“L’aula vuota” di Galli della Loggia: come è stata distrutta la scuola. Una formidabile denuncia

Formiche 7 Settembre 2019

L’accorato, appassionato e documentato saggio di Galli della Loggia “L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola” (Marsilio) che Gennaro Malgieri consiglia vivamente a docenti e famiglie di leggere alla vigilia della riapertura dell’anno scolastico

di Gennaro Malgeri

La scuola è lo specchio del declino del nostro Paese. Fabbrica di ignoranza e palestra di maleducazione civica, riflette tutti i vizi degli italiani dilatatisi grazie all’inazione della politica o proprio per la smodata passione dei politici a farsi mallevadori del peggio nel cavalcare la modernità.

L’ “autonomia” alla quale la scuola è stata “condannata”, nel nome di fantasiose democratiche pulsioni, alimentate da burocrati saccenti e ciechi, ha favorito oltre la nullificazione dell’istruzione pubblica soprattutto la demenziale parcellizzazione della gestione unitaria dell’educazione scolastica rendendo palese il proposito di disunire la nazione smantellando il presupposto stesso della sua unità: la cultura quale fondamento dell’identità comunitaria.

Burocratismo e inadeguatezza didattica, supportate da una soffocante demagogia egalitaria hanno inferto un colpo mortale alla scuola in circa mezzo secolo di esercitazioni spericolate, arbitrariamente definite “riforme”  cui nessun ministro si è sottratto alla tentazione di dare il proprio contributo, apertamente contro la meritocrazia.

Insomma, per nostra sventura, la politica si è applicata con metodo ed ostinazione alla disarticolazione delle membra e alla distruzione dell’essenza di quella che veniva universalmente ritenuta (anche all’estero) esemplare strumento di integrazione sociale e fattore primario nella costruzione dello spirito critico delle giovani generazioni.

La demolizione del principio di autorità, la cancellazione dell’apprendimento tradizionale (basta sfogliare i libri di testo degli scolari per rendersi conto delle nequizie perpetrate ai loro danni), l’adeguamento alla vulgata dello “svecchiamento” didattico fino alla esaltazione della desertificazione digitale, della preferenza per l’apprendimento (?) di gruppo e l’espulsione dell’investimento sull’individualismo meritocratico considerato stupidamente “classista” hanno rovinato una costruzione formativa sulla quale si era modellata ed emancipata la società  post-unitaria creando le condizioni per l’affermazione di un’Italia talmente ambiziosa da diventare – nonostante le performance non proprio brillanti di certa politica – la settima potenza industriale del mondo.

Ideologismi della pedagogia post-illuminista

Ideologismi raccattati nella peggiore pedagogia post-illuminista hanno “legittimato” l’oscuramento della figura del docente quale proiezione dell’autorità della quale liberarsi per poter esprimere presunte potenzialità intellettuali e creative. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma la maggior parte continua a tenerli chiusi. “Non ci siamo accorti di come, pezzo dopo pezzo, venivano smontate e gettate via parti decisive di quella scuola dove la maggior parte di noi cresciuta e si è formata.

Parti che venivano sostituite con materiali fasulli, conditi di propositi tanto altisonanti quanto in sostanza vuoti, che ogni volta lasciavano le cose un po’ peggio di prima”, ha scritto Ernesto Galli della Loggia nel suo accorato, appassionato e documentato saggio L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola (Marsilio, pp.239, € 18,00) che consigliamo vivamente a docenti e famiglie di leggere alla vigilia della riapertura dell’anno scolastico, se non altro per rendersi conto del vero e proprio “inferno” pedagogico nel quale finiscono gli studenti, superficialmente considerato dalle classi politiche di tutti i colori che si avvicendano al potere.

Il neo-ministro dell’Istruzione ha appena dichiarato che per risolvere i problemi finanziari del suo dicastero sarebbe intenzionato a tassare le merendine… Non ci sono parole per commentare. Ma Galli della Loggia, intellettuale, storico, editorialista tra i più attenti alle convulsioni del nostro tempo che analizza con spirito libero e scevro da pregiudizi, le parole per denunciare il disastro scolastico le ha trovate.

E ce le ha proposte con un libro destinato a restare, che spiega molto più di tante disquisizioni accademiche o congetture politiche il senso di una decadenza che va ben oltre i confini della scuola stessa. Con il coraggio che non certo gli manca, Galli della Loggia non mette nulla tra parentesi o rifugiandosi nell’allusione.

