Essere “patriota” ossia la verità della patria

Centro Studi Rosario Livatino 27 Dicembre 2021

Anticipiamo su questo sito l’articolo di apertura del numero di L-Jus 2-2021, di imminente uscita, a firma del prof Mauro Ronco. Traendo spunto dal controverso uso nelle ultime settimane del termine ‘patriota’, il presidente del Centro studi Rosario Livatino approfondisce il senso autentico della Patria: perché essa non è assimilabile ad alcun nazionalismo, ma va invece correlata alla pietas e alla giustizia.

di Mauro Ronco

1. Le virtù di religione e di pietas. Nelle scorse settimane, sollecitato dalle parole di un importante esponente politico italiano, si è acceso un dibattito sulla patria e sul patriottismo che mi induce a esporre una mia riflessione.

Quando la Nazionale italiana sconfisse quella germanica 4 v. 3 in un’epica partita dei Campionati mondiali di calcio del 1970 in Messico, l’intero paese fu incendiato da un fuoco di entusiasmo incontenibile. Lo stesso accadde l’estate scorsa, quando la Nazionale italiana di calcio batté l’Inghilterra nella finale dei campionati europei. L’entusiasmo esprimeva qualcosa di istintivo, presente nell’animo di moltissimi, tendenzialmente predisponente al bene, non un bene in se stesso.

La tendenza buona può dare frutti buoni soltanto se incanalata in condutture atte a dissodare il terreno, arido e pietroso, su cui vive attualmente il popolo italiano. L’attaccamento istintivo alla patria può invece diventare vizioso se si degrada in nazionalismo aggressivo verso le altre patrie, invidioso del bene che esse posseggono. Se il patriottismo è assunto dalla ragione come vocazione per il bene comune, diventa virtù. Da inclinazione naturale si tras-forma nella virtù primaria che costituisce la base per il progresso di ogni società umana: la giustizia.

La giustizia, secondo il fulgido dictum di Ulpiano, è la costante e incrollabile volontà di dare a ciascuno il suo [1].

Sant’Ambrogio ha completato la massima romana nel modo seguente: “la giustizia è quella virtù tramite cui si dà a ciascuno il suo; non si rivendica ciò che è di altri; si dimentica l’utilità individuale e si custodisce la comune equità” [2]

Il suum è ciò che spetta a ciascuno. A ciascuno spetta anzitutto il suum, cioè l’amore e il rispetto, in primis a coloro che ci hanno donato la vita. Nel riconoscimento che ciascuno fa di questo suum si radicano le virtù specialissime della religione e della pietas.

Come dobbiamo ai genitori la pietas, che è reverenza, rispetto, deferenza, assistenza, amore, come insegna il primo comandamento della seconda Tavola, così dobbiamo una forma analoga di pietas agli antenati che hanno dato forma alla piccola porzione di mondo in cui siamo nati, nonché a tutti coloro che hanno fatto parte e appartengono tutt’oggi alla medesima terra. Anch’essi hanno infatti a noi largíto – e largiscono ancor oggi – i doni di cui si alimenta la nostra vita.

La pietas verso la patria è un prolungamento della pietas verso i genitori. Il 1° Comandamento della seconda Tavola ordina: “Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga  e tu sii felice nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà” [3]

La felicità, a cui tutti naturalmente aspiriamo, si dà in un luogo segnato dai confini del dono di Dio e della storia degli avi. Non si dà in qualsiasi luogo e in qualsiasi modo, ma soltanto onorando, cioè amando e rispettando i propri genitori, i propri antenati e la propria patria. In quel luogo è meno arduo coltivare l’amicizia con il prossimo. Dio è l’unico cui va l’adorazione, cioè l’amore e il timore congiunti, per la sua trascendenza infinita e il suo amore gratuito e misericordioso per ciascuno di noi; ci si rivolge e ci si unisce però a Dio non da soli, ma con gli amici più cari. Costoro sono quelli che condividono l’amicizia più alta e disinteressata, l’amore comune per il bene di tutti.

2. Il dinamismo della patria. – Il patrimonio della patria non va soltanto usato e sfruttato, bensì emendato nei suoi vizi di formazione e accresciuto in qualità e quantità.

La parabola dei talenti si applica anche in chiave analogica alle società. Servo malvagio e infingardo è colui che, per avarizia e accidia, nasconde il talento ricevuto dal padrone, restituendoglielo intatto, senza nulla aver compiuto per farlo fruttificare [4].

