Conoscere le radici: la storia vera su un diritto dei bambini calpestato

Libero quotidiano 25 dicembre 2020

Una lettera struggente racconta la vicenda di un uomo devastato dal non aver mai saputo il nome dei genitori

Andrea Cionci

Il mondo è diviso in due grandi sistemi di pensiero che fanno riferimento a una dicotomia di base: pensiero cristiano contro pensiero anti-cristiano. Dio, Patria, Famiglia, contro Uomo, Mondo, Sesso, come scrivemmo, tempo fa, qui 

Le due “squadre” si dividono in special modo sui bambini, soggetti-chiave, non a caso, anche e soprattutto per Gesù Cristo: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. (Mt 18,6)

L’approccio è, dunque, specularmente inverso: per i figli del pensiero cristiano “i bambini hanno diritto ai genitori”. Per i figli del pensiero anti-cristiano, “i genitori hanno diritto ai bambini”.

Da qui – complice la retorica sull”amore” e una scienza asservita alle logiche del profitto e del soddisfacimento di ogni capriccio-desiderio – tutta la serie di manipolazioni sulla vita per programmare bambini su misura, come se fossero delle automobili: alti, biondi, bruni, asiatici, caucasici, per genitori single, omo, etero, trans etc.

Fra uteri in affitto, banche del seme, inseminazioni eterologhe e via di seguito, c’è un diritto che viene calpestato selvaggiamente ogni volta che si impedisce a un bambino non solo di avere fisicamente il proprio genitore biologico, ma anche di CONOSCERLO, di sapere da chi è nato, chi sono suo padre e sua madre, perfino i suoi nonni.

Gli viene negato il diritto di scriversi all’interno di una storia, l’appartenenza a una tradizione dalla quale reperire i significati della propria esistenza. Non sono vezzi da rampolli di casate aristocratiche, ma esigenze di base che possono turbare la psiche di un individuo in modo grave e doloroso, con ripercussioni a catena anche sulla sua prole.

Attenzione: centomila volte meglio che un figlio indesiderato venga affidato a una famiglia, anche in modo anonimo, piuttosto che essere gettato in un cassonetto, ovviamente. Ben vengano le “ruote degli esposti” che, primo al mondo, l’ospedale romano del Santo Spirito escogitò per evitare l’abbandono dei neonati. Ma che il diritto alle radici venga esplicitamente e intenzionalmente calpestato per una “programmazione” della nascita, è qualcosa di cui i nostri posteri, probabilmente, inorridiranno.

E non è una questione religiosa, affatto: è una questione di etica e di morale LAICA.

Dice infatti il noto psicologo John Bowlby: “I bambini hanno bisogno di una base sicura dalla quale partire per esplorare il mondo”. Di questi drammi silenziosi, offre toccante testimonianza una signora napoletana che ci ha inviato una lettera in cui racconta la storia di suo padre,letta da Marco Cosmo (Decimo Toro) qui.

Potrebbe essere davvero il soggetto per un romanzo o per un film. Solo che è tutto drammaticamente vero (ne possediamo la documentazione).

La mia famiglia non è stata fortunata come le altre – scrive la signora – dato che ci tolsero, fin dalla nascita di mio padre, la possibilità di conoscere le nostre radici. Da parte paterna, il mio albero genealogico si ferma a mio papà.

Egli nacque il 23 novembre del 1936 in una clinica a Napoli, a quell’epoca – come ci raccontò mia nonna materna – la gente modesta partoriva i figli a casa per il semplice motivo che non aveva la possibilità finanziaria per andare in una clinica o in un ospedale. Comunque, la madre di mio padre partorì in clinica, lei doveva essere per forza benestante, oppure lo era il padre del bambino.

Era una clinica al centro di Napoli, un privilegio riservato solo all’alta borghesia, oppure ai nobili. Dopo il parto, la madre lo abbandonò e l’unica cosa che gli lasciò fu una BUSTA SIGILLATA che avrebbe potuto aprire soltanto al compimento dei suoi 70 ANNI.

Avevano calcolato bene: lo fecero per togliere a mio padre tutti i suoi diritti patrimoniali, privandolo così di una possibile eredità. Lo portarono in un orfanotrofio, a quell’epoca erano strapieni e lo Stato, per liberare posti pagava delle donne che avevano partorito e perso il proprio bambino. Queste dovevano prendersi cura di un orfano per allattarlo e poi, dopo i primi anni, lo avrebbero potuto riportare all’orfanotrofio.

La disgraziata che prese in carico mio padre bambino lo fece solo per denaro, lei fu una donna molto avara e malvagia, che aveva messo al mondo 24 figli dei quali 14 erano morti dopo la nascita. Quella maledetta vipera prese mio padre per allattarlo e, finito il tempo dello svezzamento, lo riportò all’orfanotrofio, ma la sua richiesta di “restituire” il bambino venne respinta. Era appena iniziata la Seconda guerra mondiale e non avevano più spazio nella struttura.