Dice quel che sente interpretando perfino ciò che altri, pur pensandola alla stessa maniera, non dicono. Una sintesi non basta per rendere al meglio la prospettiva dalla quale lo studioso si pone nell’analizzare quella che si configura come una vera e propria catastrofe culturale e civile. Ma qualche sottolineatura, mi permetto di farla.

L’orrore dell’abrogazione del passato

L’abrogazione del passato, per esempio, gli fa orrore. E ad essa imputa uno dei “vizi d’origine” della decadenza scolastica. “Da sempre – scrive – la scuola e l’istruzione hanno avuto un legame consustanziale con il passato. È impossibile, infatti, immaginare entrambe senza collegarle a una forma di trasmissione di valori, di principi e di conoscenze, che non abbiano in qualche modo lo sguardo rivolto all’indietro.

Non sto dicendo, si badi, che ogni altro valore o ogni altro tipo di conoscenza o d’insegnamento non possano o non debbano trovare posto nelle aule scolastiche. Sto dicendo che il cuore dell’istruzione non può che essere nel passato, dal momento che quella che si chiama «cultura generale» è letteralmente impensabile senza il legame con esso.

E proprio da ciò nasce la tradizionale centralità che nell’istruzione dell’Occidente ha avuto, fino a tempi recenti, la cultura umanistica con i suoi insegnamenti”. Pertanto, sottolinea, “che contrariamente a quanto pensa chi non ha dimestichezza con esse o chi si sottomette conformisticamente all’opinione corrente, lo studio nella scuola delle materie umanistiche – cioè delle lingue classiche, della letteratura, della storia e della filosofia – non risponde (rispondeva?) affatto a un’impostazione «sorpassata» del sapere, a un’idea culturalmente retrograda e socialmente discriminatoria.

È vero l’opposto, e cioè che, a cominciare dal latino e dal greco, quelle materie possiedono alcuni caratteri che le rendono per chiunque uno strumento prezioso di crescita intellettuale e culturale”. Ne discende che “facendo spazio al retaggio umanistico, il cuore dell’istruzione è stato un ponte fra il presente e il passato.

Ed è essenzialmente da questo rapporto con il passato che la scuola ha tratto anche la sua autorevolezza, la quale ha rappresentato a sua volta la giustificazione-legittimazione per l’esercizio del principio di autorità al suo interno.

Non a caso il venir meno del primo ha significato anche il venir meno del secondo, sicché la nuova scuola che ha deciso di «aprirsi alla vita e alla società» puntando proprio per questo sulle discipline scientifiche, ha sentito il bisogno di mettere a punto un diverso principio d’autorità e un nuovo principio di autolegittimazione.

Un principio che essa crede d’aver individuato nella «democrazia», perlopiù intesa come la presunta fine di ogni costrizione”.

La posizione è netta e non ammette interpretazioni equivoche. Mi permetto di notare che il deperimento dell’insegnamento, dell’apprendimento, della formazione delle giovani generazioni non può che essere imputato allo stravolgimento della stessa concezione del sapere in voga in Occidente, ed in particolare in Italia da decenni.

Celebrando di recente i “fasti” del Sessantotto qualcuno, pur avveduto, ha dimenticato di segnalare che il “nuovo corso” scolastico si è imposto attraverso la veicolazione dell’ideologia egualitaria che nel mentre si applicava alla distruzione della famiglia coerentemente proiettava lo stesso progetto nell’annullamento della scuola dal cui disfacimento, si diceva, sarebbe nata una società nuova connessa ad una umanità libera fondata sul non meglio precisato “amore” e non più sul “reazionario” matrimonio.

Insegnamento privo di memoria

Dalle molte riforme scolastiche susseguitesi è venuta fuori una forma di insegnamento priva di memoria, fondata sull’annullamento del pensiero critico e volta ad accrescere un nozionismo “basico” per disavventura degli studenti propedeutico al dispiegamento di fantasiose facoltà universitarie che non offrono assolutamente nulla nella prospettiva di esercitare una professione.

Naturalmente la cultura classica, giusto quanto rileva Galli della Loggia, è stata sacrificata alla glorificazione di una pseudoscientificità che è uno dei motivi dell’abbandono degli istituti formativi italiani per quelli stranieri da parte di molti studenti o neo-laureati.

