Il socialismo, il centrodestra e la “manovra” economica

manovra 2011Cultura & Identità (editoriale) anno III,
n.13 – settembre-ottobre 2011

di Giovanni Formicola

Ci sono voluti novant’anni. Giusto novant’anni fa, infatti, a Livorno veniva fondato il Partito Comunista d’Italia, sezione italiana della Terza Internazionale, col dichiarato proposito di «fare in Italia come nella Russia sovietica».

Per vero, certe «conquiste» già erano state raggiunte con il determinante contributo dei comunisti, facendo in Italia «come in Russia»: «Il riconoscimento della libera unione, la facilità del divorzio, l’autorizzazione all’aborto, la completa emancipazione della donna, la fine dell’autorità del capo famiglia e dell’autorità religiosa» (1), secondo il bilancio tracciato da un apologeta della Rivoluzione già nel 1928.

Ma sul terreno più propriamente socio-economico, dopo la parentesi dello statalismo fascista, si era rimasti allo stato embrionale, e l’unico successo autentico e, esso sì, stabile, oltre le nazionalizzazioni del centro-sinistra negli anni 1960, era stato l’introduzione nella Costituzione del principio dedotto dal Manifesto di Marx [Karl (1818-1883)] ed Engels [Friedrich (1820-1895)] della progressività dell’imposta diretta. Vero e proprio «germe di socialismo» nel nostro ordinamento (2).

Novant’anni dopo – la tesi è tendenzialmente paradossale, forse iperbolica, certamente provocatoria, ma non priva di una sua verità, soprattutto con riferimento alle potenzialità «sistemiche» dell’accaduto –, sembra averci pensato un governo di centrodestra a perfezionare il disegno che fu bolscevico. Infatti, in nessun altro modo, obiettivamente, possono essere qualificati almeno tre punti che caratterizzano la «manovra» di fine estate.

1. Il cosiddetto «contributo di solidarietà» – forse non è neo-lingua, ma certo suona meglio del nome vero –, che, in perfetto stile bolscevico, punisce i «ricchi» –come se il successo, per così dire, economico forse una colpa da espiare pagando i debiti da altri contratti –, ma soprattutto realizza l’antico programma dei bolscevichi: la «prestazione lavorativa obbligatoria» (3) gratuita a favore dello Stato. Cos’è infatti un prelievo forzoso – che per vero ha un precedente di sinistra: le mani di Amato nei nostri conti correnti nel 1992; quello però fu una tantum, questo sembra definitivo –se non la costrizione ad una prestazione lavorativa non retribuita al servizio dello Stato e del governo?

2. La tendenza alla soppressione delle festività (domeniche comprese), in nome delle esigenze della produzione e del lavoro. Dalla quale, incredibilmente, sono state salvate le «feste» civili più ideologicamente caratterizzate e dalle chiare finalità pedagogiche, cioè di educazione civica di regime, per quanto e fortunatamente declinanti nella pubblica comprensione, il 25 aprile e l’1 maggio. E questo a scapito delle feste patronali, che precedono la Repubblica di secoli e che costituiscono il primo coesivo, e forse l’ultimo sopravvivente, della vita civile di un’Italia che è piuttosto la risultante dei suoi municipi che all’origine di essi.

Secondo i bolscevichi, l’uomo vive per lavorare e produrre: egli trasformando il mondo trasforma sé stesso e «rende nuove tutte le cose». Ed infatti provarono a sostituire la settimana con la decade – un giorno di riposo ogni dieci –, esaltarono quell’imbecille di Stachanov (4) (peraltro una mera leggenda la sua impresa), soppressero tutte le festività religiose e scoprirono che «anche un giorno libero al mese minacciava di abbassare il livello di produzione» (5).

Secondo la nostra tradizione classica e cristiana, invece, l’uomo vive e lavora in vista dell’otium (non l’ozio, che è padre dei vizi) e il culto, cioè per la festa. L’emancipazione dal lavoro – o comunque una cospicua pausa da esso, contro l’idolatria della produzione e del consumo – è una delle vie per dare senso all’esistenza temporale (6). Sicché il rentier, lungi dal meritare in quanto tale bolscevicamente vituperio, se sa vivere la propria condizione diventando contemplativo – nella contemplazione, che è per tutti, risiede la vera e definitiva felicità (7) –, è un privilegiato nello sforzo di umanizzazione.

3. La soppressione tendenziale della circolazione del denaro contante – in scia, ahinoi, di Prodi e Visco – in nome della «tracciabilità», cioè del controllo totale di tutte le transazioni economiche. Lenin dichiarò – dimostrando di sapere bene che cosa fosse e quanto fosse di sua natura totalitario e insopportabile – che «il socialismo è innanzitutto censimento» (8), e non si riferiva certo a quello demografico, ma al «censimento» di Stato anche della compravendita dell’ultima libbra di pane.

