Gli investimenti italiani in Libia

Libia_coloniaStudi Cattolici n.613 Marzo 2012

di Federica Saini Fasanotti

I territori libici vennero realmente occupati molto tardi: la cosiddetta «riconquista» terminò nel 1931. La guerra italo-turca, iniziata su territorio libico nel 1911, era stata vinta nel giro di un anno, ma a sottostare al controllo italiano erano solo alcune città e la zona costiera. L’Italia non era nuova agli investimenti in Libia: il Banco di Roma aveva iniziato una serie di azioni economiche e finanziarie già dai primi del Novecento, anche se di reale impegno nel Paese si può parlare solo dagli anni Trenta.

Sui danni compiuti dal fascismo in Libia non ci sono ormai più segreti; il regime, nella sua opera di colonizzazione, non ha risparmiato nessuna delle atrocità tipiche dei Paesi colonizzatori: devastazioni, eccidi, terrore. Gli studiosi si sono soffermati lungamente su tutto ciò che di errato è stato fatto, fornendoci un quadro desolante dell’occupazione fascista. Spesso però le analisi hanno, più o meno volutamente, evitato l’altra faccia della medaglia che riguarda quel poco di buono lasciato oltremare, malgrado tutto. E questa considerazione non vuoi essere né polemica, né tantomeno filocolonialista.

Nel momento in cui si affronta, infatti, un simile argomento, non si può dimenticare completamente questa parte, perché facendo ciò l’analisi stessa risulta falsata. Esistono interi e approfonditi report sugli investimenti compiuti dal governo italiano in Libia, poco importa, ai fini dello studio, se fatti per pura propaganda o per altri motivi.

Si è detto spesso, e giustamente, che tali investimenti – rete urbana e stradale, scuole, moschee, ospedali, nuovi abitati sono stati compiuti, soprattutto nel periodo successivo alle operazioni di polizia coloniale durante il governo Balbo, perché «facevano parte di una strategia fascista che guardava alla Libia come trampolino di lancio verso e contro l’Egitto britannico e come strumento per il controllo del Mare nostrum, più che ai fini dell'”incivilimento” dei sudditi libici» (1).

Corretta è anche l’osservazione riguardante la politica agricola, all’avanguardia in termini tecnici, ma certo pesantissima se pensiamo all’esproprio attuato dal fascismo sulle terre dei libici stessi. Certo è che le potenze europee molto, moltissimo avevano investito in infrastnitture nei Paesi colonizzati, mentre l’Italia del regime liberale non aveva fatto praticamente nulla. Soltanto con il fascismo, e soprattutto dopo la conquista dell’Etiopia e la nascita dell’Impero, si iniziò realmente a costruire.

Più oneri che vantaggi

Abbiamo detto che la Libia venne realmente unificata tardi: è con l’avvento del governatore Italo Balbo, infatti, che la politica di investimenti iniziò a mutare rotta, ma di tempo ne rimase relativamente poco, visto che già nel 1941 la colonia poteva dirsi persa; nonostante questo, in otto anni l’Italia mutò l’aspetto della Libia, anche se, per dirla come Labanca, «l’imperialismo coloniale italiano costò molto più dei vantaggi che, nel complesso, il Paese riuscì a trarne» (2).

Il fascismo poi non fu realmente in grado di gestire con oculatezza ciò che tanto faticosamente aveva conquistato: la stessa colonizzazione demografica non ottenne ciò che si era prefissata, nonostante i successi di alcuni esperimenti, primo fra tutti quello dei cosiddetti villaggi cirenaici dei Ventimila.

Le stesse esportazioni, già iniziate negli anni Venti, non divennero decisive nel panorama dell’economia italiana: non c’erano materie prime (ciò di cui l’Italia aveva realmente bisogno: il petrolio di eccezionale qualità di cui la Libia era, ed è tuttora, ricchissima non era ancora stato scoperto). Si era quindi lontani dal classico modello inglese in cui alcune esportazioni – per esempio le manifatture tessili – erano di notevole spinta alla stessa economia nazionale. Più di rilievo, anche se non risolutivo per l’economia italiana, fu invece l’ambito delle importazioni sia per le comunità civili, sia per quelle militari.