La scrittrice britannica Dorothy Leigh Sayers (1893-1957), piuttosto sconosciuta in Italia, autrice della migliore traduzione in inglese della Divina Commedia, divenne celebre  per una conferenza tenuta nel 1947 a Oxford: The Lost Tools of Learning. Gli “strumenti perduti”, di cui parla il titolo, sono quelli dell’educazione classica. E proponeva – da studiosa di medievistica – un’organizzazione degli studi, dalla prima infanzia fino all’inizio dell’età adulta, fondata sull’antica  divisione tra le arti del trivio (grammatica, logica, retorica).

Potrebbe essere ritenuta bizzarra la proposta, ma non tanto se si considera che il primo fallimento scolastico che di solito si registra nei discenti è nella difficoltà di fornire gli strumenti mentali necessari all’apprendimento. E, sia pur semplificando, ricordo che la riforma scolastica di Giovanni Gentile si fondava proprio sull’intento di sanare questo iato unitamente alla mancanza di “pensiero critico” nelle giovani generazioni.

Nacque così la scuola per tutti, abbienti e meno abbienti, ritenuti secondo il valore dimostrato meritevoli di accedere a scuole che il classismo dell’epoca precludeva a coloro che appartenevano ad un’Italia ritenuta ingiustamente “minore”.

Oggi di quella riforma, copiata ed adattata a tutte le latitudini, non resta sostanzialmente più nulla. La scuola è vuota, come le culle. E l’immiserimento morale e culturale del nostro Paese – ma anche di buona parte dell’Occidente – lo si deve al cedimento dell’istituzione formativa più importante da millenni a questa parte.

La riforma Gentile

Galli della Loggia nel difendere la riforma Gentile, nell’ambito di un approfondito excursus storico, poi progressivamente depotenziata dallo stesso regime fascista, fino ad essere annullata nell’Italia repubblicana, scrive: “Si trattava di una riforma ispirata per intero dalla temperie morale e culturale della filosofia idealistica, dalla sua ostilità nei confronti del positivismo e del materialismo; e, naturalmente, animata dall’idea che il compito essenziale della scuola fosse quello di formare la classe dirigente del paese”.

“È vero dunque – e si tratta certamente di aspetti negativi non di poco conto – che essa aveva scarsa considerazione in generale per il sapere scientifico (a eccezione però della matematica), poca attenzione a costruire percorsi scolastici professionalizzanti alternativi a quello liceale e tanto meno autentici percorsi formativi di una certa qualità per i giovani delle classi sociali meno privilegiate”.

“Cuore dell’istruzione, infatti, erano gli studi umanistici e la loro sede per antonomasia, il liceo, in special modo il liceo classico. Era qui che, secondo Gentile, doveva formarsi la personalità libera e completa, destinata a prendere nelle proprie mani la guida della nuova Italia. Una personalità nutrita del retaggio della cultura greco-romana travasato nella tradizione delle humanae litterae, considerate entrambe come fonti della modernità occidentale e dell’identità nazionale”.

“Una personalità, infine, forte della conoscenza della storia e della filosofia, animata dai grandi spiriti della vicenda della lettera- tura e del pensiero italiani”.

In un tale contesto, secondo Galli della Loggia, la cultura non può significare altro che “la possibilità per ognuno di noi di uscire dalla propria particolarità e di mettersi in relazione con il mondo passato e presente, con tutti i suoi pensieri, i suoi protagonisti e i suoi fatti, raggiungendo così una pienezza di vita altrimenti impossibile”.

Chi può dire che oggi la scuola, così come è strutturata, con la sua pedagogia “matrigna”, con i suoi testi davvero “vuoti” introduca alla relazione con il passato e il presente?

Il passato, invero, è espunto; del presente c’è solo cronaca di moneta grossa; il futuro nemmeno lo si riesce ad immaginare. E così nelle menti dei giovani non trovano posto letteratura e poesia, storia e geografica, filosofia e musica, arte e scienze, ma soltanto le loro parodie.

“È impossibile – osserva Galli della Loggia – immaginare l’istruzione senza collegarla ad una trasmissione di valori, di principi e di conoscenze, che non abbiano in qualche modo lo sguardo rivolto all’indietro: che cos’è questa lingua che parlo? Che cosa c’è stato prima di me? Che cos’è questo Paese e questo Stato di cui sono cittadino? Che rapporto ho con il mondo?”