Parimenti sono governanti malvagi e infingardi coloro che dissipano il patrimonio della patria; coloro che, per ignavia, lo conservano soltanto nella sua materialità; coloro che non lo fanno fruttificare per il servizio di Dio, del popolo governato e dell’umanità.

Guai ai governanti che dissipano il patrimonio morale della patria. Sollecitati dal venerabile Pontefice Pio XII a riscoprire, dopo la calamità della guerra, la vera grandezza della patria italiana allo scopo di diffonderne i tesori morali nel mondo intero, ci si è reclusi nel recinto dell’arricchimento materiale, gettando allo sbaraglio le vere ricchezze: la pietà dei cittadini; la castità delle madri; la fecondità dei matrimoni; la sobrietà dei costumi; la cura per i figli; l’assistenza generosa agli anziani e ai malati; l’ospitalità agli stranieri; l’inesauribile dedizione al lavoro dei padri, come se queste cose fossero fardelli inutili da lanciare giù dalla barca, affinché essa corresse più veloce sulle ali della secolarizzazione, cioè del distacco da Dio e dalla sua legge.

Ho sempre odiato la truce e oscena commedia all’italiana che ha infestato le sale cinematografiche e gli schermi televisivi per irridere i costumi popolari, amplificandone i vizi, ignorando le virtù civiche e sociali e disprezzando le virtù morali, soprattutto la laboriosità e il risparmio a favore dei figli e dei nipoti, nonché la disponibilità al sacrificio delle genti d’Italia.

Non pochi, soprattutto ai piani alti della società, compiacendosi del disprezzo lanciato verso l’ethos italiano ignominiosamente contraffatto, ne approfittavano per dettare al popolo le massime di una morale laica, consistente nell’avvicinarsi al pragmatismo intransigente dell’anglosassone, o alla tetraggine professionale del germanico, o alla volubilità del francese di Parigi o all’oscuro conformismo dell’homo sovieticus generalizzato dal comunismo nel mondo.

Lo scadimento delle virtù ha assunto caratteri drammatici. La temperanza è stata dileggiata a ogni livello sociale; la fiacchezza ha preso il posto della fortezza nelle autorità preposte alla tutela dei valori presi d’assalto; la giustizia è stata ferita dall’improprio lassismo di una criminologia critica che ha abbandonato l’approccio realistico al diffondersi della violenza e della frode nel corpo vivo della società. Gli uomini politici, nella loro generalità, salvo ovviamente qualche rara eccezione, sono rimasti asserragliati nei fortini delle istituzioni, intenti a molestarsi tra loro, improvvidi nei rapporti con i governi stranieri, senza ritegno nell’adattarsi ai loro desideri, non rivendicando a titolo di merito la laboriosità del popolo italiano.

L’esistenza della patria non è fissata staticamente nel passato. E’ un’eredità che dobbiamo continuamente rinnovare per consegnarla alle generazioni future. La patria è una realtà viva, la cui esistenza continua solo se la coltiviamo con zelo affinché i figli e i nipoti e i pronipoti possano ancora abitarla felici. Come accade per le risorse materiali, che, appena crediamo di possederle davvero, ci sono già sfuggite, così è per il patrimonio della patria, che, appena crediamo di averlo nelle mani per sfruttarlo appieno, si sottrae alla nostra disponibilità. Il patrimonio della patria si perde se non viene continuamente arricchito.

3. La custodia della patria. – La patria va anche difesa. La guerra si combatte in modo ancora convenzionale, per fortuna oggi lontano dai nostri confini. La guerra contemporanea è divenuta asimmetrica, comportando l’uso di metodologie innovative, rispetto a cui non è semplice approntare gli adeguati mezzi di difesa.

Nel mondo globalizzato, senza confini rigidi fissati dal territorio, i più aggressivi nemici della patria sono gli immensi oligopoli dell’industria digitale, dell’informazione, del divertimento e del commercio. Costoro distruggono le radici della patria – delle patrie – con un odio che sembra voler annichilire la rete delle relazioni personali che nutrono la vita spirituale e materiale dell’uomo: la famiglia, il municipio, il mestiere, l’impresa, la città, lo Stato. Essi si presentano anonimamente, nella vita quotidiana, persino nelle nostre case, tramite le televisioni e gli smartphone per sedurci con le apparenze più banali e attrarci con le trivialità più sguaiate, trattando offensivamente coloro che riescono a evidenziare le menzogne, come se fossero propalatori di odio, secondo la nota tecnica rivoluzionaria dell’inversione dell’accusa.

