Appassionato del volto umano di Cristo

Litterae Communionis Anno VIII n.5 – Maggio 1981  

Cercate ogni giorno il volto dei santi…24 aprile Vincenzo de’ Paoli

di Maria Ida Cislaghi

In Cristo e per Cristo, Dio si è rivelato pienamente all’umanità e si è definitivamente avvicinato ad essa e, nello stesso tempo, in Cristo e per Cristo, l’uomo ha acquistato piena coscienza della sua dignità, della sua elevazione, del valore trascendente della propria umanità, del senso della sua esistenza (R. H., II).

Queste parole di Giovanni Paolo II esprimono sinteticamente la coscienza di fede che Vincenzo de’ Paoli maturò giorno dopo giorno nella sua lunga e travagliata esistenza di contadino, di prete e di santo (1581/1660). Ed è proprio il graduale emergere di questa coscienza che fa nascere dal suo cuore e dalle sue mani quella fantasiosa serie di interventi caritativi a favore dell’uomo, sempre più frequenti e stabili fino ad organizzarsi in veri e propri movimenti e congregazioni.

Il suo nome è legato alla carità, specialmente alla carità organizzata; gigante della carità lo chiamò Giovanni Paolo I il 27 settembre 1978, ma forse per questo oggi, in una società che si ritiene specialista in fatto di organizzazione, può sembrare anacronistico il confronto con un uomo del 1600. Vincenzo de’ Paoli però è un santo e proprio perché tale la sua «memoria» è profezia per la Chiesa e l’umanità di ogni stagione.

La sua vita, infatti, non è isolata all’interno della storia della Chiesa, ma una particolare e precisa modalità di quella vita perenne e meravigliosa che costituisce la storia stessa della Chiesa.

Dal suo progetto a quello del Padre

Vincenzo nasce il 24 aprile 1581 a Pouy presso Dax, nelle Lande, a circa 100 km. da Lourdes. La sua famiglia è contadina, perciò vive la fanciullezza a contatto con la natura, facendo il pastore e il guardiano di porci, come amava definirsi più tardi, appollaiato su alti trampoli.

Riceve la cultura della sua gente, fondata su fede solida e sincera, sulla fedeltà alla famiglia e sul senso della giustizia. Matura la vocazione sacerdotale non senza l’audacia e l’ambizione di fare carriera ecclesiastica; la sua aspirazione non ha i confini del cielo che contempla pascolando i porci, si accontenta infatti di vivere di rendita, senza fastidi né grossi incomodi. I suoi orizzonti sono ristretti e le sue ambizioni limitate.

Diventa prete nel settembre 1600 e per alcuni anni accarezza le sue ambizioni e insegue il suo mediocre progetto, non tanto per sé, egli dice, quanto per ricompensare la madre e i parenti per gli enormi sacrifici che hanno fatto per farlo studiare — avevano venduto due buoi —.

Vincenzo comincia a viaggiare e proprio durante un viaggio viene fatto prigioniero, venduto e rivenduto come schiavo al mercato di Tunisi; riesce a rimpatriare dopo due anni col suo padrone, un cristiano rinnegato poi convertito. Può finalmente riprendere la carriera desiderata e diventa cappellano di corte, ma Dio ha altri piani su Vincenzo de’ Paoli e non tarda a manifestarli.

Pietro de’ Berulle

Proprio nel momento in cui entra nel mondo dei «grandi» del regno di Francia, si manifesta in lui un profondo cambiamento di prospettiva. Vincenzo incontra Pietro de’ Berulle, uno dei padri della riforma della Chiesa di Francia del ‘600, e si pone sotto la sua guida spirituale. Accetta di diventare parroco della Parrocchia di Clichy, nei pressi di Parigi, e qui prova il gusto di essere prete e prete degli umili, ma dopo appena un anno diventa cappellano della famiglia Gondi, ricchi fiorentini residenti alla corte.

Ora Dio lo attende, quasi in agguato, per manifestargli il suo progetto e fare di lui un docile ed infaticabile manovale della sua Chiesa.

Nell’uomo l’incontro con Cristo

Vincenzo vive un periodo di dure prove contro la fede, da cui uscirà nel ‘617, mentre promette a Dio di dedicare il resto dei suoi giorni al servizio dei poveri. Sempre nel ‘617, durante un viaggio nei possedimenti dei Gondi, Vincenzo apre gli occhi sui poveri, si accorge del loro abbandono spirituale, fa l’esperienza del tremendo bisogno dell’uomo senza annuncio e senza pane. Proprio qui, nella carne del povero. Dio fa irruzione nella sua vita. «Guardando l’uomo, Vincenzo incontra Dio e percepisce la sua chiamata». Il povero diventa per lui ciò che il roveto ardente fu per Mosè.

