Tasse alte, depositi pieni (e contrabbando florido) Il flop dell’«erba» legale

Corriere della Sera

24 Novembre 2019

Canada e Stati Uniti, il business si è rivelato una bolla

di Massimo Gaggi

Depositi zeppi di foglie di cannabis raccolte dai campi e invendute. Un mercato legale che non cresce come previsto mentre quello clandestino continua a prosperare. L’allarme marijuana parte dal Canada, il primo Paese che, un anno fa, ha legalizzato coltivazione, trasformazione e consumo di questa sostanza tanto a livello federale quanto nei singoli Stati.

Ma le cose non vanno meglio negli Stati Uniti dove il consumo di marijuana è ormai legale in 11 Stati, dalla California alla capitale, Washington, mentre la sua assunzione come terapia medica è autorizzato in gran parie del Paese (33 Stati): il business del futuro nel quale centinaia di imprese avevano investito ingenti capitali si sta rivelando un flop.

Nell’ultimo anno i maggiori gruppi che avevano investito in questo settore hanno perso i due terzi del loro valore. La battuta è facile: 35 miliardi di dollari andati in fumo. Eppure l’accettazione sociale della marijuana cresce, mentre le barriere legali si riducono: in Canada sono cadute del tutto mentre negli Usa commercio e consumo restano un reato a livello federale.

Ma in Congresso la Camera ha appena votato (in commissione e presto andrà in aula) la legalizzazione. Al Senato, dove c’è una maggioranza repubblicana e il leader, Mitch McConnelI, si oppone, alcuni parlamentari conservatori sembrano disposti a votarre, su questo, coi democratici.

Del resto i sondaggi (da Gallup al Pew) sono concordi nell’indicare che oltre i due terzi degli americani sono favorevoli alla liberalizzazione. E, tra questi, anche una maggioranza (55 per cento) di elettori repubblicani. Perché, allora, questo quadro fallimentare del mercato?

Gli ottimisti sostengono che ci vuole tempo per trovare il giusto equilibrio: in America gli entusiasmi iniziali hanno prodotta una bolla di investimenti eccessivi che ora sta scoppiando. In Canada, che ha immensi territori agricoli e una popolazione molto limitata, la coltivazione di cannabis è cresciuta esponenzialmente mentre le strutture di trasformazione e distribuzione sono rimaste asfittiche: metà dei 560 negozi autorizzati sono in una provincia poco popolata, l’Alberta, mentre Quebec e Ontario, dove vivono due terzi dei canadesi, hanno appena 45 negozi.

Ma non è solo un problema di speculazioni finanziarie o di ritardi amministrativi nelle concessioni. Tanto in Canada quanto negli Stati Uniti il principale fallimento riguarda quella che era stata la principale motivazione alla base della campagna per la legalizzazione: eliminare il mercato nero. Spazzare via un intero settore dell’economia criminale creando al tempo stesso un nuovo settore economico legale che produce lavoro ed entrate fiscali.

Non è andata così: tanto in Canada quanto negli Usa la marijuana illegale continua a prevalere su quella che transita per i canali regolari. In sostanza il racket della droga si è dimostrato abile e reattivo nell’abbassare i costi del suo prodotto importato illegalmente, mentre la decriminalizzazione ha ridotto i rischi (una cosa è essere accusati di contrabbando ben altra essere incriminati per spaccio di sostanze potenzialmente mortali).

Oggi molti gruppi criminali creano centrali direttamente negli Usa e in Canada anziché appoggiarsi su strutture intermedie in Messico. Gli Stati che hanno legalizzato la cannabis, poi, hanno deciso di applicare un’elevata tassazione come per altre attività «viziose», dal fumo al gioco d’azzardo.

Risultato: negozi costretti a pagare molto per la loro licenza e che vendono un prodotto legale altamente lassato devono imporre prezzi che a volle sono addirittura un multiplo di quelli del mercato nero.

Spiegano gli stessi cittadini intervistati dai sondaggisti: «Abbiamo detto sì alla legalizzazione della marijuana, ma non abbiamo detto da chi vogliamo comprarla e qual è un prezzo accettabile».

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