Giovanni Gentile, filosofo cancellato. Una storia paradigmatica.

L’Occidentale 18 Aprile 2021

di Renato Tamburrini

Il 15 aprile 1944 a Firenze fu assassinato Giovanni Gentile ad opera di un gruppo partigiano aderente ai GAP, comandato da Bruno Fanciullacci, che fu anche autore dell’esecuzione in prima persona.

Forse in questi nostri giorni sempre più refrattari alle sfumature è di qualche utilità ricordare che l’azione non fu unanimemente approvata nell’ambito del CLN toscano: Gentile era abbastanza anziano, da tempo fuori della vita politica in senso stretto, anche se la sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana e l’accettazione della carica di Presidente dell’Accademia d’Italia, la cui sede era stata spostata a Firenze, gli aveva attirato varie chiamate in correo e qualche minaccia di morte.

Ma era detestato anche negli ambienti più radicali del fascismo repubblicano e su di lui gravava da tempo un vecchio sospetto di terzietà o comunque di tiepidezza. Che poi potesse essere “complice” delle efferatezze del maggiore Mario Carità forse non arrivavano a pensarlo neppure i suoi sicari, benché lo affermassero. Ma questa è la fine.

Prima c’è il Gentile esponente di primo piano dell’idealismo italiano, riformatore della Scuola, organizzatore dell’Enciclopedia Italiana, maestro di generazioni di studiosi protetti e aiutati indipendentemente dal loro credo politico e, da un certo punto in avanti, anche della loro appartenenza razziale. Certo, c’è pure il Gentile che scrive a quattro mani con Mussolini la voce “Fascismo” per l’Enciclopedia Italiana, il Gentile estensore e capofila del Manifesto degli intellettuali fascisti, che vede nel fascismo il compimento del Risorgimento, c’è il Gentile studioso epocale di Marx e del marxismo (aspetti su cui tanto si è soffermato Augusto Del Noce): insomma un personaggio complesso e talvolta contraddittorio, a tutto riconducibile fuorché alla banalizzazione faziosa, l’uomo che – come ebbe a dire una volta se non sbaglio Massimo Cacciari con la vis polemica e sarcastica che lo contraddistingue – se fosse nato a Heidelberg in Germania e non a Castelvetrano in Sicilia sarebbe considerato uno dei più grandi filosofi europei del Novecento, se non il maggiore.

E però da un certo punto in avanti, dopo la sua esperienza di Ministro, Gentile fu soprattutto un accademico e un maestro, sostanzialmente un uomo di università. Da qui il suo legame fortissimo con Pisa, della cui Università fu Rettore e della cui Scuola Normale Direttore.

In questa veste gli è unanimemente riconosciuto il merito della trasformazione della Scuola Normale da mero collegio per coadiuvare gli studenti meritevoli negli studi universitari in centro di eccellenza e vivaio per le migliori intelligenze dell’Italia futura, sempre nella prospettiva del fascismo come compimento del Risorgimento, elemento costitutivo del suo orizzonte politico-culturale: un modello che egli immaginava di estendere come affiancamento ad altri atenei italiani, per la coltivazione di competenze e di eccellenze diffuse, non certo come “parassitazione” dell’istituzione pisana, come purtroppo è stato qualche volta inteso negli ultimi anni.

A Pisa comunque egli operò con larghezza di vedute, favorendo notoriamente anche studiosi in difficoltà per il loro antifascismo o per la loro appartenenza alla razza ebraica: basti ricordare il caso del tedesco Kristeller, tenuto il più possibile nella Scuola onde evitargli il rientro in Germania. A Pisa ebbe discepoli e prosecutori più o meno critici del suo pensiero, anche dopo la sua morte.

Molti di loro confluirono nel robusto filone di intellettuali che si andava posizionando attorno al PC togliattiano, altri, come Carlini, alimentarono una ripresa del pensiero cattolico rivisitato attraverso l’idealismo. Ma il suo nome fu silenziato, rimosso dai pubblici ricordi, e l’interdizione, vigente per moltissimi anni, possiamo dire che oggi conserva ancora intatto tutto il suo potere.

Mentre gli studiosi andavano riscoprendo criticamente lo spessore del pensatore e dell’organizzatore culturale, in pieni anni Ottanta il suo nome, per un pesante intervento di “vigilanza antifascista” fu cancellato da una lapide che in modo del tutto avalutativo riportava l’elenco dei docenti, membri del personale tecnico e studenti morti a causa degli eventi bellici. Neppure il nome… un’operazione che sembra ambientata più nella Mosca anni Trenta che non nella Pisa del 1984.

Né sorte migliore incontra nel 1999 il tentativo di porre rimedio all’abrasione barbarica mediante un’epigrafe ad personam. La decisione, per la quale a un Rettore equanime sembrano maturi i tempi (“E’ maturo il tempo per superare un comprensibile atteggiamento emotivo nei confronti di Gentile, ben consapevoli delle difficoltà dell’operazione che tocca dolorosamente la memoria sociale’, sostiene il Rettore Modica) viene approvata dal Senato Accademico.

Ma immediatamente si alza un gran polverone con dure prese di posizione di ambienti di sinistra, a cui il Rettore replica: “Nonostante le colpe storiche Gentile ha avuto un ruolo strategico nell’organizzazione delle istituzioni scolastiche ed educative del Novecento, creando in particolare un ambiente scientifico liberale, fino al punto di aiutare docenti ebrei, proprio nel momento in cui venivano emanate le leggi razziali, da lui stesso pubblicamente approvate”.  

Iniziano tentativi di trovare una quadra sul testo da incidere: di modifica in modifica, di proposta conciliativa in proposta conciliativa, si giunge a configurare un ircocervo che pretende di mettere insieme il ricordo del grande filosofo con l’accusa (adombrata ma non troppo) di essere stato complice attivo delle persecuzioni razziali.

Insomma un tentativo di mediazione francamente insostenibile, che diventa immediatamente un caso nazionale: intervengono Montanelli, Cappelletti, e Canfora, e da ultimo il nipote Giovanni Gentile, editore, minaccia di denunciare l’università nel caso che la formulazione definitiva rimanga quella.

Il Senato accademico, preso tra due fuochi, “con rammarico” delibera di rinunciare all’apposizione della lapide. E così ancora oggi né una strada cittadina, né un’epigrafe, né un’aula e diciamo neppure un banco ne ricorda l’operato. Chissà che alla fine non sia un bene, in questi tempi così propensi ad abbattere le statue e ad imbrattare le lapidi?

In fondo al visitatore non distratto, se percorre il cortile della storica Sapienza pisana è ancora riservata una scoperta sorprendente: nella grande epigrafe che ricorda i morti per gli eventi bellici il nome di Giovanni Gentile, abraso, emerge tenacemente sotto il nome che lo ha rimpiazzato, come un fantasma innominabile e scomodo.

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