Perché nell’utopia svedese ci sono così tanti stupri

Newsletter di Giulio Meotti

8 Aprile 2021 

Ayaan Hirsi Ali e uno studio svedese su Forensic Sciences Research rivelano che multiculturalismo e immigrazione di massa hanno innescato una crisi violenta nella fiaba socialdemocratica

di Giulio Meotti  

“La crisi migratoria europea del 2015 è stata seguita da un’ondata di crimini sessuali e molestie sessuali? È una domanda delicata; una che molte persone preferirebbero che non venisse posta”.

Lo scrive questa settimana su Unherd la saggista di origine somala Ayaan Hirsi Ali, che si concentra sulla Svezia, “la capitale europea degli stupri”. Alcuni scienziati sociali svedesi, Ardavan Khoshnood, Henrik Ohlsson, Jan Sundquist e Kristina Sundquist, sulla rivista Forensic Sciences Research hanno appena pubblicato un primo studio scientifico sugli autori degli stupri in Svezia, in cui analizzano le caratteristiche delle persone tra i 15 e i 60 anni che sono state condannate per violenza sessuale contro le donne in Svezia tra il 2000 e il 2015.

Un totale di 3.039 autori di reati sono stati condannati. Rivelano i ricercatori che quasi la metà degli autori di questi reati è nata al di fuori della Svezia (47,7%). Di questi nati all’estero, il 34,5% proviene dal Medio Oriente e dal Nord Africa, con il 19,1% proveniente dal resto dell’Africa. Sulla base dei registri della popolazione tenuti dall’agenzia ufficiale di statistica svedese, il 19,7% della popolazione svedese è costituita da individui nati all’estero, quindi sono sovra-rappresentati di 2,4 sugli stupri.

Inoltre, se mettiamo insieme varie statistiche, troviamo che ci sono 565.902 persone nate all’estero che vivono in Svezia e che sono nate in Nord Africa e Medio Oriente, che rappresentano il 4,9% della popolazione svedese. Eppure il 16,4% dei condannati per stupro e tentato stupro sono individui nati all’estero provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente: sovra-rappresentati dunque di 3,3.

A spiegare che il multiculturalismo ha innescato una crisi violenta nella società svedese lo ha spiegato anche la tv pubblica. Eppure, in Svezia è un tabù stabilire un collegamento tra immigrati e criminalità, secondo Tino Sanandaji, l’economista svedese di origine curda che ha scritto Mass Challenge, best seller su come il paese non è riuscito ad integrare i nuovi arrivati.

La critica dell’immigrazione è stata prerogativa della destra per così tanto tempo che il libro di Sanandaji è stato inserito nella lista nera di alcune biblioteche pubbliche, nonostante le lodi degli esperti. “Gli attacchi avrebbero terminato la mia carriera se fossi stato uno svedese bianco etnico”, ha detto l’economista della Stockholm School of Economics.

Anche Paulina Neuding, una giornalista svedese di fama internazionale, è stata accusata di xenofobia per aver collegato l’aumento dei crimini antisemiti e sessuali alla migrazione di massa. Neuding, nata da una famiglia ebrea emigrata dalla Polonia comunista, ha detto che la Svezia sta vivendo una “crisi di violenza sessuale”.

“La Svezia è passata dall’essere un paese a bassa criminalità ad avere tassi di omicidi significativamente superiori alla media dell’Europa occidentale” ha scritto Neuding su Politico. “I disordini sociali, le auto bruciate, gli attacchi ai soccorritori e i disordini, sono un fenomeno ricorrente.

Le sparatorie nel paese sono diventate così comuni che non fanno più titolo, a meno che non siano spettacolari o abbiano delle vittime. Le notizie sugli attacchi vengono velocemente sostituite con titoli su eventi sportivi e celebrità, poiché i lettori sono diventati desensibilizzati alla violenza”. 

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