Il ruolo dell’Europa in Medio Oriente

Mediterraneodal sito  Io amo l’Italia novembre 2011

Relazione del presidente di Io amo l’Italia al Parlamento Europeo

di Magdi Cristiano Allam

Magdi Cristiano Allam, Europarlamentare e Presidente di Io amo l’Italia, è intervenuto questa mattina al convegno “Israele e la primavera araba: come può l’Unione Europea promuovere la pace e la democrazia nel Medio Oriente?” promosso da Sari Essayah in cooperazione con la European Coalition for Israel.

La relazione verteva sul tema “La primavera araba, l’Europa e Israele – quale dovrebbe essere il ruolo dell’Unione Europea?”.

Cui prodest? A chi giovano le rivolte popolari esplose in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria, Bahrain e che stanno contagiando gli altri paesi della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo? La risposta è netta: i principali beneficiari sono gli integralisti islamici affiliati al movimento internazionale dei Fratelli Musulmani, presenti con sigle diverse nei differenti paesi e che hanno individuato nella Turchia di Erdogan il referente politico da additare e all’occorrenza il modello di democrazia a cui aspirare.

Ovunque i Fratelli Musulmani sono stati pienamente legittimati e si ergono a garanti della stabilità e della sicurezza dello Stato, condividendo il potere con i militari che le rivolte popolari avrebbero dovuto estromettere quali responsabili del degrado economico e dell’immoralità delle istituzioni. Tutto ciò non è accaduto per caso.

Se milioni di persone occupano le piazze e manifestano unitariamente contro il regime al potere, succede perché c’è un leader, un movimento o un burattinaio che li ispira e li manovra. Nel caso specifico si tratta di un burattinaio e il burattinaio siamo noi, noi occidentali. Obama, Sarkozy e Cameron hanno promosso una strategia finalizzata all’avvento al potere dei Fratelli Musulmani pur di avere in cambio la repressione del terrorismo islamico jihadista di cui Al Qaeda di bin Laden è il principale rappresentante.

Alla base della scelta suicida dell’Occidente c’è il denaro. Gli Stati Uniti sono il primo Paese più indebitato al mondo con un debito pubblico pari a 15.476 miliardi di dollari, pari a circa il 100% del Pil (Prodotto Interno Lordo). A incidere principalmente sulla crescita del debito pubblico è la spesa militare che dal 2001 al 2011 è stata complessivamente di 6.191 miliardi di dollari, con una crescita percentuale di circa l’83%. Vi è stato un rapporto diretto tra la lotta al terrorismo islamico globalizzato e il deterioramento del debito pubblico.

La repentina decisione di sferrando la guerra prima al regime dei Taliban in Afghanistan, roccaforte di Al Qaeda di Bin Laden nel 2001, e successivamente all’Iraq nel 2003 contro i regime di Saddam Hussein, sponsor indiscusso del terrorismo islamico, hanno fatto impennare le spese belliche al punto da diventare vertiginose e incontrollabili. Se nel 1989, data che con il crollo del Muro di Berlino avvia la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del Blocco comunista, la spesa militare degli Stati Uniti era di 526,271 miliardi di dollari, da allora continua a calare fino a ridursi a 375,893 miliardi di dollari nel 2000. E’ dal 2001 che riprende a salire fino a superare i 710 miliardi di dollari nel 2011.

Ecco perché oggi la riduzione della spesa militare è diventata la priorità per l’amministrazione americana. Per poterlo fare gli Stati Uniti hanno scelto di accordarsi con i Fratelli Musulmani per contrastare Bin Laden e i jihadisti. In cambio hanno accettato di legittimarli come forze politiche democratiche e consentire loro di assumere il potere ovunque ciò si renda possibile.

E’ evidente che la cosiddetta “Primavera araba” sta peggiorando la realtà di Israele. Persino i due Paesi definiti moderati che intrattengono rapporti diplomatici con Israele, la Turchia e l’Egitto, hanno di fatto rotto i rapporti. Lo scorso 2 settembre Erdogan ha cacciato l’ambasciatore israeliano e rotto tutti i rapporti con Israele per il rifiuto di Netanyahu di porgere delle scuse ufficiali per l’uccisione di 9 attivisti turchi pro-Hamas che il 31 maggio 2010 tentarono a bordo della nave Marmara di rompere il blocco navale per approdare a Gaza.

Lo scorso 10 settembre al Cairo migliaia di manifestanti hanno assaltato e saccheggiato l’ambasciata israeliana al Cairo issando la bandiera egiziana al posto di quella con la stella di David, costringendo l’ambasciatore e i diplomatici alla fuga. Lo stesso esercito egiziano, coadiuvato da estremisti islamici, ha invece represso nel sangue la manifestazione di protesta dei giovani cristiani lo scorso 9 ottobre davanti alla sede della televisione di stato.

Sono questi fatti che evidenziano l’alleanza che si è instaurata tra i militari che si sono prestati a far fuori il presidente Mubarak e gli islamici radicali appartenenti ai Fratelli Musulmani e ai movimenti salafiti. Le vittime sacrificali del sodalizio tra i militari e gli islamici sono i cristiani autoctoni e Israele, che fungono da efficientissime valvole di sfogo della rabbia popolare che vive sulla propria pelle il rapido deterioramento delle condizioni economiche e della sicurezza.

