La sussidiarietà nell’istruzione

scuola_cattolicaAtlantide (Quadrimestrale della Fondazione per la sussidiarietà) n.23-2011

di Philip Booth
Direttore editoriale e di programma, Institute of Economie Affairs, Londra

L’educazione concerne lo sviluppo dell’intera persona umana in accordo con la verità. Come è ribadito nella Caritasin ventate: «Con il termine “educazione” non ci si riferisce solo all’istruzione o alla formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione completa della persona» (61).

La responsabilità primaria dell’educazione ricade sui genitori. Come afferma la Gravissimum educationis: «I genitori, poiché han trasmesso la vita ai figli, hanno l’obbligo gravissimo di educare la prole: vanno pertanto considerati come i primi e i principali educatori di essa» (3).

La natura dell’educazione e della persona umana è tale, tuttavia, che il processo formativo ha luogo entro la società. Il fatto che l’educazione avvenga nel contesto della società, non significa che lo Stato – che dalla società è distinto – debba svolgere in essa un ruolo primario. Né significa che l’autonomia del genitore debba essere minata, se non in extremis.

La dottrina sociale del cattolicesimo indica tre modalità con cui lo Stato può intervenire nell’educazione. Il governo può contribuire al finanziamento dell’istruzione – soprattutto per i meno abbienti – perché senza un livello basilare di istruzione la natura umana non può prosperare.

Naturalmente non dobbiamo ignorare, in questo contesto, il ruolo della carità e della Chiesa. Dopotutto, come ha scritto papa Benedetto nella Caritas in ventate, citando dalla Solicitudo rei socialis: «La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non può essere delegata solo allo Stato» (38). In secondo luogo, la Gravissimum educationis sottolinea l’obbligo del governo di assicurare che le scuole preparino i ragazzi a esercitare i loro diritti e doveri civili; e la Divini illius magistri discute, in maniera assai ragionevole, il ruolo dello Stato nei casi in cui i genitori abdicano alla cura dei figli.

Tuttavia, probabilmente, questi ruoli richiedono un intervento minimo, tramite il diritto primario, anziché mediante una regolamentazione e prescrizioni dettagliate.

Al di là di questo, nei documenti magistrali sull’educazione, oltre che nel Catechismo, nel Compendio di dottrina sociale della Chiesa e, ove appropriato, nel Codice di diritto canonico, sono rimarcate con forza l’importanza che la Chiesa attribuisce all’autonomia genitoriale e le modalità con cui lo Stato dovrebbe limitarsi ad assistere le altre strutture sociali nel perseguimento dei loro obiettivi legittimi.

I problemi dell’istruzione pubblica nei Paesi sviluppati

In molti Paesi, l’istruzione si è focalizzata sulle istituzioni: questo si riflette anche nel modo in cui la gerarchla della Chiesa locale amministra l’educazione cattolica. In Inghilterra e nel Galles, la Conferenza episcopale ribadisce spesso che Stato e Chiesa forniscono in partnership l’istruzione alle famiglie, come se l’istruzione fosse qualcosa che «si fa» alle famiglie.

Le norme di ammissione alle scuole secondarie sono spesso sbilanciate in favore delle scuole primarie cattoliche, nel senso che favoriscono i ragazzi iscritti a quelle primarie e ignorano le esigenze dei genitori che si sono trasferiti di recente nella zona, i cui bambini si sono convertiti, hanno dovuto lasciare la primaria perché subivano bullismo, o perché era troppo lontana da casa e così via. E i direttori cattolici invocano il principio cattolico di un’istruzione garantita a tutti, come se fosse un’estensione del principio cattolico della giustizia sociale: e così facendo mettono l’uguaglianza prima del valore della persona.

L’establishment dell’istruzione cattolica ha inoltre paura della concorrenza. La concorrenza, rettamente intesa, non è una lotta senza quartiere: è un processo con cui chi fornisce beni e servizi scopre le esigenze di chi vuole ottenere quei beni e servizi, e trova nuovi modi per soddisfarle. Il normale risultato di un processo concorrenziale è che chi ha meno successo copia le idee dei migliori.

Solo di rado la concorrenza conduce alla drammatica uscita di scena di un fornitore già affermato. Nell’istruzione, la concorrenza è. auspicabile perché, malgrado a volte possa essere fastidiosa per le istituzioni, crea un ambiente che promuove l’innovazione, il successo e – soprattutto – assicura che le istituzioni siano al servizio delle persone, e non viceversa.

L’approccio inverso è quello adottato oggi nel Regno Unito e che, nella sua forma peggiore, consiste nell’ideare meccanismi alternativi di amministrazione per allocare un numero fisso di posti negli istituti, a fronte di un numero enorme di genitori in competizione tra loro. Sono i genitori a competere per le scuole, e non le scuole a mettersi, in modo dinamico, al servizio dell’autonomia genitoriale.

