Marshall McLuhan profeta dimenticato

Marshall_McLuhanNuova Umanità n.198 novembre-dicembre 2011

Michele Zanzucchi

SUMMARY

It is one hundred years since thè birth of Mar shall McLuhan the person who predicted the digital revolution and thè overwhelming influence of theè mass media, including the internet and thè iPhone, fifty years before they happened. In examining the main stages of his life and his multifaceted Works, we can see some elements that influenced his views and his enthusiasm regarding the mass media. Especiatty important were his engineering and literary background, and a/so his Catholicism, which seems to have had more than a little influence on his thought. The strong criticisms directed at his eclectic theory of mass media – some of which are justified, others more o fan ideological nature – have led to its premature decline. His prophetic inspiration ought to be re-evaluated, as well as his profound belief in the ability of human beings to adapt to changing social and techno-logical situations.

Era diventato un mito ancora da vivo, grazie alla sua produzione libraria ma ancor più alla sua straordinaria vena retorica, che lo portò a mantenere per alcuni decenni un ritmo massacrante di lezioni e conferenze in ogni angolo del mondo. Un mito così fulgido da morire della sua stessa luce, perso com’era (il mito) in quella cultura consumistica (all’epoca chiamata cultura-pop, col trattino) che McLuhan stesso aveva contribuito a svelare e smascherare.

È stato in fondo l’epigono di quella non-civiltà che lui stesso aveva denunciato come avventurosa, il simbolo di una cultura nascente che aveva trovato nei mass media non solo i pro-pri strumenti, ma la sua stessa centralità e perfino la sua ragion d’essere.Nel marzo del 1969 McLuhan concesse un’intervista a «Playboy», suscitando non poche critiche negli ambienti accademici (e cattolici) da lui frequentati.

Non disdegnava in effetti “offrirsi criticamente” nei luoghi e nelle situazioni più originali e al limite della eccentricità, luoghi e situazioni in cui più si esprimeva la nuova cultura-pop. Vi si prestava con spirito in qualche modo proselita, ma senza mai perdere il senso critico e un certo humour. In quella stessa intervista con la rivista della “libertà sessuale”, sferrò attacchi vigorosi proprio contro di essa.

Disse ad esempio all’intervistatore: «Mentre assistiamo al crollo dei vecchi valori e a una vivificante liberazione dalle frustrazioni di una sessualità repressa, l’enfasi sulla sessualità ci travolge come un’ondata in piena. Comunque, lungi dal liberare la libidine, tale assalto sembra aver indotto atteggiamenti di stanchezza e una specie di Weltschmerz psicosessuale» (1). Non a caso l’intervista fu pubblicata col titolo Candida conversazione con il sommo sacerdote della cultura-pop e metafisico dei media.

Come le effìmere icone pop di oggi, McLuhan è stato “massacrato” già da vivo. Non solo perché tanti intellettuali, dopo averlo esaltato e osannato anche senza conoscerne a fondo il pensiero, lo abbandonarono al suo destino non appena manifestò segni di squilibrio per via di una serie di ictus che lo colpirono, ma anche e soprattutto perché il suo pensiero è stato sottoposto a una operazione di sbriciolamento tale da ridurre la sua enorme creatività in aforismi monchi.

Come la sua più celebre frase – «il medium è il messaggio» (2) -, incomprensibile nei fatti senza l’aggiunta elaborata nella fase finale della sua vita dallo stesso McLuhan: «L’utente è il messaggio» (3), che nessuno o quasi però vuole o può ricordare.

La vasta produzione accademica del vate dei mass media è stata nei fatti ridotta (in particolare dai giornalisti) a una serie di slogan senza spiegazioni esaurienti, che ne hanno minato la credibilità. Si è criticata così la sua creatività senza limiti e senza “paletti” accademici, teoricamente saldi, ma non si riesce più ad apprezzare abbastanza la sua straordinaria preveggenza, che lo portò ad immaginare il mondo digitale ancor prima che esso vedesse la luce.

Ecco, di McLuhan è stato sottovalutato e al limite dimenticato quello spirito profetico (4) che lo ha portato, ad esempio, a immaginare la Rete, cioè Internet, ben prima che gli albori dell’Arpa – la rete di collegamento militare Usa – ne lasciassero appena intuire l’impetuoso futuro.