A livello di investimenti veri e propri l’impressione è quella che le grandi banche – e per certi versi lo stesso Stato — poco credessero nelle colonie, almeno fino alla conquista dell’Etiopia nel 1936. Pochi anni prima, nel 1932 (3), era stato costituito l’Ente per la colonizzazione della Libia con la precipua volontà di valorizzare le terre cirenaiche attraverso l’invio sul posto di famiglie italiane.

Ai coloni erano affidate terre da bonificare che potevano essere acquistate o semplicemente date in concessione dallo Stato, attraverso una suddivisione di unità poderali, dotate di abitazioni e di materiale per la coltura; la famiglia colonica aveva poi l’obbligo di pagare il valore di tutto ciò, a rate e nel tempo. Scopo dell’Ente era proprio quello di portare in Libia famiglie di agricoltori.

L’attività iniziò appunto nel dicembre 1932 nel Gebel cirenaico e si protrasse nel 1935 in Tripolitania. Quello che va detto è che non ci si limitò a curare gli interessi degli italiani, ma si cercò di migliorare anche le condizioni di vita dei locali attraverso la costituzione di unità ponderali anche per loro che fossero dotate di case, pozzi, bestiame e strumenti di lavoro e con gli stessi benefici concessi alle famiglie italiane. Parallelamente a ciò, l’Ente si attivò per la lavorazione delle uve – le cosiddette enopoli -, per l’allevamento massivo del bestiame, per la coltivazione dei cereali e per il trasporto in loco dei trattori, e di spacci cooperativi che potessero essere utilizzati dai coloni.

La Seconda guerra mondiale fece cessare ogni nuovo investimento dal 1941, e quindi l’attività dell’Ente fu rivolta al proseguimento di ciò che era già stato fatto. Dal 1942, poi, ogni comunicazione con la Libia si interruppe.

Per comprendere meglio ciò di cui si sta parlando possono aiutare i numeri. In Cirenaica furono costruiti 1.750 poderi per una superficie appoderata di 60.887 ettari. Le famiglie coloniche inviate furono 1.666 con 13.220 unità che, appunto, nel 1942 furono spostate tra la Tripolitania e l’Italia. I poderi per i libici con casa, stalla e pozzo furono 82 per una superficie appoderata di 593 ettari.

Interessanti sono le cifre delle piantagioni: 2.323 ettari per 70.000 piante di ulivi; 479 ettari per 57.000 mandorli; 933 ettari per 50.000 piante miste di mandorli e ulivi; 806 ettari per 2.621.000 viti; 53 ettari per la coltivazione mista di 175.000 viti e 1.300 ulivi; 397 ettari per 159.000 piante da frutta.

In Tripolitania i poderi attrezzati furono 1.061 per una superficie appoderata di 28.750 ettari. Le famiglie coloniche inviate furono 1.021 con 6.074 unità. I poderi per i libici con casa, stalla e pozzo furono 180 per una superficie appoderata di 800 ettari. I pozzi trivellati furono 144, quelli comuni 194 e gli artesiani sistemati 30. A livello di impiantistica per l’allevamento, furono trasportati in Tripolitania 52 aeromotori, 4 motopompe, 72 elettropompe e scavati 680.300 metri di canali di irrigazione. Per le piantagioni, invece, 15.940 ettari per 416.550 piante di ulivi; 2.390 ettari per 170.420 mandorli; 1.736 ettari per 4.165.000 viti; 305 ettari per 27.500 piante da frutta, 820 ettari con 321.000 piante dedicate al rimboschimento.

Arrivano i coloni

I coloni italiani arrivarono realmente in massa in Libia a partire dal 1938, in tre grandi ondate e nel numero di 30.000, e con loro si attuò la vera valorizzazione agricola del Paese. Angelo Del Boca ha ammesso l’enorme sforzo compiuto dall’Italia in questo senso durante tutti gli anni Trenta (4), pur facendo notare quanto il sistema fosse ancora fragile e senza mai dimenticare che a molti libici vennero espropriati terreni migliori per darli ai coloni italiani: le terre migliori a loro, quelle di seconda scelta ai locali, come lo stesso studioso Evans-Pritchard ricorda (5).

