Schiavitù

schiaviIl Timone n.105 luglio-agosto 2011

di Rino Cammilleri

Come mai, all’epoca della schiavitù, nella Louisiana vi erano dei neri liberi che possedevano schiavi? E, questo, mentre negli altri States ai neri liberi (pochissimi) erano negati i diritti civili, compreso quello di testimoniare nei tribunali. Si rammenti, tra l’altro, che la Louisiana era uno stato del Sud. Però era uno stato cattolico.

Colonizzato dai francesi, era passato alla Spagna nel 1796, riconquistato dalla Francia nel 1802 e venduto agli Usa l’anno seguente. Ma la legislazione cattolica sugli schiavi era così radicata che non parve opportuno mutarla. Quanto l’idea della normalità della schiavitù fosse diffusa lo si vede dal fatto che gli stessi neri che riuscivano ad affrancarsi, o erano figli di affrancati, appena avevano un po’ di soldi si procuravano degli schiavi. Certo, il pensiero di cattolici schiavisti oggi lascia perplessi, ma la cosa ha una sua spiegazione.

La schiavitù antica fu superata quando il cristianesimo riuscì ad affermarsi nell’Impero romano. Ma solo nell’area cristiana. Nel resto del mondo la schiavitù continuò. Soprattutto quella islamica. Rodney Stark, uno dei massimi sociologi delle religioni, nel suo libro A gloria di Dio. Come il cristianesimo ha prodotto le eresie, la scienza, la caccia alle streghe e la fine della schiavitù (Lindau), fa notare che la schiavitù è stata abolita in Arabia Saudita solo nel 1962 e in Mauritania nel 1981. E solo per la pressione occidentale.

Per quanto riguarda la tratta degli africani, quella islamica fu pari se non superiore a quella occidentale. Con una differenza: nelle Americhe, l’etnia afro è ancora largamente presente; non così nei Paesi islamici. «La fertilità degli schiavi nel mondo islamico era estremamente bassa non solo a causa della frequente castrazione degli uomini, ma anche perché l’infanticidio era pratica comune nel caso di neonati che mostrassero una discendenza africana».

Ma torniamo al Nuovo Mondo. I primi a importare schiavi neri nel Nordamerica (dove già i pellerossa praticavano tranquillamente la schiavitù) furono gli olandesi agli inizi del Seicento. Ma gli olandesi erano protestanti, dunque refrattari ai divieti papali. Ma Spagna, Portogallo e Francia erano cattolici. Allora? Dobbiamo prenderla un po’ alla lontana.

Il primo a portare schiavi indios fu Colombo. E la regina Isabella li rimandò liberi indietro. In effetti, la scoperta di una razza sconosciuta aveva in qualche modo autorizzato l’atteggiamento gnorri. Ma subito i teologi cattolici chiarirono che gli indios erano uomini. I tentativi di imporre il lavoro coatto agli indios negli imperi coloniali spagnolo e portoghese venne vanificato da due fattori: uno, i pronunciamenti pontifici e le conseguenti legislazioni reali; due, la spaventosa morìa indotta dalle malattie importate dagli europei, soprattutto morbillo e vaiolo, contro cui gli indios non avevano sviluppato difese.

Si provò a importare bianchi (galeotti, delinquenti etc.) ma questi soccombevano alle malattie tropicali. Fu allora che cominciò la tratta africana, in quanto i neri alle malattie tropicali erano immuni.

La riduzione in schiavitù era la principale attività delle tribù africane. Gli schiavi venivano portati da schiavisti musulmani a Est, nei loro Paesi, e sulla costa Ovest, dove venivano imbarcati per le Americhe. La Chiesa si oppose in tutti i modi, ma la politica internazionale aveva le sue ragioni. Che erano queste: gli imperi protestanti avrebbero facilmente messo fuori gioco quelli cattolici se questi ultimi avessero rinunciato al lavoro degli schiavi.

E l’intera storia umana avrebbe preso un’altra direzione. Così la Chiesa, pur continuando a fulminare la tratta (si legga il corposo capitolo che Stark dedica all’argomento), si adoperò per cercare di alleviare il più possibile la condizione degli schiavi. A questo provvidero i suoi missionari (diversi dei quali canonizzati) e la pressione costante sui governi che in qualche modo ancora le obbedivano.

Così, nelle colonie francesi fu promulgato il cosiddetto Code Noir, ideato dal famoso Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV. In esso lo schiavo era definito «creatura di Dio» e il padrone aveva il dovere di battezzarlo, fornirgli un’istruzione religiosa e consentirgli di sposarsi. Gli schiavi che avevano formato una famiglia non potevano essere venduti separatamente, la domenica e le feste religiose erano liberi dal lavoro (una novantina di giorni all’anno). Il Codice fissava la quantità minima di cibo e vestiario, nonché le norme per curare i malati, i disabili e gli anziani. Vietati i maltrattamenti.