ECLETTICO

Herbert Marshall McLuhan, nacque il 21 luglio 1911 (5) a Edmonton in Canada, da Herbert e Elsie (6). Il padre era impegnato nel settore immobiliare mentre la madre era più portata per l’arte, teatro e letteratura in particolare. Non si può dire che la sua sia stata una famiglia particolarmente unita; la madre, in particolare, era presa dalla sua passione teatrale e per lunghi periodi lasciò la cura della prole alle governanti di turno.

Gli studi del giovane Marshall in qualche modo svelarono da subito il suo carattere eclettico e la sua mente geniale: dall’ingegneria passò alla letteratura inglese, studi che completò con un dottorato a Cambridge.

Solo dai primi anni Cinquanta, McLuhan virò decisamente verso l’approfondimento dei mass media e della comunicazione mediatica, mettendo a frutto la sua duplice passione per la tecnologia e per la letteratura. Lo fece con una serie di lavori accademici che, più che concentrarsi sui media stessi, si fecalizzarono sulla “nuova cultura” che stava nascendo.

In particolare è da ricordare uno studio del 1951, La sposa meccanica. Il folklore dell’uomo industriale (7), nel quale con testi e molte immagini, paragonando la donna all’automobile come oggetti della passione umana, McLuhan cercava di dimostrare come l’approccio alla “nuova cultura” non potesse essere solo libresca e nemmeno potesse solo seguire le categorie filosofiche o antropologiche allora conosciute.

La tecnologia in rapidissima evoluzione obbligava a capire che l’uomo non era più quello antico (l’uomo guthenberghiano), ma si manifestava sempre più assetato di novità, di dati, di immagini, di icone popolari, di stereotipi consumabili.

Le opere principali di McLuhan sulla massmediologia sono due: La galassia Gutenberg del 1962, nella quale l’autore proponeva un fiume ininterrotto di idee, immagini e metafore proiettate nel futuro “non cartaceo”, o “non più solo cartaceo”, pur nel rispetto del passato, con una genialità fuori dal comune: «Lungi dallo sminuire la cultura meccanica di Gutenberg – scriveva —, dobbiamo sforzarci di conservarne i reali valori» (8). È in questo libro che McLuhan evidenzia chiaramente il ruolo prioritario dei media nella trasformazione sociale, nell’investire sia la sfera psico-percettiva del singolo che quella collettiva.

L’altra sua opera fondamentale, pubblicata due anni più tardi, aveva come titolo: Gli strumenti del comunicare (9). È questo, forse, il suo libro più completo, quello che ha saputo più di altri scavare nel nascente mondo digitale, suffragando le intenzioni profetiche con un’analisi serrata. È in quest’opera che McLuhan analizza a fondo la condizione inedita dell’uomo contemporaneo, immerso e avviluppato in una rete di comunicazioni che rendono il mondo come un unico villaggio planetario, globale.

Mi sembra utile riprendere un breve passaggio di quest’opera, a conclusione del capitolo I media sono dei traduttori: «Abbiamo già tradotto o prolungato il nostro sistema nervoso centrale nella tecnologia elettromagnetica: non avremmo che un passo supplementare da fare per trasferire anche la nostra coscienza al mondo dei computer. In questo caso, saremmo alla fine capaci di programmare la coscienza in modo che essa non sia ingolfata o distratta dalle illusioni narcisistiche del mondo del divertissement che ossessionano l’umanità quando essa viene prolungata in tutti i suoi trucchi e le sue trappole» (10).

Parole che mi sembrano essere oltremodo profetiche, perché suggerivano – trent’anni prima del trionfo di Internet e degli iPhone – l’insuggeribile, cioè il fatto che i media rischiavano di prendere il posto della coscienza di tanti uomini, riempiendola d’effimero. Riprendeva inoltre Pascal e la sua critica al divertissement, con le sue derive narcisistiche che purtroppo sperimentiamo ogni giorno, ma notando come la coscienza umana avrebbe potuto opporvisi (11).