Nella primavera del 1942 si iniziò la cessione dei poderi ai coloni che, entrati nella fase produttiva, erano in grado di essere indipendenti a livello economico. Per riscattare il valore complessivo di ogni singolo podere si erano decise 40 rate semestrali, secondo un piano graduale di ammortamento al tasso annuale del 2%. Quando, nel 1942, la Cirenaica fu completamente evacuata, tutto ciò che era stato investito venne lasciato. Le spese sostenute da questo istituto nel corso di quasi dieci anni furono complesse e ingenti; citiamo solo la somma finale spesa per le due regioni: 476.564.959 lire.

Oltre a questo ente, ve ne furono altri, come detto. In Libia l’Italia investì molto anche nelle costruzioni marittime, prime fra tutte i porti. La costruzione del porto di Tripoli, per esempio, venne iniziata nel 1911 e interrotta durante la Grande guerra. I lavori ripresero nel 1919 e durarono fino al 1935, anno in cui, invece, ci si concentrò sul miglioramento dei fondali per rendere possibile l’accesso delle grandi navi (si raggiunsero infatti le 150.000 tonnellate al mese). Così avvenne per i porti di Homs, di Zuara, di Ras Aali nella Sirtica, di Bengasi, di Derna, di Tobruk, di Bardia e per gli approdi di Tolmetta, Apollonia e Ras el Hilal.

Oltre a quelle marittime ci furono le opere edilizie, di cui possiamo fare solo qualche accenno. A Tripoli fu restaurato e adattato alle esigenze di sede del governo della Colonia il famoso Castello, dopo l’occupazione del 1911. Tra il 1923 e il 1924, l’architetto Brasini ne organizzò una prima sistemazione, oltre alla costruzione del portale di accesso, degli archi sulla facciata rivolta a mare, degli uffici del Governatore e dei giardini pensili. Dal 1933 al 1940, l’architetto Di Fausto ripristinò le porte antiche, aprì un passaggio fra i due lungomari, costruì il Museo di Tripoli; inoltre nel 1935 costruì il Palazzo degli Uffici del Governo.

L’ingegnere Meravigli Mantegazza fornì il progetto per il Palazzo del Governatore, costruito tra il 1926 e il 1939, con decorazioni e arredamenti in stile veneziano del Settecento e con un meraviglioso giardino. A questi lavori andarono ad aggiungersi le costruzioni delle Prefetture, dei Municipi, dei tribunali, delle carceri, delle scuole e degli istituti, gli autoparchi, gli alloggi per i funzionari, gli ospedali, le caserme per carabinieri e guardia di finanza, gli edifici per il culto chiese e moschee —, gli alberghi e i ritrovi turistici, come il Gran Hotel.

Tripoli venne completamente sistemata a livello urbanistico e fu dotata di un nuovo piano regolatore nel 1931, inoltre si curò molto l’aspetto artistico e ambientale della città: monumenti, sistemazione degli antichi suk, parchi, quartieri per le case operaie, mentre tutte le strade furono regolarmente asfaltate, i marciapiedi pavimentati, costruite ex novo le fognature.

A ciò si aggiunsero il cimitero, il mercato generale, il macello; fu organizzato un servizio autobus, costruiti uno stadio, un ippodromo, un circuito per le corse automobilistiche. Nel 1940 Tripoli raggiunse il livello di una qualunque città europea. Lo stesso si fece anche nella Libia orientale, per esempio Bengasi venne parecchio costruita e restaurata, non dimenticando le strade, i porti, le dotazioni edilizie, idrauliche e igieniche: tutto quello che necessitava insomma a un Paese evoluto.

La rivoluzione dell’acqua

Gli investimenti idraulici e igienici, pur non essendo all’altezza di quelli edilizi e marittimi, rappresentarono un momento di importante evoluzione del Paese verso l’indipendenza idrica dei centri abitati e dei terreni coltivabili. Infatti fin dal 1911 venne speso molto per la costruzione degli acquedotti, sondando le falde freatiche e la loro potabilità.