Il «bene comune»

La radice del pensiero sociale cristiano applicato alle politiche pubbliche è la ricerca del bene comune. Non si tratta di un calcolo utilitaristico che richieda di muovere le leve della politica per progettare una società migliore secondo il giudizio soggettivo di qualcuno. Il concetto affonda le sue radici moderne in Tommaso d’Aquino: l’individuo esiste per la società e la società per l’individuo.

Tuttavia, ogni istituzione della società – e il governo è un’istituzione della società, e non coincide con la società, come pensano alcuni – dovrebbe essere orientato al servizio della persona umana che è subordinata a Dio. Non è un’etica individualistica, benché punti nella direzione della libertà umana. Nel caso dell’educazione, la responsabilità ricade appieno sui genitori, la famiglia, la Chiesa e la società civile.

D’altronde la prova dei fatti suggerisce che i sistemi educativi fortemente regolati dallo Stato producono risultati meno equi, e risultati peggiori per i poveri, rispetto ai sistemi che lasciano ai genitori una maggiore autonomia. Il motivo è chiaro: in un sistema in cui lo Stato ripartisce i posti nelle scuole, i genitori più agiati possono dare un’istruzione migliore ai figli traslocando, pagando scuole private e insegnanti per le ripetizioni, o comunicando le proprie esigenze alle autorità competenti; tutte possibilità che di solito sono precluse ai meno abbienti.

La realtà dei programmi improntati alla libertà della scelta educativa dimostra che sono i più poveri, e chi ha esigenze didattiche particolari, a trame il massimo beneficio.

Il principio di sussidiarietà richiede che, quando il governo interviene, lo faccia in modo tale da aiutare i gruppi volontari e le famiglie a conseguire i loro obiettivi comuni, senza mai sostituirsi alla loro iniziativa, ma limitandosi ad assecondarla. La sussidiarietà non è una forma di delega, ma concerne la facilitazione dell’iniziativa.

La dottrina sociale cattolica afferma esplicitamente che i finanziamenti all’istruzione devono essere erogati in modo da rispettare i desideri dei genitori, e in modo che l’istruzione privata – compresa quella fornita dalla Chiesa – non subisca discriminazioni. In questo modo, lo Stato sosterrebbe le famiglie nel perseguimento dei loro obiettivi legittimi, anziché sostituirsi alla loro iniziativa.

Per esempio, si afferma: «II diritto e il dovere dell’educazione sono, per i genitori, primari e inalienabili» (Catechismo, 2221). Il Catechismo continua (2229): «Primi responsabili dell’educazione dei figli, i genitori hanno il diritto di scegliere per loro una scuola rispondente alle proprie convinzioni». In effetti, la Chiesa si spinge ad affermare che è un’ingiustizia per lo Stato non sostenere la frequentazione delle scuole non statali (il che suona come un appello a un sistema di voucher); che un monopolio statale dell’istruzione offende la giustizia; e che lo Stato non può limitarsi a tollerare le scuole private (Compendio di dottrina sociale cattolica, paragrafo 241).

Tutto ciò è corroborato dal Codice di diritto canonico, che afferma: «I genitori cattolici hanno anche il dovere e il diritto di scegliere quei mezzi e quelle istituzioni attraverso i quali, secondo le circostanze di luogo, possano provvedere nel modo più appropriato all’educazione cattolica dei figli. […] È necessario che i genitori nello scegliere le scuole godano di vera libertà» (Libro III, Titolo III, Can. 793-797).

I vescovi locali possono scegliere se conferire a una scuola il titolo di «cattolica». Ma lo spirito della sussidiarietà non va applicato soltanto nel dominio politico: non c’è motivo per cui le diocesi debbano essere l’unico o anche solo il principale erogatore di un’istruzione che è definita cattolica. Stabilisce il Diritto canonico: «Se non ci sono ancora scuole nelle quali venga trasmessa una educazione impregnata di spirito cristiano, spetta al Vescovo diocesano curare che siano fondate» (Libro III, Titolo III, Can. 802).

In altri termini, i vescovi possono fondare scuole se necessario, ma questa responsabilità non li autorizza a porre impedimenti ai genitori, ai movimenti laici e ad altri gruppi che desiderino sviluppare una scuola di carattere distintamente cattolico. I vescovi hanno ogni diritto di esercitare prudenza prima di consentire alle nuove scuole di definirsi formalmente «cattoliche», ma non dovrebbero ostacolarne la creazione.

Tutte le istituzioni della società sono tese a perseguire il bene comune ponendosi al servizio della persona umana. Nell’istruzione, ciò significa porsi al servizio dei genitori. L’interferenza con l’autonomia genitoriale è un’eccezione a volte necessaria ma, purtroppo, è diventata la norma nelle politiche educative in tutto il mondo Occidentale. Porsi al servizio dell’autonomia genitoriale nell’istruzione mette la persona umana – e non le istituzioni politiche – al centro del processo educativo.

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