Egli, e con lui il bolscevismo, era perfettamente cosciente che tale obiettivo non sarebbe stato raggiunto e con esso l’abolizione della proprietà privata e della libertà economica se non con l’eliminazione del danaro: «Ogni membro della società, eseguendo una certa parte del lavoro socialmente necessario, riceve dalla società uno scontrino [la sottolineatura è mia: all’epoca non esistevano le carte magnetiche…] da cui risulta ch’egli ha prestato tanto lavoro. Con questo scontrino egli ritira dai magazzini pubblici di oggetti di consumo una corrispondente quantità di prodotti» (9).

E così, prima ancora che ci pensassero le banche – provate a farvi liquidare allo sportello un assegno bancario sul quale pure sta ancora scritto «pagabile a vista al portatore»! – e poi i governi italiani, dispose già alla fine del 1917 che «I prelievi dai conti correnti personali non potevano superare 600 rubli al mese, cifra ridotta a 500 rubli in febbraio [1918]» (10).

Le tesi del VII congresso del Partito bolscevico prevedevano, tra l’altro, che il potere sovietico avrebbe disposto «la registrazione di tutte le operazioni commerciali –- dato che il denaro non era stato ancora soppresso [sottolineatura dell’autore]» (11). Ed in effetti, «Il comunismo di guerra nella fase matura, cui pervenne solo nell’inverno 1920-21, comportava una serie di misure radicali intese a porre sotto la gestione esclusiva dello Stato, o più precisamente del partito comunista, tutta l’economia […]. Tali misure erano […]

«3. Eliminare il denaro come unità di scambio e di contabilità, a favore di un sistema di baratto regolamentato dallo Stato» (12). Come sia andata, è inutile ricordarlo.

In effetti, fin dal breve, febbrile e sanguinoso tempo della dittatura giacobina nella Francia rivoluzionata, si insegue «quella “trasparenza” fra società e potere cui ambiscono i rivoluzionari» (13), che fortunatamente non è mai stata completamente raggiunta, nonostante i KGB e le Gestapo.

Stupisce che tale obiettivo sia stato fatto proprio da un governo di «moderati», il cui «occhio» che tutto vede sarebbe collocato nei terminali delle banche oltre che negli uffici della polizia tributaria. E per conseguirlo la legge obbliga ad un contratto di diritto privato oneroso – il che è un quid novi nella storia del diritto, almeno di quello occidentale – e remunerativo per la parte beneficiaria, le cui condizioni non sono negoziabili: è la coazione a intrattenere un rapporto bancario necessario per la legalità di ogni transazione economicamente significativa.

* * *

La «manovra» di fine estate del governo di centrodestra ha scelto – a fronte di un’innegabile e gravissima emergenza: l’entità del debito pubblico italiano sul quale si è concentrata un’aggressione internazionale senza precedenti – la soluzione di farlo pagare agl’italiani, anche aumentando quell’odiosa tassa sul consumatore che è l’IVA. Era una scelta senza alternative?La risposta è difficile, anche se la più plausibile è negativa, e comunque rimane la colpa storica di non aver aggredito, in tempi più propizi, il debito riducendo drasticamente con la spesa e gli sprechi lo stesso apparato di Stato e le sue inframmettenze in ambiti che non gli competono (14).

Però, se la scelta del governo, va ritenuta nonché obbligata giusta sul piano dei principi, allora vuol dire – e non forzo nulla – che, sullo stesso piano, i bolscevichi avevano ragione. E per la sua realizzazione, così naturalmente in contrasto con le più elementari esigenze di libertà, come la storia ha dimostrato, oggi come allora non esiste altro mezzo che la costrizione, sebbene di tipo diverso.

Il prezzo da pagare si rivela allora troppo alto, e non solo in termini monetari: s’impedisce o comunque si ostacola il risparmio privato (contro lo stesso dettato costituzionale, così spesso invocato se non idolatrato: art. 47), si limita la libertà economica, si nega la festa, si scoraggia – oltre tutti gli anti-incentivi morali – la formazione di nuove famiglie e la natalità. Ricominciare a fare figli sarebbe l’unica soluzione strutturale, ma questa «manovra» contribuisce pesantemente all’inverno se non al suicidio demografico.

Infine, essa ha anche un effetto collaterale, direi sistemico, ed è quello che mi sembra per certi versi più allarmante. Se mettendo le mani nelle tasche degl’italiani il governo ha violato il patto elettorale – vincolante moralmente e politicamente, ma non giuridicamente, poiché l’art. 67 della Costituzione vieta il mandato imperativo, divieto che è all’origine del trasformismo parlamentare e del tradimento dell’elettorato –, esso ha pure segnato un precedente e aperto una falla tendenzialmente difficile da chiudere.

Se e quando la sinistra tornerà al governo, nessuno potrà frenarla – accusandola di «mettere le mani nelle tasche degl’italiani», di negare le libertà e la privacy di singoli, famiglie e imprese –, allorché, com’è certo secondo la propria natura, essa approfondirà ed estenderà le misure scelte dalla «destra» per sostenere la spesa pubblica e l’apparato di Stato, attuando un vero e proprio regime di persecuzione fiscale contro il nuovo «nemico del popolo», il kulak del XXI secolo, l’«evasore».

