Dieci certezze nelle elezioni statunitensi

la Nuova Bussola quotidiana

8 Novembre 2020

 Nonostante la proclamazione mediatica della vittoria di Biden, non vi è ancora alcuna certezza su chi sarà il prossimo presidente degli Usa. Delle elezioni americane abbiamo però già dieci certezze, dal numero record di elettori (l’affluenza maggiore dal 1900) fino alla misconosciuta vittoria nel referendum pro life della Louisiana, che nessun broglio o riconteggio cancellerà

di Marco Respinti  

Voti contesi uno per uno negli ultimi Stati rimanenti dopo l’Election Day del 3 novembre, contestazioni, azioni legali e ritardi (forse ancora di giorni) fotografano lo stallo in cui versano oggi gli Stati Uniti d’America. Ma in questo quadro di estrema incertezza ci sono almeno dieci certezze che nulla potrà eliminare, e sono importantissime.

Diamo i numeri. La prima è che, al netto di brogli possibili, se i numeri saranno confermati, il 3 novembre ha fatto registrare la più alta percentuale di votanti rispetto agli aventi diritto al voto dal 1900: hanno infatti votato circa 160 milioni di persone, pari al 66,9% degli aventi diritto (nel 1900 fu il 73,7% e il record assoluto è del 1876 con l’82,6%), secondo le stime dello US Electoral Project dell’Università della Florida di Gainesville coordinato dal professor Michael M. McDonald (i dati disponibili sono in crescita costante da giorni).

La seconda certezza è che questo record sull’affluenza alle urne in 120 anni coincide, sempre al netto di brogli possibili, con un dato ancora più notevole: il record storico assoluto dei votanti. Il che significa che Biden, con quasi 73,5 milioni di voti (per ora) ottenuti (se confermati) è il candidato più votato di tutta la storia degli Stati Uniti. Il record precedente risale al 2008 e apparteneva a Barack Obama: 69.498.516 di voti, ovvero un’avanzata di più di 10 di milioni di voti (personali) rispetto al numero di voti con cui, nel 2004, il Democratico John F. Kerry perse contro il Repubblicano George W. Bush Jr., ovvero ancora molti, molti milioni di più rispetto ai voti ottenuti in precedenza dai Democratici in decenni. En passant, quando Obama totalizzò quel record, lo sfidante Repubblicano, John McCain (1936-2018), perse con poco meno di un milione di voti in più rispetto al numero con cui aveva perso Kerry.

La terza certezza è che, al netto di brogli possibili, un Trump che dovesse perdere di fronte a un tale successo di Biden sarebbe comunque il secondo candidato più votato della storia degli Stati Uniti con più (per ora, se confermati) di 69,5 milioni di voti. L’“antipatico” Trump batte cioè l’“amatissimo” Obama del periodo “migliore”. Chi decide cosa sia “impopolare”?

La quarta certezza è che tutto questo significa che (al netto di brogli possibili) il Paese che vota è spaccato in due metà pressoché pari e che questo Paese spaccato è mobilitato in modi che non hanno precedenti. Il referendum su Trump, cioè, oltre a stracciare il falso mito della sua “impopolarità”, “palese”, sottolinea che, qualora Trump perdesse, si aprirà la stagione dell’analisi dello sforzo senza eguali fatto per batterlo dai Democratici, i quali, pur vincendo, avranno vinto solo per il rotto della cuffia nonostante la mobilitazione di ogni potere forte disponibile e di ogni denaro circolante su piazza.

Qualora invece Trump vincesse, si aprirà la stagione della riflessione seria su un tale responso di popolo e sul suo significato di lungo termine. In entrambi i casi, liquidare tutto come “trumpismo”, “al tramonto” piuttosto che “sopravvivente”, sarebbe un’arma di distrazione di massa rispetto a dati decisivi.

Distopia. La quinta certezza è che, qualora nessuno dei due candidati in lizza dovesse raggiungere la soglia fatidica dei 270 voti sui 538 (odierni) nel collegio elettorale che elegge il presidente della repubblica federale, magari per effetto di riconteggi e di riattribuzioni (ancora al netto di brogli possibili), e si verificasse quindi il pareggio, la decisione competerà alla Camera dei deputati che sceglierà fra i tre (sic) candidati presidente più votati nel collegio elettorale, esprimendo un suffragio per ogni delegazione di Stato (ogni delegazione ha un voto malgrado il numero dei deputati componenti tale delegazione, di modo che ogni Stato valga un voto) e il risultato non potrà essere inferiore a 26 voti (la metà più uno degli Stati dell’Unione).