In alcune aree della costa il sottosuolo risultò estremamente salato – le terre di Sebha, per fare un esempio – con un’acqua imbevibile perché inquinata dalle falde salmastre: in quei casi si cercò di utilizzare lo strato acquifero posto sotto le dune sabbiose (i cosiddetti bacini interdunici). Nel Gebel, invece, ci si limitò a usare le sorgenti già esistenti.

Fu dal 1924 che si iniziarono imponenti investimenti nel settore idrico per le colture agricole sulla costa e si cercò anche l’acqua nell’interno. Quando non era possibile costruire pozzi, si usavano cisternoni che annualmente erano in grado di raccogliere anche 50.000 metri cubi d’acqua piovana.

L’opera più importante fu l’acquedotto del Gebel cirenaico, iniziato nel 1938, che utilizzava le sorgenti di Ain Mara con una portata di 60 litri al minuto e una temperatura di 14 gradi. La lunghezza dell’opera era nel 1941 di 199 km, per una spesa di 100 milioni di lire. Si potrebbe fare anche l’esempio di Bengasi che, prima dell’occupazione italiana, non era dotata di un acquedotto: la popolazione era costretta a prendere l’acqua da pozzi prevalentemente salmastri, spesso inquinati.

Immediatamente dopo lo sbarco delle truppe si fecero i primi veri lavori di costruzione di serbatoi, pompe e tubazioni (in eternit, purtroppo, che allora era un materiale all’avanguardia). Dal 1930 si rividero tutti gli impianti per spese di oltre un milione di lire: nel 1933 gli abitanti di Bengasi potevano disporre giornalmente di 3.000 metri cubi di acqua potabile: l’approvvigionamento idrico della popolazione indigena era considerato fondamentale: in questo senso vennero riattivate vecchie cisterne e nuove sorgenti, attraverso piccoli acquedotti.

Quando, a guerra vinta, i britannici arrivano in Libia, «le già modeste attività della Tripolitania subiscono una notevole riduzione. Anche le opere pubbliche vengono ridotte al minimo, secondo il principio britannico di conservare, non di innovare» (6): il Paese, neanche troppo lentamente, andò verso il degrado. Il professor Romain H. Rainero, parlando delle colonie italiane, Libia in primis, ebbe modo di affermare-che la vocazione italiana a favore di politiche di incivilimento «si manifestò durante tutto l’arco cronologico della politica coloniale dell’Italia, dall’Eritrea alla Libia e all’Africa Orientale, dando al colonialismo italiano un carattere specifico, “civile”, non facilmente riscontrabile o non riscontrabile affatto nel colonialismo degli altri Stati europei» (7).

In questo senso civilizzare i nuovi Paesi non significava castrare la loro natura, così diversa da quella italiana, ma rispettarla o almeno cercare di comprenderla. Molti furono infatti gli italiani che criticarono aspramente l’uso della violenza e della cultura militare, ma non solo: nonostante che il regime fascista, soprattutto dopo il 1936-1938, abbia concentrato la propria attenzione sulla differenza razziale, nelle colonie si stabilì spesso una strettissima collaborazione tra coloni e indigeni, collaborazione di cui ancora oggi, nella stessa Libia, si ha memoria.

Note

1) N. Labanca – P. Venuta, Bibliografia della Libia coloniale 1911-2000, Leo S.Olschki, Firenze 2004, p. XIII.

2) N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, il Mulino, Bologna 2007, p. 280.

3) R.D.L.ll giugno 1932 (n. 696).

4) A. Del Boca, Gli italiani in Libia. Dal fascismo a Gheddafì, Mondadori, Milano 2010, pp. 266-267.

5) E. E. Evans-Pritchard, The Sanusi of Cyrenaica,  Oxford  University Press, London 1949, p. 222.

6) A. Del Boca, Gli italiani in Libia. Dal fascismo a Gheddafì, cit, p. 336.

7) R. H. Rainero, L’altro colonialismo: i progetti di incivilimento, in L’italia nella crisi dei sistemi coloniali fra Otto e Novecento, a cura di A. Mola, Atti del convegno di Vicoforte (7 giugno 1997), Bastogi, Foggia 1998, p. 103

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