Non solo emozione ma vera bene-volenza

coppiaAvvenire, editoriale del 10 giugno 2011

di Giacomo Samek Lodovici

Siamo abituati a pensare che l’amore sia un’emozione, ma questa concezione non ne esprime compiutamente la natura e rende molto difficoltosa la costruzione o la sopravvivenza di una famiglia. Lo ha evidenziato in Croazia il Papa che, per due volte, ha messo appunto l’accento su una visione dell’amore che impedisce a priori la costituzione della famiglia o la mette seriamente in pericolo.

Sabato sera ha detto: «solo nell’amore, quello che vuole e cerca il bene dell’altro, sperimentiamo veramente il significato della vita e siamo contenti di viverla, anche nelle fatiche, nelle prove». Domenica ha aggiunto, citando Giovanni Paolo II: «“Un’autentica famiglia, fondata sul matrimonio, è in se stessa una buona notizia per il mondo”»; ma sempre più constatiamo «una crescente disgregazione della famiglia», perché molto spesso si vive alla ricerca di «esperienze effimere, trascurando la qualità delle relazioni con le persone e i valori umani più profondi; si riduce l’amore a emozione sentimentale e a soddisfazione di pulsioni istintive, senza impegnarsi a costruire legami duraturi di appartenenza reciproca».

Ora, se generalmente si conviene che l’amore non sia la mera pulsione sessuale (è evidente che chi si intrattiene con le prostitute non le ama), è più difficile comprendere che nell’amore ci sia qualcosa di diverso dall’emozione e dal sentimento.

In realtà l’amore si esprime in molti modi: come emozione, quella di chi prova la gioia per l’esserci dell’altro e/o (le due cose non coincidono) l’attrazione; come sentimento di trasporto, di attaccamento e di benevolenza; ma anche (già per Aristotele, cioè prima del cristianesimo) come atto della volontà che vuole il bene altrui.

Del resto, «ti voglio bene» significa «io voglio per te il bene» e cerco di realizzarlo, se posso. A volte queste dimensioni dell’amore sono compresenti, anzi è auspicabile che lo siano nelle nostre vite; tuttavia non sono identiche: anche se mio figlio mi disgusta per ciò che ha fatto (per esempio perché ha assassinato dei bambini), anche se l’emozione che provo verso di lui è la repulsione, nondimeno io lo amo se voglio, desidero e cerco il suo bene, il suo riscatto, ecc.

Ora, la presenza dell’amore che vuole il bene altrui è cruciale per una società, altrimenti essa diventa «liquida» (per usare la famosa espressione del sociologo Bauman), ed i rapporti divengono fragilissimi.

Infatti, se coltiviamo solo l’aspetto emozionale dell’amore, i nostri rapporti – familiari ma non solo – rischiano di durare solo finché sono utili o finché persistono e sono intense le emozioni gradevoli che gli altri suscitano in noi. Inoltre, se viviamo prevalentemente come cercatori di emozioni, le difficoltà che sorgono nelle relazioni, soprattutto con chi ci è continuamente accanto come il coniuge, diventano progressivamente intollerabili.

Prima ancora, la scelta di sposarsi viene percepita come la tomba dell’amore, come preclusione di nuove emozioni.

Il risultato lo documentano diverse indagini socio-psicologiche: una società dove non si coltivano i «legami duraturi di appartenenza reciproca» di cui parla il Papa, sperimenta, a lungo andare, moltissime sofferenze e ferite. Per esempio, quelle – su cui le ricerche empiriche abbondano – dei bambini le cui famiglie si sono sfasciate (ma risulta empiricamente che anche i loro genitori sono spesso infelici).

Coltivare e promuovere l’amore come bene-volenza è davvero cruciale: Benedetto XVI lo ricorda instancabilmente perché gli preme il bene dell’uomo.

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