Reuters, vietato chiamare «bambini» i piccoli abortiti

International Family News

17 Maggio 2020

«Maialini» invece va bene, con la lacrimuccia per quelli che gli allevatori sono costretti dalla crisi economica a uccidere nel ventre materno

di Giacomo Bertoni

Il coronavirus, unito al lockdown attuato per limitarne la diffusione, avrà effetti pesanti sull’economia mondiale. Alcuni si vedono già, e riguardano l’industria alimentare. Ciò che non cambia, però, è il diktat del politicamente corretto, che impera ormai anche nelle redazioni delle testate più importanti.

Tutto inizia dalla crisi degli allevamenti. Se da un lato cresce la richiesta di cibo nei supermercati, presi d’assalto soprattutto nella prima fase dell’emergenza, dall’altro la chiusura di bar e ristoranti sta causando un cortocircuito negli allevamenti.

Questo accade in particolare negli Stati Uniti d’America, dove si stima che la richiesta di carne si sia ridotta di un terzo. Le principali aziende statunitensi (per esempio Smithfield Foods, Cargill, JBS USA e Tyson Foods), che sono anche tra le maggiori produttrici del mondo, hanno infatti sospeso le attività negli impianti di macellazione e di lavorazione.

Una storia che fotografa perfettamente la situazione arriva dall’Iowa, dove l’agricoltore Al Van Beek racconta alla Reuters la preoccupazione per il futuro della propria attività in un articolo intitolato Piglets aborted, chickens gassed as pandemic slams meat sector, ovvero «Maialini abortiti e polli gassati, come la pandemia colpisce il settore della carne».

L’agricoltore, infatti, come molti suoi colleghi, si è ritrovato con gli impianti pieni di maiali adulti che non possono essere macellati, ma in arrivo ci sono già migliaia di altri esemplari. Le scrofe sono state fecondate artificialmente per avere altri 7mila maiali, e quando questi nasceranno avranno bisogno di spazio; allo stesso tempo i maiali adulti non possono più restare nei recinti perché rischiano di ferirsi e ammalarsi. Il ricambio si è bloccato: come fare?

La soluzione è spiegata dai giornalisti della Reuters Tom Polansek e P.J. Huffstutter, che con dolore dicono: «La crisi ha costretto Al Van Beek a prendere una decisione che continua a turbarlo. Ha infatti ordinato ai propri dipendenti di praticare iniezioni a ogni singola scrofa gravida facendone abortire i maialini».

L’aborto dei maialini. Sembra quasi di vederli, con i piccoli musetti simpatici e le code avvitate, le loro tenere vite stroncate prima di nascere. Reuters parla infatti proprio di maialini, non di feti di maiale, ben consapevole della diversa entità dei sentimenti che il termine riesce a scuotere nel lettore.

L’aborto insomma è un dolore, è la soppressione di una vita che è già pienamente vita. Perché non accade lo stesso quando si pensa all’aborto di bambini? Ma in realtà sulla Reuters nessuno leggerà mai notizie di aborti di bambini, con i loro piccoli occhi ancora chiusi e le manine che pian piano crescono. Perché la storica agenzia di stampa britannica (fondata nel 1851, oggi conta 16mila dipendenti) non ammette che i bambini non ancora nati siano chiamati bambini.

l concetto è ben spiegato nel manuale che comprende le regole di stesura degli articoli. Qui, alla voce “aborto”, si legge infatti: «A meno che non si citi qualcuno, fare riferimento a feti abortiti piuttosto che a bambini non ancora nati. Descrivere chi svolge campagne per il diritto delle donne all’aborto parlando di “attivisti per il diritto all’aborto” e chi fa campagna contro il diritto all’aborto come di “attivisti contro l’aborto”.

Termini come “scelta”, “vita” e “aborto” sono controversi e debbono essere evitati. Evitare anche “abortista”, che connota chi compie aborti clandestini». Un maialino non ancora nato è un maialino, con musetto e coda, un bambino non ancora nato è un feto, senza occhietti né manine né boccuccia. Il lettore prova empatia per ciò che sente vicino, per ciò che può immaginare, per un’ingiustizia o un dolore o un abuso che sente vicino a sé. Come può provare dolore per un feto? Che forma ha un feto? Cos’è un feto?

Quando si parla di libertà di stampa, quando si parla di fake news, vale allora davvero la pena tenere a mente queste scelte. Un insieme di regole prima non scritte, oggi addirittura scritte e pubbliche, che riduce la carreggiata nella quale il giornalista può lavorare, che ne guida la penna in modo particolare quando deve occuparsi di vita, famiglia e libertà religiosa. Almeno si sappia. Lettore informato, lettore mezzo salvato.

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