L’avvilente masochismo di una civiltà prostrata ai piedi di un “dio verde”

Tempi 12 Novembre 2021

 Il nuovo libro di Meotti documenta come il catechismo di Greta predichi la «crisi climatica» per arrivare a instaurare un dominio ideologico

Valerio Pece

Chi non avesse ancora chiaro come un certo ecologismo sia mutato in un neopaganesimo che «chiede la morte dell’Occidente», dall’ultima fatica di Giulio Meotti (Il dio verde, Liberilibri) rimarrà scioccato. Di un ambientalismo trasfigurato in religione verde Meotti scorge i giorni liturgici (la giornata della Terra); i tabù (no alla carne); i templi (le università occidentali) insieme ai «santuari della biodiversità»; il proselitismo («i devoti verdi non tollerano i tiepidi»); le profezie catastrofiche, i sensi di colpa, le espiazioni (viaggiare meno, diventare più poveri e con al massimo un figlio). Finanche una propria santa, Greta Thunberg da Stoccolma, «profetessa tra Giovanna d’Arco e Bernadette Soubirous».

Al di là dei guizzi ispirati, il carotaggio di Meotti è maledettamente serio e prende le mosse proprio dalle parole – esplicitamente programmatiche – dell’adolescente svedese a cui il mondo s’inchina: «La crisi climatica non riguarda solo l’ambiente […]. I sistemi di oppressione coloniale, razzista e patriarcale l’hanno creata e l’hanno alimentata. Dobbiamo smantellarli tutti». L’autore associa il catechismo di Greta alla «“convergenza delle lotte” di cui la sinistra ha più volte parlato»: ecologismo, islamismo, neofemminismo, istanze Lgbtqi+, immigrazionismo, neomalthusianesimo. Quest’ultimo, poi, ha vinto così tanto che «giovani angosciati hanno smesso di far figli per amore della terra».   

Mani sporche di sangue

Dati alla mano (nella sua appendice, Il dio verde è forte di 14 pagine di fonti), l’autore racconta che nelle politiche indiane e cinesi di pianificazione familiare «l’ecologismo ha le mani sporche di sangue». Ong finanziate dal Regno Unito non solo sono state utilizzate dal governo indiano per gestire «i campi delle sterilizzazioni», ma i fondi donati da Londra (sotto la cinica forma di “aiuti umanitari”) hanno chiaramente legato «la riduzione delle nascite alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica».

Stessa cosa in Cina, dove si contano «oltre 100 milioni di sterilizzazioni e 300 milioni di aborti». E se è vero – come racconta il saggio fresco di stampa – che la politica del figlio unico adottata dal Partito comunista cinese nasce in un pub di Helsinki, dove un matematico olandese sottopone a un collega cinese un rapporto del Club di Roma sull’utilizzo di «analisi matematiche» per calcolare quanti abitanti può permettersi un paese, per Meotti la morale è solo una: «Furono i malthusiani occidentali, non i maoisti, a indurre i cinesi a infliggersi questo esperimento senza precedenti nella storia umana».

Oltre ai disaster movie pullulanti di glaciazioni e desertificazioni (per l’autore aretino il cinema non smette mai di rappresentare «uno degli ingranaggi dell’ideologia dominante»), sono le celebrities le vere teste di ponte di quell’ecocatastrofismo che reclama l’immediata transizione ecologica (fa niente se «i ceti popolari saranno il capro espiatorio»). È vero anche, però, che «è dura la vita degli ecologisti senza macchia»: Leonardo Di Caprio, Justin Trudeau, il principe Harry, Elon Musk, icone che «sognano un mondo senza Co2», sono finiti sotto accusa da chi, più puro, non ammette jet privati.      

Apocalisse un giorno sì e l’altro pure

In un paragrafo dal titolo necessariamente ironico, “Il mondo non finirà oggi. Forse domani”, Meotti racconta alcune delle apocalittiche profezie che, insieme, terrorizzano e spostano montagne di soldi (per venire poi rimandate a data da destinarsi). Dal biologo di Stanford Paul Erlich, certo del fatto che «negli anni Settanta centinaia di milioni di persone moriranno di fame» (duecento le sue comparsate televisive nel solo 1970!), fino alla deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez (e siamo all’oggi, segno che la lezione è lungi dall’essere stata compresa), per la quale «se non affronteremo i cambiamenti climatici il mondo finirà tra dodici anni». In mezzo, altri buchi nell’acqua di autorevolissimi “esperti”, rapporti dell’Onu compresi. Perché, scrive l’autore, «agli ecologisti è consentito dire tutto».

Nella sua analisi, Meotti non manca di cogliere i paradossi che il nuovo ecologismo (ossimoricamente un “conservatorismo distruttore”: conserva la natura ma distruggere la storia) porta con sé: allarmismo sui cambiamenti climatici ma ben vengano i cambiamenti di civiltà; no agli esperimenti sugli animali ma sì a quelli sugli embrioni umani. E tanti saluti ad Alexander Langer, ambientalista ratzingeriano. Il dio verde aiuta a difendersi dal disprezzo per gli uomini di quegli ecologisti radicali così amanti dell’Umanità.

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