La decarbonizzazione infelice dell’Unione Europea

Tempi  9 Agosto 2021

In Europa ci si mettono pure i giudici a forzare le tappe della corsa alle zero emissioni. Ma è una corsa a rotta di collo, e il collo è il nostro

di redazione

In un anonimo giovedì di giugno una sentenza del tribunale dell’Aia ha impostato le linee guida che influenzeranno il mercato mondiale del petrolio nei prossimi anni. Scritto così sembrerebbe un’iperbole giornalistica, ma la decisione dei giudici olandesi di ingiungere al colosso petrolifero Royal Dutch Shell di anticipare i piani di riduzione delle emissioni di anidride carbonica ha rappresentato quello che gli operatori di mercato chiamano un “game changer”, ossia un cambio di paradigma.

Nello specifico, la major dovrà ridurre del 45 per cento le emissioni di Co2 entro il 2030, in largo anticipo rispetto alla tabella di marcia: la causa era stata avviata nell’aprile del 2019 da Milieudefemie, filiale olandese dell’organizzazione internazionale “Amici della Terra” assieme a sei altre Ong, fra cui Greenpeace e Actionaid. Un’azione legale, quella intentata dalle Ong, forte anche del sostegno di oltre 17 mila cittadini olandesi costituitisi parte civile.

Nell’accogliere le accuse mosse da sette organizzazioni ambientaliste, il giudice ha stabilito come Shell fosse responsabile di enormi emissioni di Co2, contribuendo alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione. Insomma, per la prima volta nella storia, un’impresa è costretta dalla giustizia ad adeguarsi all’accordo del 2015.

E dire che la multinazionale anglo-olandese aveva annunciato a febbraio l’intenzione di ridurre le emissioni di Co2 del 20 per cento entro il 2030, del 45 per cento entro il 2035 e interamente entro il 2050, conformandosi così alle impostazioni contenute nel piano sul clima europeo di arrivare alla cosiddetta “carbon neutrality” entro la prima metà del secolo. Ma al giudice l’impegno della Shell non è evidentemente bastato.

Alla notizia, qui in Italia, è stato riservato solo qualche lancio di agenzia, ma l’impatto finanziario rischia di essere particolarmente forte. Imporre la drastica riduzione (nonché in largo anticipo rispetto al previsto) delle emissioni di Co2, infatti, costringerà di fatto la Shell a cedere velocemente alcuni dei suoi asset.

Non è un caso se proprio pochi giorni dopo la sentenza, l’agenzia Reuters ha riportato come il gruppo olandese stesse caldeggiando la cessione degli asset nel ricco Bacino Permiano nello stato del Texas. A quel punto alea iacta est.

Sono bastate poche ore per far realizzare all’intera comunità internazionale degli operatori finanziari quale sarà lo scenario più probabile: una strutturale riduzione dell’offerta di oro nero che ha fatto guadagnare in pochi giorni 10 dollari al contratto sul Brent balzato appena sotto gli 80 dollari al barile, sui massimi del 2018.

Presagi di recessione

Non che il mercato petrolifero non stesse già iniziando a scontare un certo grado di tensione sul lato dell’offerta. Già da alcune settimane la curva forward della commodity, ossia il prezzo offerto dai trader alle varie consegne distribuite nel tempo, presentava un regime di backwardation, quella dinamica di mercato caratterizzata da prezzi più elevati per le consegne a breve termine e più bassi per quelle a lungo termine, sintomo dell’incapacità dell’offerta di stare al passo con i consumi.

Che negli Stati Uniti hanno pienamente recuperato il danno legato alle politiche di lockdown varate nel 2020 e veleggiano attualmente sui massimi del 2019. Certo, si dirà, oggi incombe il rischio della variante Delta e soprattutto l’impegno da parte dei paesi dell’Opec+ di aumentare la produzione. Ma si tratta di diversivi che possono generare una certa volatilità dei prezzi, però non intaccano quella che oramai appare come una dinamica strutturale, dato che è assai probabile come la sentenza del tribunale olandese apra la strada a nuove cause che prenderanno di mira tutte le altre major petrolifere.