L’unico rimedio è diffondere inesorabilmente la verità dei fatti e richiamare costantemente le fantasticherie al confronto con la realtà, animando le energie intellettuali di coloro che sono consapevoli che il vero, il buono, il giusto e il bello sono sotto scacco. Il servizio alla verità è essenziale. Non è detto che l’asservimento della patria ai seduttori non possa finire. La via di risalita è stretta e impervia, molto travagliata e faticosa, ma non è vano impegnarsi con lo studio instancabile e con la maggiore energia morale possibile per contestare la disinformazione e far risplendere la verità

4. Gli idoli che vanno abbattuti. – Un idolo tenebroso della modernità è la concorrenza libera dei mercati economici e finanziari esercitata senza alcun controllo dell’autorità pubblica.

La prima fase del liberalismo dal 1789 al 1914 ha segnato il dominio dell’usura sul lavoro, con la terribile crisi sociale mirabilmente denunciata nelle sue cause dal Pontefice Leone XIII nella famosa Enciclica del 1893  Rerum novarum.

Passata la fase totalitaria, comunista e nazionalsocialista della vita politica e trascorso in occidente un breve periodo di progresso economico e sociale diretto alla costruzione di un welfare che elevò le classi inferiori delle società a un dignitoso benessere, la liberalizzazione dei mercati economici e finanziari ha eretto l’idolo della concorrenza al vertice della piramide dei valori della comunità internazionale.

L’ambizione è oggi ancora più superba di un tempo, poiché è diretta a creare un subdolo e iniquo rapporto tra gli uomini, discriminandoli tra pochissimi padroni e una moltitudine di servi, questi ultimi ridotti a consumatori dipendenti dai beni materiali e, molto spesso e con invasività crescente, dai vizi inoculati e indotti della pornografia, della droga e del gioco d’azzardo.

L’Unione Europea ha fatto della concorrenza lo strumento principale della sua politica economica, trascurando il fatto che, se la concorrenza è assolutamente libera, vince inesorabilmente chi è in grado di investire nella produzione e nel commercio il maggior volume di denaro possibile, abbassando i costi della produzione e della commercializzazione, soprattutto riducendo all’osso il costo del lavoro e svilendo la qualità del prodotto.

Gli operatori più piccoli e poi medi e poi grandi del mercato spariscono. Gli oligopoli, in “concorrenza” tra loro – questo tipo di concorrenza basta ai globalisti della mondializzazione per sostenere che il mercato è libero – comprimono il costo del lavoro, riducono enormemente il costo dei fornitori, aumentano i prezzi dei prodotti finali e impoveriscono il corpo sociale, che diventa progressivamente più dipendente dai conglomerati multinazionali. I quali ultimi traggono ulteriori vantaggi dalle asimmetrie dei regimi tributari dei vari Stati, localizzando i centri direzionali del business nei luoghi fiscalmente più convenienti o più disponibili alla trattativa sul volume degli imponibili e sulle aliquote di prelievo.

La nostra patria non deve genuflettersi innanzi all’idolo della concorrenza. La concorrenza senza regole è il luogo in cui domina l’usuraio. La famosa direttiva europea Bolkestein rappresenta, a duecento anni di distanza, l’equivalente della legge Le Chapelier che, nel 1791 abolì in Francia i mestieri e il rispetto della qualità del prodotto, nonché la protezione dell’apprendistato. Anche allora la parola d’ordine era favorire la concorrenza.

I mestieri proteggevano la qualità e formavano gli apprendisti. Se in precedenza era obbligatorio rispettare determinati parametri per ciascun tipo di prodotto, perché non fare lo “stesso” prodotto senza rispettarli? Perché non lasciare che il mercato fosse invaso, a ogni livello, da prodotti di qualità deteriore, che costavano meno, ma si consumano più in fretta, costringendo i poveri a indebitarsi per rinnovare continuamente i prodotti e rimpinguando i produttori che non rispettano i parametri di qualità, sfruttando la mano d’opera a basso costo dei bambini e delle donne e trasformando gli apprendisti, che imparavano il mestiere sulle orme dei maestri, in operai costretti a un lavoro massificato?