Con queste due opere apparve chiaro come Marshall McLuhan non avesse una “teoria” sui media rigidamente elaborata, che avrebbe confermato e approfondito con opere successive. Egli proponeva piuttosto un metodo, un approccio al mondo dei mezzi di comunicazione di massa assai innovativo, certamente criticabile ma affascinante. Un suo celebre testo, citato tra gli altri da Gianpiero Gamaleri nel suo La Galassia McLuhan. Il mondo plasmato dai media, evidenzia questa sua disarmante visione delle “cose mediatiche”: «Sono un ricercatore. Getto la mia sonda.

Non ho punti di vista pregiudiziali. Non mi attengo a un’unica posizione. Finché uno, nella nostra cultura, rimane nella stessa posizione, lo si considera bene accetto. Ma appena si mette a camminare in lungo e in largo e comincia a superare i limiti stabiliti, è un delinquente, bisogna arrestarlo. L’esploratore è un essere assolutamente illogico. Non conosce mai il momento in cui sta per fare qualche scoperta straordinaria.

 E la logica è un termine privo di significato se lo si applica all’esploratore. Se avesse voluto essere logico con sé stesso avrebbe cominciato col restare a casa. La propaganda co­mincia quando cessa il dialogo. Io dialogo con i media, mi getto alla ventura nell’esplorazione. Io non spiego nulla. Esploro»(12).

CATTOLICO

Nel determinare questo atteggiamento dialogante e inclusivo, certamente in McLuhan non era secondaria la fede cristiana, cattolica in particolare. In realtà egli non era originariamente cattolico, anzi era cresciuto in un ambente cristiano ma risolutamente anti-cattolico: lo divenne solo nel periodo che va dal 1934 al 1935, mantenendo peraltro per tutta la vita il timbro e l’entusiasmo del convertito, con i suoi massimalismi e le sue fobie. La conversione fu un fatto per lui epocale, certamente il principale avvenimento della sua esistenza adulta.

Tuttavia McLuhan non amava parlare e tantomeno scrivere di questa sua conversione, e le fonti per studiarla sono scarse. Esiste però una lettera scritta alla madre Elsie (fervente protestante, contrarissima quindi al cambiamento spirituale del figlio) che getta un fascio di luce su questa sua fondamentale esperienza.

Scrive tra l’altro: «È inutile insistere sul fatto che l’entusiasmo religioso (in cui sono deplorevolmente debole) ha raramente diretto il cammino incerto e barcollante dei beoni lungo il sentiero arduo e lento che porta dall’osteria alla Chiesa – intendo la Chiesa cattolica e universale, il corpo visibile di Cristo. Ebbene, la caccia alla religione, anche nelle sue fasi peggiori, è pur sempre una testimonianza del fatto più grande riguardante l’uomo, e cioè che è una creatura e un’immagine a somiglianza del suo Creatore, ma non autonoma» (13). La prova della sincerità della sua conversione è il fatto che – finché le forze glielo consentirono, cioè fino all’ultima malattia — si recò quotidianamente alla messa.

Taluni si stupivano però che, pur professandosi cattolico, Marshall McLuhan trattasse spesso rudemente i suoi interlocutori. Lo faceva non per volontà – «trattava sempre le persone come individui dotati di anima», scrive Douglas Coupland, guru di Internet, in una recente biografia su McLuhan (14) – ma semplicemente perché non riusciva a non andare dietro al flusso continuo di immagini, citazioni, suoni – come in un’immensa “nuvola internettiana” ante litteram, ben prima della “invenzione” di Steve Jobs – che si affollavano nel suo cervello.

Le sue conferenze confermavano tale impressionante affollarsi di input cerebrali: se si unisce questa sua disposizione eclettica naturale ad una sorta di “sindrome da abuso di cervello” – soffriva in effetti per una circolazione sanguigna eccessiva che lo esponeva costantemente al pericolo di ictus – si possono capire tante delle difficoltà di integrazione patite da McLuhan.

Era cattolico, dunque, ma non sbandierava la sua fede a ogni passo – e in questo era sicuramente un “laico conciliare” prima del tempo -, preferendo mantenere la religione non tanto nella sfera privata quanto nello zoccolo culturale e umano che sorreggeva e motivava le sue elaborazioni.

