996, pp. 14-15) che si tratta di un’ipotesi «importante» perché ha stimolato molti settori di ricerca per cui è qualcosa di più che una semplice ipotesi di lavoro. Io la definirei perciò un’ipotesi probabile.

Del resto, il criterio che lo stesso Giovanni Paolo II enunciò proprio discutendo dell’evoluzione è molto chiaro: «Qual è l’importanza di una simile teoria? Affrontare questa questione, significa entrare nel campo dell’epistemologia. Una teoria è un’elaborazione metascientifica, distinta dai risultati dell’osservazione, ma a essi affine.

Grazie a essa, un insieme di dati e di fatti indipendenti fra loro possono essere collegati e interpretati in una spiegazione unitiva. La teoria dimostra la sua validità nella misura in cui è suscettibile di verifica; è costantemente valutata a livello dei fatti; laddove non viene più dimostrata dai fatti, manifesta i suoi limiti e la sua inadeguatezza. Deve allora essere ripensata» (Messaggio ai partecipanti all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, 22-10-1996).

Alla fin fine, mi pare che distinguere tra un evoluzionismo «cattolico» o «teista» e un evoluzionismo «ateo» o «materialista» lascia il tempo che trova. Se l’evoluzione è vera, è vera e basta; se è falsa, è falsa e basta, comunque la si voglia etichettare.

Voglio concludere con quanto affermò il fisico Nicola Cabibbo, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, scomparso nel 2010: «Non riesco veramente a entusiasmarmi del dibattito scienza-fede. Il possibile imbarazzo teologico di oggi verso alcune idee della scienza sembrerà domani del tutto irrilevante: le teorie scientifiche di oggi saranno forse rafforzate, e poi sopravanzate da teorie più complete e dettagliate. È quello che è successo alle teorie di Copernico, inglobate e completate da quelle di Newton e poi di Einstein. È così che la scienza procede, ed è bene abituarsi» (Il Sole-24 Ore, 5 gennaio 2009).

Verrebbe da dire che le teorie passano, mentre «Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13, 8)

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