I sindacati operai si ricostruirono dopo un lungo periodo di assenza su basi classiste e socialiste per dar voce alla protesta contro lo sfruttamento spietato che il liberalismo industrialista aveva esercitato per tutto il secolo XIX nel processo di accumulazione primaria diretto a realizzare la rivoluzione industriale. Nel secondo dopoguerra, dopo le devastanti guerre mondiali e l’oppressione dei totalitarismi, i sindacati sono riapparsi e hanno svolto, sia pure inquinati in Italia da un rapporto malsano di dipendenza col Partito Comunista, un compito prezioso in difesa del lavoro.

Convertitosi il comunismo in liberalismo aggressivo, i sindacati sono stati emarginati e i lavoratori sono rimasti privi di tutela, non difendendo più alcuno il dignitoso welfare da loro raggiunto nell’ultima  parte del secolo scorso. Allo sconcerto che ciò sia accaduto con l’apporto determinante delle forze politiche di sinistra, il sociologo tedesco Wolfgang Streeck ha dato una risposta condivisibile: l’internazionalismo ideologico, avverso all’idea di patria e al primato dello Stato, è stato usato dalla Sinistra politica per togliere qualsiasi controllo democratico sulla politica economica neoliberale in nome di un malinteso cosmopolitismo, che identifica la globalizzazione con la liberalizzazione non solo del capitale, ma soprattutto della vita in generale, determinando una situazione in cui si è creduto di compensare il declino dei diritti sociali con l’estensione dei diritti di libertà individuale [non sempre conformi alle verità dell’uomo] [5]

Il secondo idolo è la privatizzazione delle imprese ad alto livello tecnologico e a intensa concentrazione di capitale. Vi sono nel mondo contemporaneo dei servizi essenziali per tutta la società, svolti attraverso l’uso di tecnologie costosissime, che non possono non essere di proprietà dello Stato o di enti esponenziali degli interessi dei cittadini. Ciò per varie ragioni.

Ma, soprattutto, perché I) essi sono essenziali per la sopravvivenza dell’intera comunità, e non debbono essere lasciati nella incertezza del calcolo economicistico dell’utilità dei privati; perché II) richiedono investimenti immensi, proiettati nell’arco di decenni, che l’imprenditore privato non è in grado di prevedere, di realizzare e di mantenere e perché III) implicano l’attribuzione e la gestione di quote sovrabbondanti di potere economico –  e, dunque, anche finanziario e politico – che, se affidate a privati, squilibrano in modo irreparabile il rapporto tra i cittadini e la politica, rendendo irrilevanti le istituzioni di rappresentanza popolare versus il potere politico; IV) perché gli squilibri eccessivi di potere generano fenomeni incontrollabili di clientelismo e di corruzione.

L’ente pubblico, che agisce istituzionalmente nell’interesse di tutti deve poter controllare la proprietà e l’esercizio di questi servizi. Si pensi alla gestione delle risorse idriche, delle risorse energetiche, delle reti infrastrutturali che consentono e favoriscono le comunicazioni e i trasporti. Questi beni appartengono alla patria. Sottrarli alla sua disponibilità, sul pretesto che l’esercizio pubblico non è conveniente economicamente o che i funzionari pubblici sono disonesti, costituisce un vero e proprio crimine di Stato.

Nell’epoca dell’abbuffata delle privatizzazioni (1992-2008), non pochi predatori comprarono a prezzo vile pezzi pregiati dell’industria italiana, per poi rivendere a gruppi stranieri, a prezzi moltiplicati, gli assets che avevano acquistato. Se in quegli anni il Tesoro avesse venduto anche le Ferrovie dello Stato ai capitani coraggiosi, ora che esse sono state riportate a leader mondiale del trasporto persone su treno grazie all’intelligenza e alla bravura di managers pubblici, di lavoratori qualificati e all’impiego di investimenti pubblici, non troveremmo neanche più le rotaie, perché i privati le avrebbero rottamate a beneficio del rilancio dell’industria automobilistica.