Confidò la moglie Corinne nel 1984: «Egli viveva la religione senza tante parole. Si era convertito pochi anni prima che lo conoscessi e tutto quello che faceva scaturiva dalla religione: essa era per lui una sorgente di vita»(15). Il suo cattolicesimo era incarnato (addirittura “carnale”) e molto centrato sulla comunione dei credenti, unica via per stemperare l’individualismo dilagante, e quindi per contrastare uno dei principali fattori di destabilizzazione portati dai nuovi mass media dell’era elettronica.

FONDATORE

McLuhan è stato per tutto ciò un grande della massmediologia, anzi ne è stato il fondatore, assieme forse a un altro canadese, lo storico Harold Adams Innis, molto meno conosciuto ma non per questo meno importante. È stato però ridotto, come già detto, a mera figura rappresentativa, come purtroppo spesso accade ai pionieri. Andrebbe riscoperto non più come una rappresentazione del massmediologo-tipo, una icona appunto del nostro computer, ma come una app, cioè come un simbolo dinamico, un rimando che ogni giorno permette di accedere a qualcosa di nuovo, di dimenticato e di sorprendente.

Per ricordarci che i mass media vanno sempre e comunque inseriti in un orizzonte antropologico, quello dell’uomo libero e cosciente, non intrappolabile nelle trame del consumo e delle tecnologie. Le catastrofi predette da McLuhan – «guardiamo il presente in uno specchietto retrovisore. Arretriamo nel futuro» (16)- non saranno allora ineluttabili. Ma possibili [o quanto possibili!?].

Un ulteriore risvolto culturale messo in luce da McLuhan è la congiunzione tra studi umanistici e letterari e studi ingegneristici nell’affrontare la nascente rivoluzione digitale. Egli era un grande esperto di letteratura inglese, giungendo solo attraverso di essa alle straordinarie profezie del digitale. Si dice spesso ai ragazzi di buone speranze e promettenti capacità intellettuali di frequentare il liceo classico, «perché ti formerà a ogni professione»; McLuhan ci conferma che greco, latino e classicità varie «aiutano – come si dice – a mettere in prospettiva».

McLuhan è stato infine un antesignano dello studio delle reti e dei sistemi di reti. Col suo immaginifico linguaggio – anch’esso una rete che avvolgeva gli interlocutori con nuovi fili e nuovi nodi continuamente tenuti assieme dal suo cervello troppo acuto – riusciva a dimostrare come la rete fosse quel che può tenere assieme pensiero e relazioni umane(17).

CRITICATO

Marshall McLuhan ha raggiunto certamente un record ineguagliato: quello di essersi fatto leggere da milioni di persone, affascinate dalle sue elucubrazioni perspicaci e originali sui mass media, ma nel contempo di aver attirato su di sé una quantità impressionante di critiche, materializzatesi negli anni Sessanta e Settanta, per poi lasciare spazio sostanzialmente all’oblio.

In particolare la ventata di critiche è partita dagli ambienti accademici che avevano elaborato la cosiddetta teoria della “industria culturale”, che nella sostanza applicavano la teoria marxiana al mondo della cultura di massa e dei mass media. Per semplificare in poche righe la natura di queste critiche mosse a McLuhan, possiamo riprendere quanto detto e scritto da Umberto Eco al riguardo, con due testi assai noti (18).

Da una parte, in effetti, si criticava lo studioso canadese per non aver saputo codificare la sua teoria, come dimostra il fatto che, con il termine “mass media”, McLuhan intendeva indicare l’elettricità come il telefono, la televisione come le vie di comunicazione: «Dire che l’alfabeto e la strada sono “media” – scriveva Eco -, significa mettere assieme un codice con un canale. Dire che la geometria euclidea e un vestito sono “media” significa mettere assieme un codice [..,] con un messaggio […]. Dire che la luce è medium significa non rendersi conto che esistono almeno tre accezioni di “luce”» (19). Quindi il primo ordine di critiche rivolte a McLuhan riguardavano l’approssimazione nell’elaborazione della sua teoria (20).