La vipera, piena e di odio perché doveva tenersi il bambino, ritornò piena di rancore al suo paese, Tutto il suo odio e rammarico lo fece pagare caro e amaro a mio padre, trattandolo peggio di un cane randagio: non gli comprava vestiti, né scarpe, non lo mandava nemmeno a scuola, e lo teneva sempre sudicio e scalzo in mezzo a una strada.

Per dargli del cibo, la matrigna lo mandava a raccogliere letame di cavallo per concimare i propri campi. Mio padre non ricevette alcuna educazione scolastica e crebbe come un selvaggio, ma questo non gli tolse l’intelligenza che possedeva sin da piccolissimo. Avranno potuto anche abbandonarlo, privarlo dei suoi diritti, ma non del suo DNA, una parte del carattere si eredita sempre dai genitori. Mio padre infatti ereditò sicuramente molti tratti caratteriali dai sui antenati.

Quella famiglia adottiva era rozza, sporca, volgare, sembravano straccioni, ma questo stranamente non influì sulla personalità di mio padre, anzi, quando iniziò a guadagnarsi da vivere, sbocciò come un giglio. Nel paese lo chiamavano il SIGNORINO perché era sempre elegante e profumava come nessuno, oppure lo chiamavano “il tedesco”, perché era biondo e i suoi occhi erano grigio-verdi.

Dal modo come si comportava, dava la sensazione di essere un discendente di una famiglia aristocratica, un motivo per il quale lo prendevano in giro. Da adulto vestiva sempre in giacca e cravatta, con un colletto di camicia bianchissimo, e anche il suo modo di mangiare era molto educato, non come la famiglia che lo aveva accolto, che quando mangiavano parevano un branco di maiali. Invece, mio padre pretendeva una tavola apparecchiata in modo elegante: le stoviglie dovevano essere messe in ordine perfetto, l’orario di pranzo sempre rispettato.

La sua mania di puntualità era un macigno per noi bimbi e l’educazione impartita a noi figli fu dura e senza compromesso. Noi figli davamo a nostro padre del LEI. La sua vita fu piena di sofferenza e sempre alla ricerca di sua madre, e non smise mai di chiedersi il perché sua madre lo avesse abbandonato.

La sua vita fu segnata in modo molto negativo. Fino alla morte cercò di conoscere le sua provenienza, soprattutto di capire il perché lo avevano abbandonato. Mia sorella mi disse che le sue ultime parole furono ” Mamma, perché mi hai buttato via?”.

Mio padre morì all’età di 64 anni, non ebbe la possibilità di andare a prelevare la busta che gli avevano lasciato i suoi genitori. La mia famiglia aspettò il compimento del 70° compleanno di mio padre per andare, a nome suo, in quella clinica a prelevare quella maledetta busta, aprirla ed esaudire finalmente il suo desiderio.

Per me non era rilevante, però rispettai la volontà di mio padre e le mie sorelle andarono in quella clinica a prelevare la busta. Mia sorella Carla si emozionò tantissimo, piangeva perché finalmente avremmo saputo chi erano i nostri nonni, ma quando aprì la busta che avevano aspettato tanti anni con l’ansia di averla tra le mani … questa conteneva solo un foglio bianco, un foglio vuoto.

I registri della clinica era stati manipolati: i dati della donna che partorì mio padre erano stati cancellati, oppure non vennero mai registrati. Insomma, sembrava che mio padre venisse dal nulla. Avranno agito forse così per evitare uno scandalo, per rompere tutti i ponti e per non dare nessuna possibilità a mio padre di scoprire le sue origini.

Di sicuro non erano poveri, perché una famiglia povera non avrebbe mai avuto un simile potere. Forse furono delle persone dell’alta società che non vollero macchiare la loro maledetta buona reputazione: la nascita di un piccolo bastardo portava vergogna e disonore.

Può darsi che mio padre fosse stato concepito in una relazione extraconiugale, oppure nella relazione di un nobile con la propria servitù. Questo resterà per me e la mia famiglia sempre un mistero. Mi rendo conto che, quando non si conoscono le proprie radici, è una cosa che ti lascia sempre un vuoto dentro, questo vale purtroppo anche per me.

Le mando due foto di mio padre, che era un gran bel ragazzo, ma con l’anima distrutta”.

Qui termina la lettera della signora. Confrontandoci col mondo degli psicologi, al di là del fatto, anche accettabile, che alcuni tratti caratteriali si possano trasmettere per via genetica, vediamo come quel bambino si attaccò spasmodicamente ad una immagine: se era stato partorito in clinica, doveva essere stato plausibilmente generato nelle classi “alte”.

E lui che fa da grande? Il “signorino”, si inventa il carattere di una genealogia: l’identificazione ad un’immagine che però lo sostiene. Se ne vedono i limiti per la rigidità che l’immagine comportava, ma alla fine qualcosa ha funzionato, poco, ma lo ha fatto. In alternativa c’era solo il baratro.

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