I cristiani rappresentavano il 99% della popolazione sulla sponda meridionale e orientale del Mediterraneo nel settimo secolo. Oggi sono una minoranza in via di estinzione. Dal 1945 da quelle terre se ne sono andati circa 10 milioni di cristiani. Negli ultimi sei mesi in Egitto 93 mila cristiani sono fuggiti prevalentemente negli Stati Uniti.

Se il totale delle vittime civili finora cadute in Siria, Yemen, Egitto, Tunisia e altrove nei Paesi arabi è ormai superiore al totale dei caduti in tutte le guerre arabe sferrate contro Israele dal 1948 in poi, ciò si deve al fatto che non si tratta affatto della semplice ed esclusiva repressione violenta di manifestazioni pacifiche promosse dalla popolazione civile

La verità è che questo bagno di sangue è stato preordinato e concepito dai Fratelli Musulmani per screditare a tal punto i regimi militari e polizieschi al potere da costringere in particolar modo gli Stati Uniti e l’Unione Europea a isolarli per favorirne la caduta. Aggiungo, inorridendo, che i Fratelli Musulmani stanno favorendo questo massacro con il beneplacito dell’Occidente.

In conclusione non si è trattato affatto di una rivolta per la democrazia e la libertà come ingenuamente e demagogicamente ci hanno voluto far credere gran parte dei mezzi di comunicazione di massa e dei politici ignoranti o ideologizzati, bensì un vero e proprio inganno della cosiddetta Primavera araba!

L’errore di fondo che abbiamo commesso in Occidente è di immaginare automaticamente e acriticamente il prossimo a nostra immagine e somiglianza. Abbiamo pertanto immaginato che se noi ragioniamo in termini razionali e aderiamo a valori non negoziabili, a partire dalla sacralità della vita, la centralità della dignità della persona, l’inviolabilità della libertà di scelta, i nostri dirimpettai sulle altre sponde del Mediterraneo condividono il medesimo patrimonio culturale e ideale.

La verità è che gli islamici ragionano in termini coranici e aderiscono a un’ideologia che li porta a concepirsi come militanti di una Guerra santa finalizzata all’imposizione dell’islam ovunque nel mondo, dove pertanto la vita, la dignità e la libertà sono variabili dipendenti e strumentali al conseguimento di questo traguardo, dove la persona viene sottomessa alla comunità, dove la pace si avrà soltanto quando prevarrà l’islam e le tregue sono contemplate come espedienti tattici per arginare il nemico nell’attesa di sconfiggerlo.

Gli islamici seguono alla lettera il dettame del Corano che ordina loro di combattere fino alla vittoria dell’islam, così come hanno come referente supremo Maometto che nel 628 sgozzò e decapitò con le proprie mani circa 800 ebrei della tribù dei Banu Qurayza alle porte di Medina e nello stesso anno stipulò la hudna, una tregua, con i nemici meccani a Hudaibiya quando era in una posizione di inferiorità, violandola nel gennaio del 630, una volta consolidate le proprie forze, con l’occupazione della Mecca.

Noi occidentali abbiamo voluto ostinatamente attribuire la connotazione di rivolte popolare per la libertà e la democrazia laddove invece la stragrande maggioranza della popolazione soffre di povertà e i giovani sono frustrati per l’assensa di lavoro e quindi di una prospettiva futura. La realtà evidenzia che tutti quei paesi, compresi quelli che vedono gli autoctoni godere di un buon reddito pro-capite, denunciano una spaventosa ingiustizia sociale legata a una profonda sperequazione nella distribuzione della ricchezza.

Ovunque emerge che c’è una ristretta oligarchia che ha troppo e una maggioranza indigente che ha poco o nulla. Storicamente sono popolazioni che non hanno mai conosciuto la classe media ed economicamente si è sempre imposta una gestione centralistica e autoritaria delle risorse.

Noi occidentali ci siamo auto-ingannati focalizzando l’attenzione su alcuni fotogrammi del film della rivolta popolare, enfatizzando la presenza di giovani che parlano le nostre lingue e si sentono partecipi del mondo della globalizzazione informatica navigando in Internet e comunicando attraverso Facebook e Twitter.

E’ chiaro che questi giovani ci sono e che dobbiamo aiutarli, ma nella consapevolezza che rappresentano una minoranza. Ma soprattutto i nostri leader ci hanno ingannato sostenendo il movimento dei Fratelli Musulmani e promuovendo la Turchia di Erdogan come potenza egemone nella regione, pur trattandosi di una realtà sostanzialmente ostile ai nostri valori non negoziabili, che disprezza la nostra civiltà laica e liberale dalle radici giudaico-cristiane, che usa la democrazia come strumento per imporre la dittatura islamica.

Bene. E’ arrivato il momento di recuperare l’uso della ragione e di guardare in faccia alla realtà dei fatti, di riscoprire l’amore per noi stessi e di agire concretamente per il bene comune al fine di salvaguardare la nostra umanità e impedire il suicidio della nostra civiltà.

Grazie per la vostra attenzione e auguro a tutti voi di diventare protagonisti di verità e libertà, testimoni di fede e ragione e costruttori di una civiltà di valori non negoziabili e della certezza delle regole.

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