Note

(1) Victor Serge (1890-1947), L’anno primo della rivoluzione russa, trad. it. Einaudi, Torino 1991, p. 352.

(2) Cfr., nel Manifesto del Partito Comunista, di Karl Marx  e Friedrich Engels, trad. it. Newton Compton Editori, Roma 1977 p. 82, l’individuazione di una «[…] 2. Imposta fortemente progressiva» tra le misure da imporre con «interventi dispotici» per «rivoluzionare tutto il modo di produzione» e così «togliere dalle mani della borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzionenelle mani dello Stato» (p. 81); e l’art. 53 comma 2 della Costituzione: «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Per vero, meriterebbero, nella stessa prospettiva, di essere sottolineati – almeno – il «pansindacalismo» dell’art. 39, ed il carattere residuale assegnato alla proprietà privata, rispetto a quella pubblica e di Stato, a mente dell’art. 42, ma nessuno di essi si rivela trascrizione quasi letterale di una significativa misura comunista nella nostra Costituzione, che peraltro reca il sigillo del Pci essendo firmata anche da un suo autorevolissimo dirigente dell’epoca, Umberto Terracini (1895-1983).
(3) Vladimir Il’ič Ul’janov «Lenin» (1869-1924), cit. in Mihail Geller (1922-1997)-Aleksandr Nekric (1920-1993), Storia dell’URSS dal 1917 a Eltsin, trad. it., Bompiani, Milano 1997, pp. 62-63.
(4) Aleksej Grigor’evič Stachanov (1906-1977), minatore sovietico, che in un solo turno di lavoro, nel 1935, avrebbe estratto, anziché le consuete sette, centodue tonnellate di carbone, e perciò venne proposto in seguito – anche nei campi di concentramento – quale modello del lavoratore che rinuncia al riposo e alle festività in nome della produzione, dando luogo al cosiddetto stachanovismo, ideologia dello sfruttamento dell’uomo di sinistra e perciò «buona».
(5) Cit. in Anne Applebaum, Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici, trad it. Mondadori, Milano 2005, p. 220.
(6) Cfr. Josef Pieper (1904-1997), «Otium» e culto, trad. it. Cantagalli, Siena 2010 (1947) e dello stesso Sintonia con il mondo. Una teoria sulla festa, Cantagalli, Siena 2009 (1963).
(7) Cfr., Idem, Felicità e contemplazione, trad. it. Morcelliana, Brescia 1962 (1957), in cui viene citata a p. 95, dalla Summa contra Gentiles, la nota sentenza di san Tommaso (1225-1274) secondo la quale «Ultima hominis felicitas (est) in contemplatione veritatis» (3, 37).
(8) Cit. in V. Serge, op. cit., p. 87.
(9) Lenin, Stato e Rivoluzione, trad it. Editori Riuniti, Roma 1977, p. 167.
(10) W. Bruce Lincoln, I Bianchi e i Rossi. Storia della guerra civile russa, trad. it., Mondadori, Milano 1991, p. 94
(11) V. Serge, op. cit., p. 194.
(12) Richard Pipes, La Rivoluzione russa. Dall’agonia dell’ancien régime al terrore rosso, trad it., Mondadori, Milano 1995, pp. 758-759.
(13) François Furet (1927-1997), Critica della Rivoluzione francese, trad. it. Laterza, Roma-Bari 1980, p. 196.

(14) Cfr. il mio Centrodestra: dopo i referendum, che fare?, in Cultura &Identità, anno III, n. 11, maggio-giugno 2011, pp. 3-6.

Bibliografia

Serge 1991: Victor Serge, L’anno primo della rivoluzione russa, trad. it. Einaudi, Torino 1991
GN 1997: Mihail Geller-Aleksandr Nekric, Storia dell’URSS dal 1917 a Eltsin, trad. it., Bompiani, Milano 1997
Applebaum 2005: Anne Applebaum, Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici, trad it. Mondadori, Milano 2005
Pieper 2010 (1947): Josef Pieper, “Otium” e culto, trad. it. Cantagalli, Siena 2010
Lenin 1977: Lenin, Stato e Rivoluzione, trad it. Editori Riuniti, Roma 1977
Lincoln 1991: W. Bruce Lincoln, I Bianchi e i Rossi. Storia della guerra civile russa, trad. it., Mondadori, Milano 1991
Pipes 1995: Richard Pipes, La Rivoluzione russa. Dall’agonia dell’ancien régime al terrore rosso, trad it., Mondadori, Milano 1995

Manifesto di Marx ed Engels (cap. II, nella mia edizione, “paperbacks marxisti” della Newton Compton Editori, Roma 1977 [1969], p. 82: «[…] 2. Imposta fortemente progressiva) tra le misure da imporre con «interventi dispotici» per «rivoluzionare tutto il modo di produzione» e così «togliere dalle mani della borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato» (p. 81).
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