Dall’altra, ed era questa nei fatti la critica più feroce, si sosteneva come McLuhan fosse un inguaribile ottimista. Scriveva ancora Eco, riprendendo l’idea, sostenuta dai teorici della “industria culturale” (da lui definiti “apocalittici”), che i mezzi di comunicazione di massa sarebbero non tanto veicoli di ideologia, ma essi stessi ideologia: «Questa è anche la nota posizione espressa da Marshall McLuhan [,..]. Salvo che per i cosiddetti “apocalittici” questa convinzione si traduceva in una conseguenza tragica: svincolato dai contenuti della comunicazione il destinatario dei messaggi dei mass media riceve soltanto una lezione ideologica globale, il richiamo narcotico alla passività. Quando trionfano i mezzi di massa, l’uomo muore.

Invece Marshall McLuhan, partendo dalle sue premesse, conclude che, quando trionfano i mezzi di massa, muore l’uomo gutemberghiano e nasce un uomo diverso, abituato a “sentire” il mondo in altro modo. Non sappiamo se quest’uomo sarà migliore o peggiore, ma sappiamo che è un uomo nuovo. Là dove gli apocalittici vedevano la fine della storia, McLuhan vede l’inizio di una nuova fase storica» (21).

In effetti, nelle sue due opere principali appena ricordate, McLuhan analizza a più riprese il passaggio da una società statica – rappresentata da Gutemberg e dall’alfabetizzazione scritta e stampata — ad una invece molto più dinamica – rappresentata al contrario dai nuovi mass media (presenti e futuri) partecipativi, multimediali e sintetici.

McLuhan intuiva come l’alfabetizzazione tradizionale fosse essenzialmente legata alla vista, monosensoriale quindi, mentre la nuova alfabetizzazione (ancora da inventare all’epoca) avrebbe coinvolto tutti e cinque i sensi, diventando plurisensoriale. Evidente era allora l’importanza del momento educativo che, secondo McLuhan, non poteva essere più appaltato all’istituzione scolastica, ma doveva coinvolgere tutta la città dell’uomo. Non a caso il suo scritto pedagogico più importante si intitola La città come aula (22).

Le due critiche rivolte allo studioso canadese – quella dell’approssimazione dei concetti usati, e quella dell’irenismo della sua posizione antropologica – appaiono certamente fondate su dati di fatto. Ma, mentre sul primo ordine di critiche si può essere comunque consenzienti, sul secondo ordine non lo si può essere così facilmente, perché la posizione di coloro che avanzavano tali critiche appare estremamente ideologica, basandosi su un presupposto negativo della natura umana, tutto da dimostrare.

Restano alcune perplessità sulla visione “cattolica” di McLuhan, in particolare legate alla sua visione “carnale” della vita cristiana. Scriveva ad esempio il gesuita Enrico Baragli nel 1981: «Certe sue posizioni mentali oggettivamente non si conciliano né col cattolicesimo né con la religione tout court. Ad esempio il suo determinismo ed il suo sensismo: se l’uomo si comporta esclusivamente condizionato dal suo sensorio, questa proposta gnoseologica di McLuhan non può quadrare con la concezione cristiana dell’uomo, visto non solo come sensibilità, ma anche come intelligenza e libera volontà»(23).

La critica di Baragli, grande conoscitore di McLuhan, mi sembra tuttavia eccessiva, in quanto non tiene in conto la natura provocatoria dello studioso canadese, che con questo suo insistere sulla corporeità degli utenti dei media voleva probabilmente contrastare la ben nota idiosincrasia di tanti ambienti cattolici per il “sensorio”. La visione antropologica di McLuhan, a una lettura complessiva della sua opera, appare invece relativamente equilibrata.

SALVATO

Per tutto questo Marshall McLuhan non deve essere dimenticato, sarebbe una perdita per tutti coloro che studiano i mass media e i suoi effetti sociali. Certamente la sua opera non deve nemmeno essere ridotta a pochi slogan, come fanno molti che spesso e volentieri hanno parlato e parlano di McLuhan senza averne letto nemmeno una pagina. Mi sembra piuttosto che McLuhan debba essere “messo in rete”.

E debba essere compreso, soprattutto, alla luce dell’ultimissima fase della sua vita, quella in cui, colpito da ictus, perse l’uso della parola (riusciva solo a intonare un inno religioso!). Lui, maestro indiscusso della parola, era stato ridotto al silenzio. Mostrando come la comunicazione, ogni comunicazione, sia fatta di silenzio e di parole, E come ogni parola si nutra di silenzio. E ogni silenzio racchiuda una parola.