Il Senato procederà quindi all’elezione del vicepresidente fra i due candidati che, a maggioranza semplice, abbiano ricevuto suffragi maggiori nel collegio elettorale. Se la Camera non riuscisse a eleggere il presidente entro il giorno dell’insediamento (20 gennaio 2021), subentrerebbe in tale carica il vicepresidente eletto dal Senato. È un’eventualità limite, ma non è né fantascienza né un tecnicismo noioso. Infatti il presidente della Camera nel 116° Congresso uscente eletto nel 2018 è oggi la Democratica Nancy Pelosi, emblema di ogni radicalismo su princìpi non negoziabili e sui dossier più negoziabili. Visto il successo già ascrivibile ai Democratici nel voto per il rinnovo di quell’assise che si è tenuto il 3 novembre assieme alle elezioni della Casa Bianca, sarà sempre lei a guidare la Camera nel 117 Congresso che si inaugurerà il 3 gennaio 2021.

Alla vigilia del voto la Pelosi ha agitato il XXV Emendamento alla Costituzione federale che fissa le regole per la successione al presidente in caso di dimissioni per incapacità di esercitare i propri poteri. La Pelosi ha paventato il XXV Emendamento quando Trump si ammalò di CoViD-19 per minacciarne la possibile rimozione in caso di necessità forzando la mano all’ex tycoon. Non c’entra con le regole per la nomina dell’inquilino della Casa Bianca in caso di parità nel collegio elettorale, ma gettare fumo negli occhi serve a confondere la gente. E in questo momento sembra proprio che nessun mezzo per la vittoria venga escluso a priori.

La sesta certezza è che, pur avendo mantenuto il controllo della Camera, i Democratici hanno assottigliato il proprio vantaggio in favore dei Repubblicani. Nel 116° Congresso i Democratici hanno, al 3 novembre elettorale, 232 seggi nella Camera e i Repubblicani 197; in più c’è un deputato del Libertarian Party e 5 sono i seggi vacanti. Ebbene, in questo momento i Democratici hanno già perso 5 seggi e i Repubblicani ne hanno già guadagnati 6.

La settima certezza è che l’aumento dei Repubblicani nella Camera che ha eroso il vantaggio dei Democratici è già contraddistinto da un numero record di presenze femminili garantito da almeno 24 elezioni di donne già avvenute, di cui 13 new entry (che cancella il precedente record di 9 del 2010), con la possibilità di superare il record di donne Repubblicane nella Camera, 25, stabilito nel 2004. Il dato smentisce la retorica liberal che vorrebbe il mondo conservatore maschilista, sciovinista e anti-donne. E va affiancato al successo record ottenuto da Trump fra le minoranze etniche.

L’ottava certezza è che in questo record di donne Repubblicane nella Camera la presenza di antiabortiste sta praticamente raddoppiando, come certifica la Susan B. Anthony List, che, sul punto, è una certezza granitica.

L’argine al radicalismo. La nona certezza è che i Democratici hanno già guadagnato un seggio nel Senato federale. I senatori a Washington sono 100, hanno mandato di sei anni, il rinnovo della loro assise avviene per un terzo (circa) ogni due anni e il controllo politico dell’aula è dato dalla maggioranza di almeno 51 seggi. Quest’anno, mentre si è votato, come sempre ogni due anni, per il rinnovo di tutta la Camera (435 seggi), al Senato erano in palio 35 seggi. Nel 116° Congresso i Repubblicani hanno la maggioranza con 53 seggi e l’opposizione è composta da 45 Democratici più 2 indipendenti regolarmente schierati con i Democratici.

Ora, il risultato finale della composizione del Senato non si conoscerà prima del 5 gennaio. In quella data si svolgerà infatti il ballottaggio in Georgia fra il Repubblicano David Perdue e il Democratico Jon Ossoff dato che nessuno dei due ha oltrepassato il 50% dei consensi espressi a causa di quelli ottenuti da altri candidati di altri partiti. Se il 5 gennaio né i Repubblicani né i Democratici avranno conseguito la maggioranza dei seggi al Senato, ma con almeno due voti di scarto, il ballottaggio della Georgia sarà decisivo.

Se infatti lo scarto fino ad allora conseguito fosse di un solo voto, l’esito del ballottaggio potrebbe decretare la parità. Un Senato così potrebbe spesso trovarsi con un voto pure in parità e quindi dovrebbe ricorrere al voto dirimente del proprio presidente, che è il vicepresidente della repubblica federale. Ma se il vicepresidente mancasse a causa del prolungarsi dello stallo, sarebbe la paralisi strutturale. 

Anche questa non è questione di lana caprina. Nell’impianto istituzionale statunitense, il Senato è infatti fondamentale. Da lì passano tutte le conferme o le bocciature dei ministri nominati al governo e le candidature dei giudici federali. Con una Casa Bianca in mano ai Democratici, resterebbe solo il Senato a poter fermare il radicalismo.

La decima certezza è che in Louisiana si è svolto (come sovente accade in molti Stati dell’Unione in concomitanza di elezioni federali) un referendum. Un referendum importantissimo. Un referendum che, con più del 60% dei suffragi, ha stabilito che «nulla in questa Costituzione [della Louisiana] può essere inferito in modo da garantire o proteggere il diritto all’aborto o in modo da finanziare l’aborto».

Cose così non le cancellerà alcun possibile broglio.

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