Libia, l’incredibile suicidio dei ribelli

Bengasi_warLa Bussola quotidiana 2 agosto 2011

di Gianandrea Gaiani

Avevano garantito di poter prendere Tripoli in poche settimane invece le truppe lealiste hanno dimostrato di poter colpire il cuore di Bengasi, la capitale dei ribelli. Questi ultimi, insieme alla Nato che ha lanciato raids aerei mirati, avrebbero dovuto uccidere Muammar Gheddafi, invece hanno cominciato a uccidersi tra loro con l’esecuzione di Abdel Fattah Younes, ex Ministro degli interni del regime schieratosi con i ribelli, dei quali era diventato il capo militare.

La coalizione che ha riunito tribù diverse e gruppi politici variegati (inclusi gli estremisti islamici) sembra andare in pezzi. La crisi tra le diverse anime del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) era già tangibile da tempo ma è esplosa con l’uccisone di Younes, tutta ancora da chiarire. Richiamato a Bengasi dal fronte di Brega, dove guidava l’assalto alla roccaforte lealista, per rispondere a una fantomatica commissione che gli contestava rapporti con il regime e traffici di armi, Younes è stato ucciso dagli stessi ribelli che lo avevano prelevato.

Secondo un comandante insurrezionale, che ha preteso di restare anonimo, sarebbero stati alcuni fondamentalisti islamici unitisi alla rivolta ad averlo assassinato per vendicare le feroci rappresaglie ordinate dal generale quando era il numero due del regime contro i miliziani del GMIL (Gruppo Militante Islamico Libico). “Alcuni di quegli estremisti adesso stanno lottando al fianco di noi insorti, e si sono sempre rifiutati di combattere agli ordini di Younes, vedendolo anzi con sospetto”, ha spiegato.

L’ufficiale ha aggiunto che lo stesso Mustafa Abdul Jalil, il presidente del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi che due sere fa annunciò la morte del capo di stato maggiore anti-regime, “non ha potuto accusare direttamente gli integralisti perché ne ha paura”.

Secondo fonti del Cnt il leader del commando omicida sarebbe stato arrestato mentre gli esecutori materiali restano latitanti. Si tratterrebbe di miliziani della Brigata Obaida ibn Jarrah, una milizia che affianca i rivoltosi e che prende nome da uno dei compagni del profeta Maometto. Da Tripoli, il regime di Gheddafi ha accusato al-Qaeda dell’uccisione di Younes ma la pista islamista potrebbe costituire un comodo capro espiatorio per giustificare l’eliminazione di un uomo in realtà scomodo per molti leader ribelli.

Il bengasino Jallil, anche lui ex ministro di Gheddafi,  ha sempre considerato Younes un pericoloso rivale anche perché era un esponente di spicco della potente tribù degli Abdyat, di Tobruk, le cui milizie erano giunte in armi a Bengasi per chiedere la liberazione del generale e poi spiegazioni sulla sua morte.

Secondo Abdullah Baio una delle sue guardie del corpo, Younes sarebbe stato portato in auto a Bengasi da uomini della Brigata 17 Febbraio, guidata dall’ex ingegnere petrolchimico Fawzi Bu Katef, uno dei comandanti che non aveva mai digerito l’incarico di Younis ai vertici militari dell’insurrezione.

Un altro rivale di Younes è il colonnello Khalifa Hifter, eroe della guerra in Ciad degli anni ’80 e in seguito passato alla dissidenza fuggendo negli Stati Uniti dove ha vissuto per 20 anni sotto la protezione della Cia prima di tornare a Bengasi nel marzo scorso. L’uccisione di Younes e le sue conseguenze rendono e ancora più evidenti l’incapacità militare dei ribelli libici e la loro instabilità politica.

Nel tentativo di mostrare una forza politica inesistente Jallil ha decretato lo scioglimento delle diverse milizie che compongono l’esercito ribelle: per lo più formazioni tribali ma anche politiche come quelle che si richiamano al GMIL o ai jihadisti di Derna. ”E’ ora di sciogliere queste milizie. Chiunque si rifiuterà di porre in atto questo decreto verrà processato”, ha detto il presidente del Cnt aggiungendo che le brigate della città di Bengasi saranno assorbite dal ministero dell’Interno.

Ventiquattrore ore dopo i funerali di Younes a Bengasi si è però scatenata una battaglia che il Cnt attribuisce a un’incursione di uomini di Gheddafi che avrebbero liberato 300 prigionieri di guerra. Nello scontro sarebbero morti sei insorti e 31 lealisti sarebbero stati catturati ma molti sospettano che si sia trattato dell’inizio della guerra tra le diverse milizie degli insorti. Gli alleati della Nato, coloro per i quali italiani ed europei combattono da cinque mesi, sembrano quindi allo sbando e fa sorridere ricordare con quanta facilità è stata attribuita loro da Washington, Londra, Parigi e Roma la patente di sinceri democratici e combattenti per la libertà.

Solo pochi giorni or sono il Cnt è stato invitato ad aprire sedi diplomatiche in Europa quale legittimo rappresentante del popolo libico. A quanto pare è invece solo il rappresentante non molto legittimo di diverse milizie, incluse quelle jihadiste, pronte a sbranarsi tra loro (impiegando anche le armi fornite da Parigi e Roma) prima ancora di aver fatto cadere il regime di Gheddafi.

Di fronte all’ottusa incapacità di Unione Europea e Nato spicca per acutezza e lungimiranza il monito più volte formulato dall’Unione Africana che ha più volte messo in guardia la comunità internazionale contro il rischio di “feudalizzazione” di una Libia fuori controllo in mano a signori della guerra e milizie. Un’altra Somalia nel cuore del Mediterraneo a pochi chilometri dalle coste italiane.

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