Nessun dovrebbe dimenticare la privatizzazione di Telecom (la “madre di tutte le privatizzazioni”) – il primo passo fu la decisione del governo Ciampi del 1997, presa su pressione europea – vicenda in cui venne oltrepassata di gran lunga la soglia della decenza economica, giuridica e morale. La società a controllo pubblico costituiva un gioiello economico di primordine, competitore a livello internazionale in un settore caratterizzato da uno sviluppo innovativo travolgente. Fu oggetto di una rapina devastante, grazie a un leveraged by out compiuto con l’OPA del febbraio 1999, che face ricadere sul patrimonio di Telecom il rimborso ai finanziatori dell’operazione. Il Financial Times definì l’operazione di conversione delle azioni “una rapina in pieno giorno” [6].

Il risultato dell’intera operazione sul piano economico fu: “Un saccheggio da 60 miliardi, così i capitalisti senza capitali hanno distrutto un intero settore” [7]

Nei rapporti internazionali la nostra patria è stata precipitata, per codardia, ignavia e ingenuo arrendismo, a partire dal Trattato di Maastricht del 1992 (7 febbraio 1992), in una serie di istituzioni di cui ha perso ogni controllo, lasciando la guida agli Stati più potenti e attrezzati finanziariamente ed economicamente.

La classe politica italiana si presentò a quell’appuntamento nel più completo disfacimento, sottoposta ai colpi di maglio di una magistratura inquirente che rivendicava il suo ruolo di giustiziere dei mali d’Italia (“Mani pulite”). Peraltro, la classe politica che aveva fino ad allora detenuto le leve del governo non aspettava altro che di ricevere alimento di vita dal Partito Comunista, che stava compiendo un vero suicidio volontario assistito – grazie all’aiuto dell’ipercapitalismo mondialista –  per trasformarsi nel partito radicale di massa, vero motore della modernizzazione globalista, allo scopo di governare il paese.

L’istituzione europea cambiò con Maastricht struttura, governance e mission. L’ingresso nella nuova Europa richiedeva una classe dirigente attrezzata sul piano culturale, storico e giuridico, nonché preparata ad affrontare dinamiche finanziarie ed economiche di straordinaria complessità. In quel periodo, invece, dopo “Mani pulite”, l’Italia politica era distratta da una farsesca contrapposizione tra i liberali di destra, che sostenevano Silvio Berlusconi, e i liberali di sinistra, impegnati coralmente nel denunciarlo all’Europa come molestatore impertinente dello Stato di diritto con le riforme ad personam.

Assopiti nel sonno, fantasticando di un’Europa inesistente, i governanti non si accorsero neppure che i rapporti politici stavano cambiando al suo interno in modo radicale. Al consolidamento economico-finanziario della Germania, che, soprattutto dopo l’unificazione, era in grado di operare come un gigante industriale, trovando nelle regioni orientali del continente spazi immensi di crescita, faceva da contraltare lo statuto internazionale della Francia come potenza vincitrice della guerra, componente di diritto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e detentrice di una forza atomica militare.

  Quando nel 2009 il premier italiano Silvio Berlusconi, che aveva stretto con l’arte dell’intrigo e della seduzione un rapporto personale con il dittatore libico, allo scopo di proteggere la rete industriale dell’ENI in quel territorio, facendo al contempo della Libia un antemurale delle ondate di migranti dal Centro Africa verso l’Europa, il Presidente della Repubblica francese, in spirito di “amicizia” con il nostro paese, abbatté, nel più completo disprezzo del diritto internazionale, il governo libico, facendone uccidere da un suo killer il dittatore, e scompaginò il tessuto delle imprese industriali italiane in quel territorio.

Esse, peraltro, avevano assicurato il progresso economico del partner africano e la leadership dell’ENI nel mercato del petrolio. Molti nostri governanti, taluni insigniti della Legion d’Honneur, hanno assecondato la politica francese per accrescerne le sfere di influenza nella politica, nella finanza, nell’industria e nel commercio. Ben poco è stato compiuto per frenare a livello diplomatico questo scivolamento progressivo verso la neutralizzazione politica della nostra patria e verso il suo asservimento agli altri partner europei.

Non siamo forse tutti insieme nell’Europa? Non apparteniamo forse tutti alla medesima Europa? Non ci ha assicurato l’Europa la pace? Non sembra che i governanti degli altri paesi la pensino così.

I veri patrioti hanno di fronte a sé oggi un compito imponente: ripristinare la serietà della politica e operare nel confronto internazionale, soprattutto europeo, per valorizzare le potenzialità di progresso del nostro Paese che non deve essere schiacciato in forza di regole finanziarie artificiose che giovano ai più forti e impoveriscono i più deboli.

