Nureyev: via dall’inferno comunista

Il Corriere del Sud

n. 5 anno XXVIII

30 giugno 2019

La storia della fuga dall’URSS del grande ballerino russo finalmente sul grande schermo

di Giuseppe Brienza

Nel 2019 è uscito in Italia, per la regia di Ralph Fiennes, il film Nureyev – The White Crow, scritto da David Hare, che è la prima biografia sul grande schermo del ballerino russo Rudolf Nureyev (1938-1993), scappato a 23 anni dal “paradiso sovietico” – in realtà inferno comunista – per vivere nella libertà ed esprimere la sua arte in Occidente.

Il grande ballerino era nato a Ufa, su un treno, mentre la madre raggiungeva il marito militare a Vladivostock. Di famiglia poverissima, Rudolf aveva cominciato a studiare danza a Leningrado. Nureyev è interpretato magistralmente dall’attore ucraino Oleg Ivenko, che rievoca nel modo più significativo come il giovane Nureyev entri in contatto con la cultura, il modo di vivere e il balletto occidentale durante la sua prima tournée a Parigi nel 1961, decidendo così di chiedere asilo politico alla Francia.

La sua sfida all’URSS gli attirerà naturalmente le “attenzioni” del KGB che, d’allora in poi, proverà in tutti i modi – senza riuscirci – di screditarlo e di stroncargli la carriera. Insieme a Nižinskij e Baryšnikov, Rudolf Nureyev è stato uno dei più grandi danzatori del XX secolo. Soprannominato “il tartaro volante”, per la sua agilità e velocità nel danzare, fu uno dei precursori del balletto moderno ma, sicuramente, a mala pena avremmo potuto conoscerlo se fosse rimasto in Unione Sovietica.

Alcuni mesi dopo la sua defezione le gerarchie comuniste elaborarono un preciso piano – siamo nel novembre 1962 – contro di lui, prevedendo anche un’“azione speciale”.

«Il KGB – ha scritto lo storico britannico Christopher Andrew basandosi sulla documentazione portata in Occidente dall’ex archivista sovietico Vasilij Mitrokhin – aveva avviato una campagna intimidatoria subito dopo la defezione di Nureyev».

«La sera del suo primo grande spettacolo con una compagna occidentale, in cui avrebbe dovuto sostenere la parte dell’Uccello azzurro in una produzione parigina della Bella addormentata, il ballerino ricevette lettere commoventi in cui i genitori e il suo ex maestro di danza lo supplicavano di non tradire la madrepatria».

«Dopo aver trovato la forza di andare avanti, Nureyev vide interrompere la sua esibizione: “Avevo appena messo piede sul palco […] quando si udirono urla e fischi che quasi soffocavano la musica di Ciaikovskij. Continuai a sostenere la parte dell’Uccello azzurro, ma al di là della nebbia prodotta dalle luci […] sapevo bene che alcuni comunisti stavano cercando di sabotare lo spettacolo. Sentivo a malapena la musica e fui colpito da pezzi di qualcosa che assomigliava a vetro, ma non smisi di danzare”» (Christopher Andrew-Vasilij Mitrokhin, L’archivio Mitrokhin. Le attività segrete del KGB in Occidente, Rizzoli, Milano 2007, p. 455).

Sebbene il progetto del novembre 1962 per la campagna contro i principali disertori non specificasse la natura dell’“azione speciale” contro Nureyev, dal contesto «emergeva con chiarezza che da quel momento in poi si sarebbe trattato di qualcosa di ben più grave dei frammenti di vetro lanciati sul palco» (Ibidem, p. 456).

Ma il “tartaro volante” riuscì a cavarsela e, anzi, il suo coraggioso esempio influenzò anche altri artisti russi. Nell’estate del 1970, ad esempio, Natal’ja Makarova, una delle coetanee più famose di Nureyev, abbandonò il Balletto di Kirov durante una stagione londinese presso la Royal Festival Hall.

Anche contro di lei operarono i servizi segreti dell’URSS, una delle cui priorità, fino agli ultimissimi anni della Guerra Fredda, fu anche quella di «evitare che tutti i dissidenti e tutti coloro che lasciavano il Paese non ricevessero riconoscimenti in Occidente. Il Centro impiegò un’enorme quantità di tempo e di sforzi nel tentativo di escogitare metodi per danneggiare la carriera di Rudolf Nureyev, Natal’ja Makarova e altre stelle della scuola di ballo sovietica» (op. cit., p. 650).

