Ecco le storie di quei migranti africani che hanno derubato i famigliari per tentare di raggiungere l’Europa

Atlantico

20 Novembre 2019  

di Anna Bono

Le notizie allarmanti sulla sorte delle persone che viaggiano clandestinamente alla volta dell’Europa circolano in Africa ormai da tempo. Che l’Europa non è un El Dorado dove c’è abbondanza di tutto per tutti, basta arrivarci, e che emigrare illegalmente affidandosi a organizzazioni criminali è estremamente rischioso molti lo hanno capito.

La diminuzione degli arrivi di africani in Spagna, Italia e Grecia può dipendere anche da questo. Mancano tuttavia riscontri Paese per Paese che possano confermarlo. Per contro, non accenna a diminuire, ad esempio, l’emigrazione degli africani, decine di migliaia ogni anno, lungo la rotta ancora più pericolosa e insensata che dal Corno d’Africa porta in Yemen.

Un recente reportage della Bbc però documenta un diverso, diffuso effetto della circolazione di notizie a proposito dei rischi che comporta emigrare illegalmente. L’inchiesta, firmata da Tim Whewell, si intitola “Non siamo riusciti ad arrivare in Europa, adesso le nostre famiglie ci rinnegano”.

Il problema della pessima accoglienza al loro ritorno a casa riservata agli emigranti che rinunciano a raggiungere l’Europa o non riescono a farlo è noto. Molti governi africani, anche se dicono di auspicarne il ritorno sani e salvi e aderiscono a programmi di rimpatrio volontario, non prevedono, se non sulla carta, piani per favorirne il reinserimento nella vita economica e sociale.

Neanche i famigliari li accolgono a braccia aperte. Aspettavano la buona notizia del loro arrivo a destinazione e soprattutto di incominciare a ricevere le rimesse in denaro promesse e invece li vedono arrivare a mani vuote, spesso dovendo per di più farsene carico in attesa che trovino, forse, una occupazione. Agli occhi di tutti sono dei falliti.

Ma non è di questo che si occupa il reportage. Il giornalista della Bbc ha scoperto che ai motivi noti di disconoscimento, in molti casi se ne aggiunge un altro, effettivamente comprensibile: per poter partire hanno derubato dei famigliari.

“Una volta i parenti spesso erano disposti a mettere insieme il denaro necessario per mandare in Europa un congiunto – spiega Whewell – ma succede molto meno adesso che si sentono continuamente storie di emigranti arrestati, messi in carcere e morti durante il viaggio. Così molti ragazzi tengono nascosto il loro progetto di emigrare illegalmente e arraffano tutto il denaro su cui riescono a mettere le mani, arrivando persino a vendere gli atti di proprietà delle terre di famiglia”.

Tutti gli emigranti incontrati dalla Bbc nella sede centrale in Sierra Leone dell’Advocacy Network Against Irregular Migration, una associazione di volontariato che aiuta i rimpatriati a rifarsi una vita, avevano rubato qualcosa ai propri famigliari. Ecco le storie di tre di loro.

Fatmata, 28 anni, è arrivata a Freetown, la capitale della Sierra Leone, nel dicembre del 2018, grazie all’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, che paga le spese di rimpatrio a chi ne fa richiesta. Da allora non ha ancora visto sua madre e neanche sua figlia di otto anni. Suo fratello, al quale aveva telefonato per dire che era in città, pare le abbia risposto di non osare presentarsi a casa: “Dovevi morire là dove eri”, le ha detto.

Il fatto è che lei ha rubato a una zia 25 milioni di leones, circa 2.600 dollari al cambio attuale, che valevano molto di più due anni fa quando è partita. Sua zia si fidava di lei, le aveva dato il denaro perché acquistasse una partita di tessuti da rivendere. Il furto ha mandato in rovina l’attività della zia. Inoltre, ha guastato i rapporti tra le famiglie della zia e di Fatmata perché la zia pensa ingiustamente che la mamma di Fatmata fosse al corrente del piano della figlia.