Nelle colonie spagnole entrò in vigore il Código Negro, basato su un codice castigliano del XIII secolo (quest’ultimo riguardava i mori ridotti in schiavitù dai cristiani, che li scambiavano con i cristiani fatti schiavi dai mori). Questo Codice era ancora più favorevole agli schiavi. Esso garantiva loro il diritto di proprietà e di poter lavorare autonomamente nei giorni di riposo per accumulare la somma con cui affrancarsi (loro diritto).

L’affrancamento era solennizzato con un cerimonia in chiesa. Stark fa presente che nel 1817 nella Cuba spagnola c’erano 114.058 neri liberi, «molti di più che in tutte le Indie Occidenta-britanniche».

Ora, l’importanza di questi codici risalta maggiormente se si fa il paragone con quanto avveniva nelle colonie protestanti. Qui gli schiavi erano semplicemente «beni mobili», proprietà privata del padrone. Il battesimo era praticamente vietato, giacché lo schiavo avrebbe potuto farsi venire in testa strane idee. I quaccheri, che ci provarono, passarono dei guai. Il cosiddetto Codice delle Barbados non era altro che una tardiva diffusione di un Act far the Setter Ordering of Slaves ideato dai proprietari di piantagioni nel 1661. In esso si prevedeva la perquisizione bimestrale delle capanne degli schiavi, cui era vietato sposarsi. Anche l’affrancamento era vietato.

«Si tenga presente che il Code of Barbados fu adottato in parte per moderare il trattamento degli schiavi nelle colonie britanniche». E Stark racconta qualche esempio di quel che succedeva prima, quando capitava che gli schiavi venissero uccisi «in modo frivolo». O disumano, come l’impalamento seguito dal rogo a fuoco lento. «Gli olandesi ebbero un ruolo di primo piano, secondo solo a quello britannico, nella tratta atlantica degli schiavi».

Nel 1808 gli Usa vietarono la tratta (non la schiavitù di quelli che già c’erano). Dall’arrivo dei primi schiavi neri (1626) si calcola che nel Nordamerica siano entrati 400.000 africani. «Per fare un confronto, si stima che 340.000 schiavi furono importati da piantatori inglesi a Barbados, una piccola isola con una superficie di soli 430 chilometri quadrati, appena un quarto delle dimensioni di una contea media americana». Ciò era dovuto allo spaventoso tasso di mortalità, che costringeva a sempre nuove importazioni. A Giamaica, altra colonia inglese, in due secoli gli schiavi importati furono sui 750.000.

La Chiesa condannò la schiavitù in maniera chiara ed esplicita (con tanto di minaccia di scomunica) fin da subito, cioè fin da Eugenio IV, che nel XV secolo diede quindici giorni di tempo per liberare i nativi fatti schiavi nelle Canarie. Continuò a farlo nei secoli seguenti. Perfino il Sant’Uffizio si pronunciò nettamente, con un questionario a domande e risposte che non permetteva alcuna scappatoia. «Il problema non era che la Chiesa non condannava la schiavitù, quanto piuttosto che erano in pochi ad ascoltarla».

Naturalmente, «nessun importante esponente religioso o politico protestante» spese mai una parola contro la schiavitù in quegli stessi secoli. In campo cattolico, erano i re a nominare i vescovi e le bolle papali potevano essere pubblicate nelle colonie solo col permesso reale. Quando i gesuiti di Rio dei Janeiro lesserò in pubblico la bolla di Urbano VIII vennero assaliti e feriti. A San Paolo furono addirittura espulsi. Poi, con l’assolutismo e i ministri “illuminati” fu anche peggio, come si vede nel film Mission. Ma, almeno, l’influenza della Chiesa produsse i due Codici che abbiamo visto, e la condizione degli schiavi nelle colonie cattoliche fu senza paragone con quella degli infelici nelle altre.

Val solo la pena di accennare, giusto per ricordarlo, alle reducciones del Paraguay, create da un pugno di gesuiti: uno stato grande due volte la Francia, con autogoverno rappresentativo, strade pavimentate, orchestre sinfoniche e stampa. Ne ho parlato ampiamente a suo tempo sul “Timone” e non è il caso di ritornarci sopra. Non potendo negare questo fatto, i denigratori professionali del cattolicesimo parlano, tra i denti, di «paternalismo». Poverini: quando saremo tutti in fila, nudi, nella Valle di Giosafat, con cosa si nasconderanno le pudenda, con le loro qualifiche accademiche e i premi Pulitzer?

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