5. Conclusione. – La patria va difesa come un bene che Dio ci ha donato e che i nostri antenati hanno trasformato in un giardino meraviglioso. Forse che non ci sono stati grandi combattenti per la giustizia e l’onore in Italia? Alla Montagna Bianca la vittoria arrise all’esercito cattolico perché i picchieri napoletani costrinsero con le picche alzate i cavalieri imperiali in rotta a ritornare in prima fila e capovolgere le sorti della battaglia; a Lepanto sulle navi di Spagna erano in gran numero i marinai e i soldati napoletani, e vi erano le navi da guerra genovesi, veneziane, sabaude, toscane e romane.

E come non ricordare che a Otranto nel 1480, dopo il massacro degli uomini e dei ragazzi della città, gli ottocento cristiani scampati, rifugiatisi nella Cattedrale, furono trascinati su un colle accanto alla città e decapitati? Morirono impavidi sotto la scimitarra mussulmana. Non vi furono abiure o tradimenti, nonostante la promessa del comandante turco Gedik Ahmet Pascià di far salva la vita a chi si fosse convertito alla religione di Mohammed. I loro resti sono ancora là, come un esercito schierato a battaglia, nella cappella laterale destra della stupenda Cattedrale di Otranto, a testimonianza dell’eroismo che i nostri antenati seppero dimostrare in difesa della patria.

La vita in questa terra è una lotta, contro il nostro egoismo, anzitutto, e poi contro gli ostacoli che l’esistenza ci riserva ogni giorno, non impropriamente definita valle di lacrime nella preghiera alla Vergine del Salve Regina. La vita è lotta contro il male che si insinua in noi e che inquina le azioni nostre e degli altri. La vita è lotta contro il Nemico che ci seduce e ci accusa e che detesta la gioia e la felicità, nostra, dei nostri fratelli e dei nostri figli.

A questa lotta appartiene anche l’impegno di custodia della patria. Un patriottismo ben inteso, come unione forte e coerente delle volontà più limpidamente motivate a difendere la patria contro l’assalto interno ed esterno, è, in certi momenti, indispensabile.

Non vi è libertà del cittadino se non è libera la sua patria. Allorché un popolo smarrisce la virtù di religione e abbandona il culto dovuto pubblicamente a Dio; disprezza la propria tradizione storica; si diverte a farsi beffe dei costumi degli antenati; irride alle tragedie della propria terra o si compiace delle sue difficoltà; invita gli stranieri a infliggere ferite alla propria economia o alla propria stabilità finanziaria; ebbene, in quel momento un gruppo determinato di uomini e donne può e deve offrirsi come baluardo ultimo di resistenza, offrendo la propria stessa vita per scongiurare l‘abominio della desolazione, nella certezza che ogni sofferenza per il bene del popolo è offerta di un sacrificio a Dio nostro Signore. Nella testimonianza per Dio e per la patria sono custoditi i semi dei nuovi cristiani.

Come raccontano i libri sacri, il martirio dei sette fratelli Maccabei e della loro intrepida madre fu la pietra angolare, nel II secolo avanti Cristo, della vittoria del giudaismo contro il deturpamento della sua fede, nonché della morte del persecutore Antioco Epifane e della purificazione del tempio [8]

Che sia così anche per noi in quest’ora oscura per la nostra patria

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[1] Domizio Ulpiano, Dig., I, 1, 10.

[2] S. Ambrogio, De officiis, 1, 24, cit. in S. Tommaso, Summ Th, II IIae, Q 58, art. 11,3.

[3] Dt 5, 16.

[4] Mt. 25, 14-30.

[5] Streeck, How will capitalism end? Essays on a Failing System, Chapter 6: Heller, Schmitt and the Euro, New Deli, 2016, 175: “in the name of a misunderstood cosmopolitanism, identifying ‘globalization’ with liberation, not just of capital, but of life in general. To dispel concerns about a possible hegemony of global markets over democratic participation, and with it of the economic over the social, pipe dreams of a future global or, at a minimum, continental democracy are offered as baits for left idealists: promises of a better future in which international democracy will have regained control over international capital, if not tomorrow then the day after tomorrow”.

[6] Riferito da “la Repubblica” 30 settembre 1999.

[7] Riferito da “la Repubblica”, 11 novembre 2013.

[8] Mc 10, 1-4.

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