Insomma, senza conoscere la continuità che ci ha fatto ciò che siamo può accadere che “i nuovi venuti, la generazione più giovane, non sapendo nulla del mondo in cui arrivano lo mettano a soqquadro, lo lascino andare in rovina, e per pura e semplice incoscienza lo distruggano”.

Ma non è stata soltanto la politica a distruggere la scuola tradizionale. Anche l’opinione pubblica, divorata dai “miti” della modernità, ha fatto la sua parte. “Incurante e disattentissima alle cose dell’intelligenza, della cultura e dell’istruzione, – denuncia Galli della Loggia – ha perlopiù visto nella scuola soprattutto, se non solamente, un serbatoio d’occupazione per sé e di promozioni a buon mercato per i suoi figli.

Solo in questi ultimissimi tempi, forse, essa sta aprendo gli occhi e si sta accorgendo del disastro accaduto. Ma quando ormai esso è accaduto, appunto”. Di più e di meglio non si può dire. È tempo di lettura. Cominciando magari da questo libro che ogni persona di buon senso dovrebbe tenere sul comodino.

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Corriere della Sera 6 Giugno 2019

Non c’è scuola senza autorità Galli della Loggia sull’istruzione

Nel saggio «L’aula vuota» (Marsilio) lo storico analizza la crisi del nostro sistema scolastico (e critica Rousseau e don Milani). L’errore più grave? Cancellare il passato

Antonio Polito

Ho appena letto ai miei bambini due brevi brani dell’ultimo libro di Ernesto Galli della Loggia L’aula vuota (Marsilio), dedicato alla scuola. La sera prima avevamo avuto a cena un loro amichetto, e tra maschietti si lamentavano del tempo perso in classe e sui compiti, che vorrebbero utilizzato per cose davvero piacevoli e interessanti.

Ho provato a intervenire in difesa del valore della conoscenza. Ma non trovavo le parole giuste. Ci sono nel libro di Galli della Loggia: «La cultura alla fine significa semplicemente la possibilità per ognuno di noi di uscire dalla propria particolarità e di mettersi in relazione con il mondo passato e presente, con tutti i suoi pensieri, i suoi protagonisti, e i suoi fatti, raggiungendo così una pienezza di vita altrimenti impossibile».

E poi: «I libri, le idee, possono costituire una ragione di vita, danno significato all’esistenza, e dunque ciò che si fa a scuola, ciò che la scuola è, (…) non costituisce un obbligo burocratico da assolvere più o meno volenterosamente, bensì l’occasione per diventare più capaci di capire il mondo, più consapevolmente umani. Di diventare dei noi stessi migliori». («Conosci te stesso, sii tu. Diventa te stesso, avendolo appreso», scriveva Pindaro).

I miei figli hanno ascoltato senza interrompere, o andarsene, che è già un successo. Ho l’impressione che l’argomento della bellezza abbia sui bambini un effetto maggiore di quello dell’utilità. Ho pensato allora che questo libro di Galli della Loggia, prima ancora di essere un formidabile pamphlet di denuncia dei motivi di decadenza della scuola italiana, è una dolcissima e talvolta perfino commossa dichiarazione d’amore per il sapere. Ernesto Galli della Loggia, «L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola» (Marsilio, pagine 239, euro 18)

A certo punto lo stesso autore lo dichiara: «Adesso ho più chiaro perché sto scrivendo questo libro… per rendere in qualche modo omaggio postumo a mia nonna, e con lei alle migliaia di maestre che, grazie alla propria fatica, giorno dopo giorno, hanno visto accendersi in tanti dei loro piccoli scolari la luce dell’interesse e dell’intelligenza, la passione di apprendere, il piacere della lettura, il gusto del sapere».

La nonna «si chiamava Nerina e insegnava a Napoli, nei Quartieri Spagnoli, allora come oggi tra le parti più povere e derelitte della città. Quando finalmente andò in pensione, nel 1949, le fu consegnato dai colleghi un diploma debitamente incorniciato che oggi è su una parete del mio studio, dove in una prosa ingenuamente aulica che sa ancora di Ottocento si legge: “Educatrice modello, che ha dedicato le sue migliori energie alla formazione dei figli del popolo”».

Se indugio in questi ricordi di una stagione che fu, è per una ragione. La polemica di Galli della Loggia è principalmente contro la «fine del passato», la «gigantesca frattura culturale che si è verificata a partire dagli anni Sessanta».

