Quel vincolo che dà ali

In «Avvenire», editoriale del 15 marzo 2011

di Giacomo Samek Lodovici

Come può esistere una catena che libera ed un vincolo che dà ali? Nel giro di venti giorni (il 16 febbraio e venerdì scorso) Benedetto XVI ha affrontato recentemente questo tema, intervenendo su un concetto molto profondo e paradossale.

Se stiamo nella Chiesa – ha spiegato il Papa rifacendosi a san Giovanni Crisostomo – è vero che un grande vincolo ci unisce con Cristo, appunto mediante la Chiesa, ma «“E’ bello questo vincolo, con cui ci leghiamo insieme sia gli uni con gli altri sia con Dio. Non è una catena che ferisce. Non dà crampi alle mani, le lascia libere, dà loro ampio spazio e un coraggio più grande”». È questo «il paradosso evangelico: l’amore cristiano è un vincolo […], ma un vincolo che libera!». Esiste, cioè, una «grande catena invisibile, liberante dell’amore», perché coloro che si legano per amore agli altri «così legati insieme nell’amore sopportano tutto con facilità».

In effetti, tutto ciò che compiamo per amore ci risulta tanto più gioioso, o comunque meno gravoso, quanto più è intenso l’amore che ci anima. Ad esempio, se non svolgiamo un lavoro già stimolante, lavorare per mero senso del dovere, o soltanto per guadagnarci da vivere, è molto faticoso, mentre lavorare per amore della propria moglie e dei propri figli, nonché per amore di Dio, può diventare gratificante, come molte persone possono confermare.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare e ognuno può pensarne di più efficaci, quel che conta è rilevare che l’amore può trasfigurare le nostre azioni e renderle gioiose, fino al punto che esistono persone di grandissima fede che riescono a provare gioia, o almeno momenti di contentezza, persino in condizioni di acuto dolore fisico causato da una malattia, perché offrono amorosamente a Dio la loro situazione, affinché dal loro amore ricavi un bene.

Viene in mente il detto, spesso mal compreso, di Agostino: «ama e fa ciò che vuoi». Questo grande santo, filosofo e teologo – probabilmente il più caro all’attuale Papa – non intendeva affatto dire ciò che gli viene spesso attribuito, e cioè che basta amare gli altri e poi si può fare qualsiasi cosa e poco importano i comandamenti e le leggi morali; piuttosto, per il santo di Ippona, se amiamo qualcuno e soprattutto Qualcuno, quando facciamo/omettiamo qualcosa per lui, facciamo/omettiamo quello che vogliamo, perché l’amore ci fa agire volentieri.

E, allora, fermo restando che l’etica cristiana promuove anche azioni nobili che non sono doverose, anche il rispetto dei doveri morali che essa prescrive può avvenire in due modi: o per mero senso del dovere e per paura di Dio, oppure per amore di Dio e del prossimo. Nel primo caso tale rispetto è faticoso, frustrante e finanche repressivo; nel secondo invece è più lieve e talvolta persino gioioso, perché la motivazione è appunto l’amore. In questo secondo caso noi viviamo (anche) rispettando obblighi e norme, ma la motivazione che ci anima dà slancio al nostro agire.

Per dirla evangelicamente (Mt, 11,30) c’è un giogo che è leggero, e che può diventare talvolta persino soave. Ma leggiamo in proposito il Papa: «Se un uomo reca in sé un grande amore, questo amore gli dà quasi ali, e sopporta più facilmente tutte le molestie della vita». Per questo, se amiamo il prossimo e Cristo «L’andare con Cristo […] non è un peso aggiunto al già sufficientemente duro fardello della nostra vita», bensì è «una forza, che ci aiuta a portare questo fardello». Una forza che si acquisisce coltivando in noi stessi l’amore e lasciandoci docilmente animare da quello che viene dall’Alto

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