Non sappiamo più educare i giovani (solo compiacerli)

Corriere della Sera 15 Luglio 2021  

vano immaginare che il rimedio al fallimento possa essere una frigida pedagogia ad hoc sotto forma ad esempio dell’appena decretata introduzione dell’«educazione civica»

di Ernesto Galli della Loggia

I giovani non dovrebbero essere adulati. Adularli, compiacerli, è il modo più sicuro per rovinarli: perché così li si rinchiude nell’informe in cui essi ancora consistono e dal quale invece devono essere aiutati a uscire, «e-ducati» (condotti fuori: ah la folgorante perspicuità della lingua latina!).

Per l’appunto l’educazione non l’incensamento è il vero diritto che i giovani possono, e devono, accampare nei confronti della società. Più insopportabile di ciò che i giovani spesso fanno è la retorica che sui giovani si fa.Quella retorica, ad esempio, che a commento della recentissima decisione di estendere ai diciottenni il diritto di voto per il Senato ha fatto titolare a qualche giornale «Da oggi i giovani contano di più».

Come se dopo la medesima estensione del diritto di voto per la Camera mezzo secolo fa qualcuno si fosse mai accorto che i suddetti giovani avessero cominciato a «contare di più».

Si pensa con questa retorica di risultare loro simpatici, di ingraziarseli. Ingraziarsi i giovani è divenuta infatti da decenni la parola d’ordine di un Occidente sempre più vecchio e sempre più preso dalla paura di esserlo. Compiacere i giovani è divenuto così il primo comandamento di chiunque intenda apparire al passo dei tempi e magari giovane anche lui: dal ministro dell’Istruzione al sindaco dell’ultimo borgo d’Italia che si farebbe impalare pur di non chiudere una discoteca da diecimila decibel.

Ma i giovani non dovrebbero essere adulati.

Adularli, compiacerli, è il modo più sicuro per rovinarli: perché così li si rinchiude nell’informe in cui essi ancora consistono e dal quale invece devono essere aiutati a uscire, «e-ducati» (condotti fuori: ah la folgorante perspicuità della lingua latina!). Per l’appunto l’educazione non l’incensamento è il vero diritto che i giovani possono, e devono, accampare nei confronti della società.

Disgraziatamente è proprio ciò che le nostre società, a cominciare dalle famiglie, non riescono più a fare. Non sappiamo educare le nuove generazioni, dare loro una misura e un retroterra, e quindi un orizzonte di senso per l’oggi e per il domani; riempire di un contenuto positivo di attesa e di speranza gli anni d’apprendistato che esse vivono. Incapaci ormai di fare qualcosa del genere abbiamo creato uno spaventoso vuoto educativo.

Ed è per l’appunto su questo fronte che anche la scuola italiana registra il suo fallimento più visibile. Come dimostrano ogni giorno le cronache delle multiformi imprese di tante masse giovanili — con la loro insubordinazione distruttiva ma insieme con il loro evidente carico di disperazione — anche la scuola non riesce a dare ai propri allievi quella minima maturità e padronanza di sé, quella consapevolezza degli obblighi della convivenza sociale che sarebbero necessarie.

Ma è vano immaginare che il rimedio a tale fallimento possa essere una frigida pedagogia ad hoc sotto forma ad esempio dell’appena decretata introduzione dell’«educazione civica», una nuova pseudomateria in condominio tra tutte le altre materie. È vano immaginare che conoscere i diritti del cittadino, essere ammaestrati al rispetto della legge o circa le competenze delle Regioni possa davvero educare. Cioè formare una coscienza, introiettare un limite, plasmare un carattere, sapere che cosa è bene e che cosa è male.

Una scuola che coltiva una simile illusione, che crede che la chiave dell’educazione sia l’insegnamento di «democrazia» è una scuola che in realtà ha smarrito il senso della propria natura e con essa la propria anima. Che rimane una sola: l’istruzione. La scuola è nata per istruire e dalla convinzione che l’istruzione in quanto tale abbia un potere educativo, che essa in quanto tale incivilisce. Solo gli sciocchi o i demagoghi, infatti, credono che l’istruzione consista nell’assimilare un insieme di nozioni e basta.

È invece tutt’altro. Istruirsi, in realtà, vuol dire attraverso le nozioni appropriarsi di un retaggio. Vuol dire cioè stabilire un legame con quanto è stato pensato, conosciuto, scritto e fatto d’importante prima di noi e quindi farlo nostro. Vuol dire venire a contatto con i mille modi in cui si è presentato nel mondo l’umano e più o meno consapevolmente misurarci con esso, con esso alimentare la nostra riflessione su noi stessi far crescere la nostra personalità, costruire il nostro immaginario e, per usare un’espressione ormai inconsueta, il nostro mondo morale.

È in questo modo che l’appropriazione di un retaggio diviene la costruzione di un’identità. La nostra. E che di conseguenza riusciamo a non esistere più come fuscelli insignificanti gettati nel mondo , bisognosi per sentirci vivere di ubriacarci in una movida o di fare a botte per un nonnulla. Istruzione, infine, vuol dire essere accompagnati nell’impresa che ho appena detto da un maestro (ogni insegnante deve sforzarsi di esserlo). Vuol dire cioè apprendere dall’esperienza viva che cosa può significare per noi un essere umano in carne e ossa — non la fantasmatica immagine sullo schermo di un computer — con il quale entrare in un contatto personale e diretto.

Vuol dire sperimentare quale esempio di passione , di conoscenza e di verità la sua istruzione significhi per lui ed egli possa trasmetterci. Di tutto questo è fatta l’educazione che l’istruzione — e solo l’istruzione — è in grado di trasmetterci. È Leopardi, sono la storia e la matematica che insegnano ad essere cittadini di una patria libera e a rispettare gli altri, non l’educazione civica. Ma perché allora pensiamo di ricorrere a un misero (e del tutto vano) succedaneo com’è per l’appunto la suddetta «educazione civica»?

La risposta è semplice. Perché l’istruzione di cui fin qui ho parlato, che ha le sue radici nel passato (è il caso ad esempio dell’insieme delle materie cosiddette umanistiche) e non se ne vergogna, non è più da tempo quella che impartisce la nostra scuola.

La quale, invece di opporsi all’ideologia sociale dominante fondata per intero sulla delegittimazione del passato, sull’attacco a tutti i suoi valori, sul discredito di ogni tradizione, accredita l’idea che nella scuola stessa ciò che davvero conta — e deve contare! — siano ormai solo le «competenze», gli human skills, il «mondo del lavoro», l’«inclusività», l’«educazione digitale» e sopra ogni altra cosa sempre e comunque una visione del mondo, una formulazione di qualunque cosa, di tipo formalistico, quantitativizzante e psicoscientista.

Il tutto, come è ovvio, per l’entusiastico impulso di burocrazie senza principi e di ministri dell’istruzione di nessun peso mossi solo dallo spasmodico desiderio di far parlare bene di sé i giornali dell’indomani

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