Note

1) [Weltschmerz: dolore cosmico, stanchezza del mondo, N.d.R]; Citato in M. McLuhan (a cura di G. Gamaleri), Percezioni per un dizionario mediologico, Armando Editore, Roma 1998, p, 104.
2) Citato tra l’altro criticamente in E. McLuhan – E Zingrone, La cultura come business, Armando Editore, Roma 1998, pp. 58.
3) M. McLuhan, The Gutemberg Galaxy. The Making of Typograpbic Man, University of Toronto Press, Toronto 1962, p. 134 (trad. it. La Galassia Gutemberg. Nascita dell’uomo tipografico, Armando Editore, Roma 1988).
4) In molti hanno riconosciuto in effetti la dimensione profetica dell’opera di McLuhan, soprattutto in occasione della sua morte. Tra gli altri, ricordiamo A. Bourdin, McLuhan, profeta o mistificatore, Sei, Torino 1974; M. Morcellini, // profeta dimenticato, in Problemi dell’informazione, il Mulino, Bologna 1997; G. Nascimbeni, Scompare un altro profeta dimenticato, in «Corriere della sera», 3 gennaio 1981; A. Withman, Marshall McLuhan, Media Prophet, in «The New York Times», 2 gennaio 1981.
5) Esiste un “giallo” anche sulla data di nascita di McLuhan; 20 o 21 luglio 1911?
6) Per la biografia di McLuhan, cf. in particolare il recente ed esauriente volume di G. Gamaleri, Understanding McLuhan, Edizioni Kappa, Roma 2006.
7) M. McLuhan, The Mechanical Bride. Folklore of the Industrial Man, Vanguard Press, New York 1951 (trad. it. La sposa meccanica. Il folklore dell’uomo industriale, SugarCo, Milano 1984).
8) M. McLuhan, La Galassia Gutemberg, cit. p. 324.
9) M. McLuhan, Understanding Media, The extensions ofMan, Signet, New York 1964 (trad. ir. Gli strumenti del comunicare, il Saggiatore, Milano 1967).
10) M. McLuhan, UnderstandingMedia, The extensions ofMan, cit., p. 84 (traduzione nostra)
11) Cf. M. Zanzucchi, Media tra tentazioni e speranze, in «Nuova Umanità», XXVI (2004/3-4) 153-154, pp. 315- 326.
12) G. Gamaleri, La Galassia McLuhan. Il mondo plasmato dai media, Armando editore, Roma 1976, p. 52.
13) Cit. in E. McLuhan – E Zingrone, Le radici del cambiamento. Platone, Shakespeare e la tv, Armando Editore, Roma 1998, pp. 191-192.
14) D. Coupland, Marshall McLuhan, Isbn edizioni, Milano 2009, p. 182.
15) G. Gamaleri, II villaggio elettronico di McLuhan, Capone, Lecce 1985, p. 85.
16) M. McLuhan, La Galassia Gutemberg, cit., p. 211.
17) Su quest’argomento, cf. soprattutto il capitolo «L’energie hybride. Les liaisons dangereuses», in M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare cit pp 69-78.
18) U. Eco, II medium è il messaggio, in «Marcatre», n. 37-40, maggio 1968 e // Cogito interruptus, in «Quindici», n. 5, 15 ottobre-15 novembre 1967.
19) U. Eco, Il  medium è il messaggio, cit., p. 29.
20) Cf. anche G. Sartori, Homo videns, Laterza, Bari 1999, pp. 87-97.
21) lbid.,p.27.
22) M. McLuhan, City as Classroom. Understanding Language and Media, Book Society of Canada, Agincourt (Ontario) 1977 (trad. it. La città come aula. Per capire il linguaggio e i media, Armando, Roma 1980). Mi sembra importante riprendere a questo proposito una frase di Derrick de Kerckhove (“erede” di McLuhan, anche perché a capo del progetto “Programma McLuhan” promosso dall’Università di Toronto): «La metacittà non ha cancellato le città reali. Anzi, forse le ha risvegliate […]. La cultura crea cultura. La cultura è una funzione esponenziale» («il Giornale», 8 settembre 2005, p. 28).

23) Cit. in G. Gamaleri, Understanding McLuhan, Edizioni Kappa, Roma 2006, p. 198.
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