“Le serate di San Pietroburgo oggi”

Per Rassegna Stampa 24 Aprile 2021

La MilitiaChristi di cui ci parlano, ancora oggi, due autori di un libro dedicato a Joseph de Maistre

di Alessandro Puma

Storicamente, tutte le rivoluzioni hanno portato a degli ineffabili bagni di sangue, inevitabili – affermano i cronisti di sinistra – proprio per poter cambiare l’assetto sociale precedente. Ma, a parte il fatto che, quasi sempre, la situazione straordinaria della rivoluzione, passati i primi fuochi, riporta la società più o meno all’ordine preesistente, l’aspetto più fervido e utile di un simile stravolgimento è dato proprio dal pensiero controrivoluzionario che segue alla rivoluzione.

Oggi che non esistono più ideologie, e conseguentemente non si fanno più rivoluzioni, un pensiero antimoderno, come quello di Joseph de Maistre, è non solo indispensabile per combattere quella che è la “rivoluzione permanente” della nostra malata società postmoderna, ma addirittura impellente.

Lo sanno molto bene Matteo Orlando e Giuseppe Brienza che non a caso hanno intitolato il loro ultimo libro Le serate di San Pietroburgo, oggi – 56 frecce controrivoluzionarie (Presentazione di Lorenzo Fontana – Edizioni Solfanelli, pp. 260, Chieti, 2021), una miscellanea di articoli controrivoluzionari in nome – ovviamente – del cristianesimo. Un cristianesimo vicino (ma non lo è sempre stato?) alla cosiddetta “rivoluzione conservatrice” di cui hanno parlato tanti Autori controcorrente, anche italiani, del Novecento.

Lo si può notare nel capitolo dedicato alla Solidarnosc polacca di Lech Walesa i cui operai, in balìa del regime comunista, esigono che si continui a celebrare la Messa anche dentro le fabbriche e i cui simboli, religiosi ma anche nazionali, dell’Arcangelo Michele e della Vergine di Czestochowa, fanno tutt’uno con la loro politica identitaria e patriottica; oppure in quello dedicato al celebre ballerino russo Nureyev e al modo in cui riuscì a fuggire dall’inferno della dittatura comunista.

Sono questi i piccoli gioielli storici, di cui il libro è disseminato, con molti episodi di nicchia che il pubblico di una certa età non ricorda magari più e di cui i giovani di oggi non hanno idea.I due autori ricercano, anche, il senso della vera Europa. Non della farsesca unione monetaria di oggi, ma di quella che, per parafrasare Nietzsche, si è sempre presentata come un potente organismo sovranazionale “capace di perseguire uno scopo per millenni” (avete letto bene, sovranazionale, perché i veri pensatori tradizionalisti erano l’opposto dei cosiddetti sovranisti di oggi in quanto si richiamavano all’idea dell’imperiumromano che unificava tutta l’Europa attorno a un centro spirituale che prescindeva dalle nazioni).

Il terzocapitolo del libro, intitolato “Conservatorismo”, è quello che risulta più accattivante perché colpisce al cuore i meccanismi ipocriti e finto-buonisti della nostra società contemporanea. Nel collegare, ad esempio, sulla scorta del pensiero del grande filosofo tradizionalista Roger Scruton (1944-2020), l’esperienza del bello con la concezione del sacro.

I due autori citano a questo proposito un suo passaggio illuminante: «associare il bello direttamente al sacro è quanto di più antimoderno e contemporaneamente contro-rivoluzionario si possa fare. La forma umana è sacra per noi perché reca il segno dell’incarnazione. La profanazione intenzionale della forma umana, attraverso la pornografia del sesso o la pornografia della morte e della violenza, è diventata, per molti, una sorta di compulsione. E, questa profanazione, che sciupa l’esperienza della libertà, è anche una negazione dell’amore.

Si tratta di un tentativo di rifare il mondo come se l’amore non ne facesse più parte. Questa è certamente la caratteristica più importante della cultura postmoderna […] una cultura senza amore, che ha paura della bellezza perché è turbata dall’amore» (p. 53).

Viene in mente qui – ribadiscono i due autori – l’indimenticabile Fëdor Dostoevskij, la sua finissima metafisica in prosa e i Fratelli Karamazov quando lo scrittore russo fa dire a Dmitrij Karamazov quelle parole celebri, letterarie, insieme metaforiche e sempre valide: «La Bellezza è una cosa terribile. È la lotta tra Dio e Satana e il campo di battaglia è il mio cuore».

La nostra – leggiamo più avanti, nel capitolo che tratta di un saggio di Giuseppe Brienza – è ormai «una società che avvalora come diritto quello di ammazzare i bambini nel grembo delle proprie madri; di sbarazzarsi dei feti malformati o, semplicemente, indesiderati in nome della libertà; sopprimere chi soffre, in nome di una falsa pietà; arrivare all’utero in affitto per avere un figlio; superare l’essere “maschio” o “femmina” in favore della teoria gender. Questa è una società distrutta e snaturata che ha rinunciato ai valori veri, quelli ci hanno reso grande la Civiltà occidentale e cristiana nella storia» (p. 61).

Eppure, ci sono sempre le eccezioni, anche in Italia, come vogliono far risaltare i due autori. Non bisogna sempre considerare il nostro popolo come la solita risma di corrotti e di maneggioni perché, per esempio, durante la Prima Guerra Mondiale (un altro degli argomenti affrontati) «i nostri vecchi hanno abbandonato gli strumenti di lavoro e i libri per imbracciare il fucile e per farsi letteralmente grattugiare sul Carso» (p. 71).

L’Italia, infatti, scrive nel suo saggio incluso nel libro il Gen. Marco Bertolini, «si ammassò sul Piave e nell’inverno del 1918 sfondò per prima le difese degli Imperi Centrali portando alla fine della guerra e alla Vittoria che ha completato l’unità del paese. Ed è per questo che fino a poche generazioni fa, tutti gli Italiani si riconoscevano nella festa del 4 novembre, festa inclusiva per antonomasia nella quale ci celebravamo in quanto italiani e non in quanto Repubblicani contrapposti ai Monarchici come nel 2 giugno o in fascisti contrapposti ad antifascisti il 25 aprile. Eravamo un popolo orgoglioso di avere combattuto e vinto unito, grazie agli Interventisti, agli Antinterventisti, ai Socialisti, ai Cattolici, nonché a quelli che sarebbero poi diventati i Fascisti, confluiti tutti nelle stesse unità, tutti coesi contro il nemico comune di allora» (p. 74).

Ecco, sebbene si tratti di casi sicuramente estremi, è questa l’eroica e Santa abnegazione alla quale può farci accostare un’ottica antimoderna che non vede negli agi e nelle amenità della società moderna una soluzione (effimera) al “mal di vivere”.Ed è di questa la Militia Christi di cui ci parlano, ancora oggi, Matteo Orlando e Giuseppe Brienza.

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