Il principale aspetto culturalmente meritorio del film Nureyev – The White Crow è quindi il giusto risalto, sulla base del libro biografico cui si ispira (Nureyev: The Life di Julie Kavanagh, tradotto in Italia dalla casa editrice La nave di Teseo), alla scelta per la libertà e per l’Occidente deliberata con notevole dose di coraggio da parte del grande artista russo.

Quando nel 1961 arrivò a Parigi assieme alla sua compagnia, il Kirov Ballet Company, poté chiedere asilo politico alla Francia grazie dell’aiuto di due sue “colleghi”, i danzatori francesi Claire Motte e Pierre Lacotte ma, soprattutto, della giovane cilena (ma parigina d’adozione) Claire Saint, che era stata fino a poco prima la fidanzata di uno dei figli di André Malraux (1901-1976), il noto romanziere e allora ministro della cultura francese.

André Malraux

La Saint rimane colpita vedendo Nureyev ballare, si perde nella sua esibizione e la nebbia del suo dolore temporaneamente si dissolve. È lei a organizzare la fuga spettacolare di Nureyev che, “piantonato” all’aeroporto di Le Bourget (Parigi) dal KGB che voleva costringerlo ad un immediato rimpatrio in terra di Russia forse presagendo le sue decisioni, con uno dei suoi salti prodigiosi si sottrae all’occhiuta sorveglianza gettandosi tra le braccia degli agenti di polizia francesi.

Dopo quella “fuga per la libertà”, in piena Guerra Fredda, la danza in Occidente non sarà più la stessa. E per fortuna!  Il regista Fiennes fa riportare da Claire Sant, durante uno dei tanti colloqui intessuti in questo periodo parigino con Nureyev, una circostanza difficilmente rinvenibile nelle biografie e nei libri di storia dedicati al grande scrittore e uomo di cultura che, d’estrazione sinistra, fu nondimeno uno dei protagonisti della V Repubblica di Charles de Gaulle: «Malraux, da ateo conclamato, ha deciso per i suoi due figli i funerali cattolici perché non avrebbe mai permesso che fossero seppelliti come sacchi di patate».

cimitero di Charonne

Malraux in effetti, nel corso della sua vita, fu segnato da pesanti lutti. Dalla morte in circostanze drammatiche nel 1944 della sua compagna dopo la separazione dalla moglie Clara Josette Clotis, alla morte contemporanea dei suoi due giovanissimi figli in un incidente automobilistico il 23 maggio del 1961.

Oltre che i funerali religiosi (la Messa funebre fu celebrata dall’abbé Pierre Bockel), il padre riserverà a Gauthier (1940-1961) e al figlio ancora più giovane Vincent Malraux (1943-1961), la sepoltura nel cimitero cattolico di Charonne, situato nel 20° arrondissement di Parigi che, assieme a quello del Calvaire, è ancora uno degli ultimi cimiteri parrocchiali adiacenti alla rispettiva chiesa.

Fiennes, che è un grande appassionato di danza, ritaglia per sé nel film il ruolo emblematico dell’insegnante Alexander Ivanovich Pushkin (1907-1970), che fu maestro anche di Baryshnikov. Del giovane Nureyev Pushkin è il solo che ha la capacità di vedere quello che gli altri non vedono. E lo difende fino a che gli è possibile.

Nel film ammiriamo anche altri attori di grande qualità come ad esempio Adèle Exarchopoulos, Raphael Personnaz, Chulpan Khamatova, Sergei Polunin e Calypso Valois.  Oltre a documentarsi attraverso filmati d’archivio, Fiennes è andato a Ufa, ha visitato la scuola Vaganova di San Pietroburgo dove ha studiato Nureyev, l’Opéra di Parigi.

L’infanzia del ballerino è stata realizzata in bianco e nero, mentre per il resto del film è stato usato il colore. Fiennes ha voluto come protagonista un autentico ballerino russo della Tatar State Opera & Ballet, il già citato Oleg Ivenko. Noto omosessuale, Rudolf Nureyev muore di AIDS a soli 54 anni, il 6 gennaio 1993.

Nei teatri sovietici pretendeva di uscire sul palcoscenico in calzamaglia quando nella censoria URSS questo atteggiamento era vietatissimo. Gli era anche impedito di cambiare il ruolo dei ballerini maschi nelle coreografie, oltrepassando così i confini tra danza moderna e balletto classico.

Solo così, però, il “tartaro volante” è riuscito a innovare lasciando una traccia indelebile nel balletto classico contemporaneo.

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