Dal Pci alla Casa d’Intolleranza

La Verità

14 Ottobre 2019

di Marcello Veneziani

Trent’anni fa di questi giorni il partito comunista italiano decideva la sua eutanasia. Da quando era morto Enrico Berlinguer serpeggiava la voglia di una Bad Godesberg italiana, cioè di una svolta socialdemocratica. Ma fu solo dopo la caduta del Muro, alla Bolognina, che il segretario dell’epoca, Achille Occhetto, s’azzardò a ventilare la possibilità di liquidare il mammut del Pci.

La vecchia guardia capitanata da Alessandro Natta, Pietro Ingrao e dal filosovietico Armando Cossutta, insorse; il 20 novembre dell’89, i militanti assediarono le Botteghe Oscure dove il Comitato Centrale avviava il tormentato processo che si concluse nel ’91, mentre cadeva l’Unione sovietica.

Il Pci si andava trasformando da tempo, come osservò Augusto del Noce, in partito radicale di massa. Era l’onda lunga del Sessantotto, il tramonto delle ideologie, il trionfo dell’individualismo neoborghese, la crescita del socialismo craxiano, l’influenza dei radical laicisti de l’Espresso-La Repubblica con tutto il suo episcopato intellettuale.

Il filo conduttore col passato fu l’antifascismo elevato a religione civile, il mito della Resistenza e la scomunica di fascista verso chiunque fosse anticomunista o non di sinistra. Lo stesso Occhetto, in quel tempo, collegava Gramsci a Gobetti, il socialismo al liberalismo.

E passò dalla rivoluzione russa all’elogio del rivoluzione francese, di cui nel 1989 si celebrava il bicentenario. A molti parve un progresso, perché si riannodavano i fili con la sinistra europea e i diritti umani, la libertà correlata all’uguaglianza.

Ma la Rivoluzione francese era sfociata nel Terrore giacobino, il genocidio in Vandea, l’eliminazione del dissenso, dal poeta Andrea Chenier al chimico Antoine-Laurent Lavoisier, ghigliottinati come molti altri, oltre la famiglia reale; l’odio verso la religione, la famiglia, la tradizione, il mondo contadino.

Da allora il comunismo fu sostituito da una sinistra radical e giacobina, che abbandonava gradualmente la classe operaia, il proletariato, per farsi neoborghese e snob, interessata a tutelare i diritti delle minoranze “corrette” piuttosto che le masse di poveri.

Salvo poi l’adozione a distanza di un proletariato nero fino alla gestione dei flussi migratori. Ma come sostituire la definizione di comunista, che lo stesso Occhetto poco prima aveva difeso? Bocciata l’ipotesi di andare sul laburismo, il Partito del Lavoro che suggeriva Giorgio Napolitano, si puntò sulla Sinistra tout court e soprattutto su Democratici. Pds, Ds, Pd.

In realtà l’uso della parola democratico in area comunista o di sinistra radicale ha una connotazione inquietante. Era fresca la memoria di regimi comunisti che si chiamavano Repubblica Democratica, come la Germania Est. Ed era recente pure l’abuso dell’aggettivo democratici come pseudonimo di collettivo di compagni: i collettivi studenteschi democratici, i genitori democratici, le donne democratiche, psichiatria democratica, magistratura democratica, ecc.

Dem era il prefisso mimetico per indicare sotto altro nome le ramificazioni del Partito o la confluenza tra estrema sinistra, radicali e comunisti. Quando leggevi il riferimento “Democratici” sapevi che si trattava di collettivi antidemocratici e illiberali, che toglievano il diritto di parola a chi non la pensava come loro, bollando ogni avversario come fascista, reazionario o corrotto.

E infatti restò in eredità ai dem la mentalità comunista, la pretesa di essere diversi e migliori, di rappresentare il Progresso, di decretare i confini tra il bene e il male, il lecito e l’illecito; la superiorità etica e in definitiva etnica, l’ufficio rilascio e revoca patenti di legittimazione democratica.

Il vecchio Pci aveva un truce integralismo centralista, un piglio partigiano e militante, i suoi servizi d’ordine e le sue ferree gerarchie, perseguiva la dittatura del proletariato, ma aveva la dignità di un partito di massa, con una sua solida moralità popolare, una forte tensione ideale, una carica antagonista e anticapitalista.

La sinistra dem, perdeva sì, finalmente, il duro e anacronistico comunismo di lotta e d’obbedienza; ma perdeva anche l’anelito alla giustizia sociale, la rappresentanza genuina dei poveri e degli oppressi. Da allora nessuno a sinistra ha più il coraggio di dire che il vero antagonista da battere è lo strapotere finanziario che inchioda i popoli agli assetti contabili.

Ha prevalso il fighettismo, la sinistra transgenica, allineata all’establishment, lo stucchevole rococò del conformismo radical, dove i temi sono le fobie – omo, sessiste, razziste – il rancido antifascismo, il bigottismo progressista e il suo lessico ipocrita.

L’Intellettuale Collettivo ha assunto un nome greco, Paraculis. Non è una persona ma è un tipo umano. Mai una critica ai tecnocrati e agli eurocrati, mai una rivolta contro i poteri mondiali che mortificano i popoli, le democrazie, gli interessi generali.

Poi si chiedono perché crescono i populismi, i sovranismi e le fughe nel privato. La sinistra campa e crepa di antipatie, di mafie ideologiche e di gestione del rancore. Così dal vecchio Pci sorse una Casa d’Intolleranza.

Benché sconfitta nelle urne e minoritaria nel Paese, esercita la sua intolleranza sui vivi e sui morti, sugli eletti e sui non allineati al politically correct, usa il passato come un’arma per colpire il presente, pone veti e divieti, presenta come reati le opinioni difformi, grazie a leggi ad hoc dei suoi governi.

Si serve delle truppe d’assalto dei media e delle forze corazzate dei magistrati, per mettere sotto scacco e fuori legge i suoi nemici.

La Casa d’intolleranza funziona a pieno regime.

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