La trans pentita sbugiarda lo psichiatra pro gender

La Nuova Bussola quotidiana

28 Settembre 2021

Nel 2019 ha smesso di assumere testosterone. E ora Sinead Watson critica uno psichiatra di Stanford, secondo lei reo di sposare unilateralmente l’approccio favorevole al “cambio di sesso” e di essere sprezzante verso chi ha abbandonato la “transizione”. Una testimonianza che ricorda i danni dell’ideologia transessualista.

di Giuliano Guzzo

La recente e problematica svolta dei giudici britannici – che il 17 settembre, rivedendo la linea fissata a dicembre 2020 col caso di Keira Bell, sono tornati ad autorizzare i medici ad avviare i giovani al “cambio di sesso” senza previo assenso del tribunale -, non ha affatto cancellato la realtà dei detransitioners, i «trans pentiti», i quali continuano ad alzare la loro voce affinché le loro storie siano fatte conoscere senza censure.

Va in questa direzione un pesante j’accuse di Sinead Watson, una donna che aveva iniziato l’iter di transizione nel 2015, all’età di 24 anni, presso la clinica Sandyford di Glasgow, ma che dopo tre anni ha iniziato a provare rimpianti e che, nel 2019, ha poi smesso di assumere testosterone. La Watson si è infatti resa protagonista di un recente attacco frontale a Jack Turban, psichiatra della Stanford University School of Medicine, reo, secondo la donna, di offendere e negare la realtà di persone come lei e di sposare unilateralmente l’approccio affermativo – e cioè favorevole al “cambio di sesso” -, trascurando quello esplorativo e psichiatrico, vale a dire una linea assai più cauta.

L’attacco è stato vibrato attraverso una lunga lettera che la donna aveva inviato ai superiori dell’accademico senza, al momento, ottenere risposta. «Siamo profondamente preoccupati per il disprezzo del dottor Turban verso l’intervento psichiatrico e la psicoterapia esplorativa», recita la missiva, «per la sua singolare approvazione delle terapie affermative per le persone con disforia di genere e per il suo trattamento sprezzante verso quelli che, come noi, hanno abbandonato la transizione». Un abbandono, viene evidenziato, dalle conseguenze talvolta irreparabili: «Alcuni di noi ora non potranno mai avere figli e molti di noi vivono ogni giorno con grande angoscia e rimpianto».

Forti, nella lettera della Watson, sono quindi le note di delusione: «Non solo medici come il dottor Turban ci hanno ferito avviandoci lungo un singolare percorso di transizione, ma ora ci feriscono doppiamente screditando le nostre esperienze e persino la nostra esistenza, quando invece dovrebbero aiutarci». La scelta di chiamare in causa Turban, va da sé, non è casuale. Costui infatti gode di notevole visibilità (è regolarmente consultato sui temi Lgbt da testate come New York Times, Washington Post, Los Angeles Times e Scientific American) e, in un recente podcast fatto con Helen Webberley, ha sostanzialmente negato che le persone con disforia di genere possano essere seguite sul piano psichiatrico. «Non esiste un intervento psichiatrico per la disforia di genere», sono state le parole di Turban, «ma ci sono interventi medici per la disforia di genere».

Lo scorso anno, l’accademico di Stanford ha inoltre pubblicato su Jama Psychiatry uno studio – che ha ispirato varie proposte di legge – incui attaccava pesantemente, descrivendola come pericolosa, la terapia di conversione dell’identità di genere (gender identity conversion therapy), consistente nella possibilità che chi soffre di disforia di genere possa essere seguito fino a ritrovarsi a suo agio con la propria identità biologica. A questo articolo, per la cronaca, è stato recentemente risposto con un’analisi critica, pubblicata su Archives of Sexual Behavior, che ha fatto presente come la ricerca di Turban sia viziata da «gravi difetti metodologici».

Questo per dire che lo stimato Jack Turban non è certo infallibile né quelli che la pensano come lui sono la sola voce del mondo medico. Eppure, quella che i media tendono a dare è precisamente questa lettura, col risultato che tocca ai detransitioners come Sinead Watson farsi avanti e alzare la voce per sbugiardare la narrazione arcobaleno, spiegando che i «trans pentiti» non sono così rari, ma rappresentano la dolorosa conseguenza di una società che sposa senza riserve un approccio sulla disforia di genere che, di fatto, è ideologico. E che lascia ferite profonde nella vita di tante persone.

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