In una scuola moderna, quanto deve contare il passato, si chiede l’autore? «È impossibile immaginare l’istruzione senza collegarla a una forma di trasmissione di valori, di princìpi e di conoscenze, che non abbiano in qualche modo lo sguardo rivolto all’indietro: che cos’è questa lingua che parlo? Che cosa c’è stato prima di me? Che cos’è questo Paese e questo Stato di cui sono cittadino? Che rapporto ha con il mondo?».

Spezzandosi la continuità culturale, diviene assai concreto il pericolo — segnalato da Hannah Arendt — «che i nuovi venuti, la generazione più giovane, non sapendo nulla del mondo in cui arrivano lo mettano a soqquadro, lo lascino andare in rovina, e per pura e semplice incoscienza lo distruggano».

E invece da decenni la scuola italiana «si sforza spasmodicamente di essere aggiornata e moderna, ma non si accorge che ormai quella modernità che insegue è solo un passato svanito per sempre».

Questa consapevolezza non può essere scambiata per «nostalgia del passato». Chi si mostra scettico verso la riformite che ha assalito la scuola italiana (l’«autonomia», il «curricolo», il «portfolio delle competenze», la «cittadinanza», il «learning by doing», il «Pof», il «progetto», l’«inclusione» ecc. ecc.) «può benissimo farlo non perché sia contrario per principio a ogni novità o a ogni riforma (cioè perché è un conservatore incallito), ma molto più semplicemente perché pensa che sarebbe stata meglio una riforma diversa».

L’altro principio in difesa del quale si leva la penna di Galli della Loggia è quello di autorità. In un suo recente articolo sul «Corriere», che aveva avuto ampia diffusione e sollevato molte polemiche, tra i vari consigli rivolti al ministro dell’Istruzione c’era anche il ripristino della predella sotto la cattedra dei professori. Misura che avrebbe il significato di «indicare con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo».

Per questa frase Galli della Loggia è stato accusato di una visione «arcaica», o «autoritaria», o peggio ancora «classista». Ma l’autore ritiene che «la dimensione dell’autorità costituisca un che di ineliminabile dall’orizzonte della scuola. È l’autorità del sapere accumulato nel corso del tempo, incarnato in una persona che trasmette quello stesso sapere a coloro che si affacciano sulla vita. Chi sa e chi non sa, chi insegna e chi apprende, non sono sullo stesso piano».

E su questo è davvero difficile dargli torto. A meno di non concludere che, se il giovane non ha bisogno dell’esperienza accumulata, se è solo un «mero discendente» e non un «erede», come scriveva Ortega y Gasset, la stessa scuola sia inutile.

Galli della Loggia risale dunque alle radici del pensiero che legittima «le mille forme di compiacenza, l’arrendevolezza, l’ideologia dominante nell’organizzazione scolastica», per cui i giovani hanno sempre ragione. E le trova correttamente in Rousseau, esplicitate nel romanzo pedagogico Emilio, o dell’educazione, il rifiuto della mediazione culturale con cui la Società può corrompere il bambino allontanandolo dallo stato di Natura, in cui conta solo la «spontaneità»: «Non gli lasciate nemmeno immaginare che voi pretendete di avere qualche autorità su di lui, non c’è soggezione più perfetta di quella che conserva l’apparenza della libertà».

Principio di ogni palingenesi, di ogni pretesa di costruire l’uomo nuovo, dal giacobinismo alla piattaforma omonima. È da lì, «dalla vette utopiche del proto-romanticismo rousseauiano, che nasce il filone dell’anti-culturalismo che da alcuni decenni dilaga anche nel nostro sistema scolastico».

La «scuola della riforma», conclude l’autore, che alla fine del percorso fa i conti anche con l’ingombrante eredità della pedagogia di don Milani, ha inteso affermare una sorta di utopia della «liberazione», nella quale l’istruzione «alla fine è null’altro che l’occasione per costruire una comunità di liberi ed eguali intenta ad auto-educarsi».

Ad essa Galli della Loggia propone di sostituirne un’altra: «L’utopia della emancipazione, che si proponga di rendere i giovani innanzitutto culturalmente formati, e quindi autonomi e responsabili di sé, premessa per divenire anche liberi e socialmente più uguali possibile. Il tempo è rimasto poco, ma il destino della nostra scuola è ancora nelle nostre mani».

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