La dinamica non è sfuggita alle grandi banche d’affari come Bank of America che, in una nota inviata recentemente alla clientela, ha inserito all’interno dei sui previsionali la possibilità per i prezzi dell’oro nero di tornare verso la fatidica soglia dei 100 dollari al barile raggiunta nel 2007, che provocherebbe una recessione mondiale.

In realtà i primi effetti negativi sono già sotto gli occhi di tutti: il forte rialzo del prezzo della Co2 determinato dalle zelanti politiche ambientali europee provocherà un rincaro della bolletta energetica tra il 10 e il 15 per cento in questo terzo trimestre dell’anno.

A nutrire grande preoccupazione è anche il numero uno dell’Eni Claudio De Scalzi che, parlando all’Istituto Affari internazionali, ha dichiarato come la transizione energetica nel sistema industriale stia «creando la morte».

«La transizione è una storia per ricchi, perché sono i ricchi che emettono di più. L’Europa ha una Borsa per far pagare le emissioni, l’Ets. Eravamo a 20-25 euro per tonnellata, abbiamo toccato i 60 euro, arriveremo a 100 euro per tonnellata. Questo sta creando la morte nel sistema industriale, soprattutto per gli energivori», ha detto il top manager.

Secondo uno degli analisti finanziari più influenti a Wall Street, Edward Yardeni, il settore energetico sta di fatto assistendo allo stesso trauma che visse al tempo il comparto del tabacco. Stando all’esperto, anche se la compagnia ha annunciato che farà ricorso, è difficile che ci sarà il tempo materiale di arrivare alla conclusione dell’iter giudiziario prima del 2030, anno in cui ricade l’obbligo imposto dal giudice di ridurre le emissioni.

Decine di militanti ambientalisti, in attesa fuori dal tribunale, hanno festeggiato la sentenza con cori e lacrime di gioia. «Oggi assieme ai 17 mila cittadini che hanno firmato scriviamo una pagina di storia», ha commentato l’Ong Amici della Terra.

Nelle mani dei rivali

Ma l’entusiasmo degli ambientalisti rischia di essere una vittoria di Pirro. Mettere infatti le major petrolifere nella condizione di cedere forzatamente i propri asset significherà consegnarli nelle mani delle rivali russe, arabe e cinesi su cui insistono norme ambientali molto meno stringenti rispetto all’Europa, con il risultato che forse verranno prodotte meno emissioni in Europa ma a livello mondiale poco o nulla cambierà.

L’ultima riprova sui due pesi e due misure in campo ambientale tra Europa e resto del mondo è arrivata dall’annuncio da parte della Cina di aver iniziato le negoziazioni del prezzo delle emissioni di Co2, salutato con grande entusiasmo dagli ambientalisti.

Ma il diavolo, come spesso avviene, è nei dettagli: prima di cantare vittoria bisognerebbe evidenziare come il prezzo di contrattazione non ha superato i 10 dollari la tonnellata, un bel differenziale rispetto al prezzo dei permessi vigenti in Europa, vicini ai 60 dollari. Cocenti saranno anche le delusioni di chi pensa che a sostenere il piano sul clima europeo giungano in soccorso gli Stati Uniti. Difficile che Washington adotti misure in grado di sostenere al rialzo i prezzi dei beni energetici a soli 12 mesi dalle elezioni di metà mandato.

Al contrario, stando a quanto circola in queste settimane tra gli operatori finanziari, l’amministrazione Biden potrebbe arrivare addirittura ad annunciare una limitazione all’export di petrolio proprio per aumentare l’offerta interna e arrestare il rally dei prezzi della benzina.

Ancora una volta l’economia mondiale deve sperare nella lungimiranza americana per evitare che l’approccio ideologico dell’Unione Europea sfoci in politiche recessive, proprio come accadde dopo la crisi del debito di 10 anni fa.

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