Jamilatu, 21 anni, è tornata da due anni. Per procurarsi il denaro necessario a partire ha rubato a sua madre, mentre era fuori casa, una borsa con l’equivalente di 3.500 dollari in contanti. Quei soldi non erano di sua madre. Glieli avevano imprestati dei vicini di casa e facevano parte di un programma di microcredito.

Dopo la partenza di Jamilatu, i creditori inferociti hanno assediato la casa della mamma, minacciando di ucciderla se non avesse restituito il denaro. Alla fine, la mamma è dovuta scappare a Bo, la seconda città del paese, lasciando a casa il marito e gli altri tre bambini.

Anche dopo che il giornalista della Bbc ha provato a farle incontrare, la donna ha detto che non vuole Jamilatu sotto il suo tetto finché non restituisce il denaro ai creditori.

Alimamy ha 31 anni. È partito tre anni fa dopo aver rubato e venduto una macchina per imbottigliare l’acqua molto costosa di proprietà di uno zio e che avrebbe dovuto usare per avviare una redditizia attività. È stato rimpatriato nel 2017 ma non ha ancora osato farsi vivo con la famiglia.

Whewell ha parlato con Sheik Umar, il fratello maggiore di Alimamy, confidando sul fatto che i due erano in ottimi rapporti prima del furto. La sua risposta è stata che se mai lo incontrasse farebbe in modo che fosse arrestato, processato e condannato come merita: “E se morisse in prigione – ha detto – non avrei rimpianti, sono certo che nessuno in famiglia ne avrebbe perché ci ha tutti disonorati”.

L’attività che Alimamy avrebbe dovuto gestire poteva fruttare di che mantenere tutta la famiglia: “Invece lui ha sprecato quella opportunità e adesso siamo tutti nei guai. Dovunque vada la gente mi prende in giro. Nostra madre è ammalata, ha preferito andare a vivere al villaggio. Quell’attività doveva essere la nostra speranza, ma lui ha rovinato tutto”.

Molti dei circa 3.000 emigranti irregolari rientrati in Sierra Leone raccontano storie simili: progetti mal concepiti che si traducono in danni economici spesso irreparabili e che oltre tutto creano insanabili contrasti famigliari.

L’Adovocay Network, che è stata fondata da un emigrante illegale a sua volta rimpatriato, cerca di trovare alloggio a quelli senza casa, interviene se hanno dei problemi con la giustizia, fornisce assistenza anche psicologica ai molti che ne hanno bisogno.

L’Oim offre agli emigranti illegali che volontariamente vogliono tornare a casa in Africa un contributo pari a 1.500 euro grazie a un fondo di 347 milioni di euro finanziato principalmente dall’Unione europea. Ma non lo consegna in contanti per evitare che venga sperperato o usato per restituire il maltolto.

L’importo è erogato in servizi o in beni di cui i richiedenti dimostrano di aver bisogno per avviare una attività economica. Alimamy aveva ottenuto di che acquistare una motocicletta da affittare a gente che doveva usarla come un taxi. Ma dopo appena quattro mesi uno degli autisti è scappato con la moto.

Fatmata e Jamilatu invece non hanno ottenuto contributi perché sono tornate in Sierra Leone passando per il Mali, in un periodo in cui dei loro connazionali fingevano di essere degli emigranti arrivati in Mali percorrendo il Sahara per poter viaggiare sui pullman dell’Oim e reclamare un contributo.

Alla fine, l’Oim ha cancellato dal programma tutti quelli che provenivano dal Mali. Entrambe adesso sono senza lavoro e dipendono interamente dall’Advocay Network.

Insieme ad altri rimpatriati partecipano a eventi organizzati dall’associazione. Girano per le strade con altoparlanti per informare i giovani dei pericoli dell’emigrazione illegale e per esortarli a rimanere nella “dolce Sierra Leone”.

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