Vincenzo risponde a Dio coinvolgendo altri preti e con loro si dedica alle Missioni Popolari. E’ l’inizio della Congregazione della Missione (gennaio 1617). Nello stesso anno, diventato parroco a Chatillon, viene informato che una famiglia muore di fame; Vincenzo, durante la predica, sensibilizza tutta la popolazione, che attua una reale condivisione dei beni. Da questo avvenimento nasce la «prima carità», cioè un embrione di Chiesa organizzato per far partecipare i più poveri ai beni di tutti. In tal modo Vincenzo scopre ai laici la loro vocazione di collaborazione attiva alla vita della Chiesa.

Vita come vocazione

Pezzo dopo pezzo Vincenzo distrugge una fede fondata sulle proprie iniziative e percepisce la fede come adesione ad un progetto che gratuitamente Dio gli prepara e gli presenta giorno dopo giorno. La vita è ormai «vocazione» e non più inseguimento di un progetto personale. Egli passa gradatamente da una fede piuttosto formale ad una fede che lo fa stupire di fronte alla scoperta che Cristo si è fatto storia, incarnato negli avvenimenti, perciò incontrollabile.

Il disegno di Dio acquista una chiara luminosità, svelando il suo mistero nella persona umana. Qui è presente il volto stesso di Gesù Cristo. Questa chiarezza si fa sempre più lucente ed inequivocabile nel volto del Povero; proprio il Povero, perché abitato da Cristo, diventa il luogo privilegiato della sua contemplazione e la realtà che mobilita e suscita il suo infaticabile servizio. La persona umana, soprattutto il Povero, diventa il «luogo concreto e stabile» della sua alleanza con Dio.

Tutte le sue opere nascono da questo incontro con Gesù Cristo nell’uomo. Il santo vive un religioso ascolto della realtà, una sequela agli avvenimenti, perché abitati da Dio. E’ per questo che, quando si presenta una povera ragazza di campagna disposta a servire i poveri col cuore pieno di Dio, Vincenzo, ancora una volta, riconosce l’appello del Padre e comprende che per servire meglio i Poveri, per garantire la continuità nel servizio, bisogna appartenere a Dio, bisogna essere poveri, avere il cuore vergine, colmo di amore per Dio e i fratelli e perciò capaci di dedicarvi non solo un giorno o una stagione, ma la vita intera. Così nascono le Figlie della Carità — novembre 1633 — e Vincenzo dona loro:

per monastero la casa dei malati,

per cella una camera d’affìtto,

per cappella la chiesa parrocchiale,

per chiostro le vie della città e le sale degli ospedali,

per clausura l’obbedienza, per grata il timor di Dio,

per velo la santa modestia.

Cristo amato e servito nell’uomo

La maniera vincenziana di seguire Cristo, adoratore del Padre, servitore del suo progetto di amore, evangelizzatore dei Poveri, è di contemplarlo e servirlo nei Poveri con un amore semplice ed umile. Questa visione e questo servizio sono sempre l’ispirazione fondamentale di ogni sua opera; sono la «vera profezia» di Vincenzo, il dono che lo Spirito offre alla Chiesa attraverso il suo cuore di santo e le sue mani di contadino guascone.

E’ evidente, quindi, che per Vincenzo la carità non è semplicemente fare qualcosa o fare molte cose a favore dei Poveri. Percepisce infatti la sua vita e quella dei suoi figli come «stato di carità» per dono dello Spirito, ed è proprio il permanere nella comunione che lo rende capace di vedere ogni persona come sacramento di Cristo, così come Cristo è sacramento del Padre.

«Servendo i Poveri, nostri signori e padroni, voi servite Gesù Cristo; sì, una suora andrà dieci volte al giorno dai malati e dieci volte vi troverà Dio, oh che felicità!… Non temete di lasciare l’orazione per il servizio dei Poveri, voi lasciate Dio per Dio, perché lo lasciate nell’orazione e lo ritrovate nel Povero!»

Ed ancora: «Amiamo Dio, sì, ma col sudore della nostra fronte e la fatica delle nostre braccia».

Ormai Vincenzo non si ferma più; l’esistenza toccata dall’incontro con Cristo nell’uomo, diventa segno della sua gloria; tutti i gesti e gli avveni­menti sono condotti al significato: «Bisogna santificare le proprie occupazioni cercandovi Dio e compierle più per trovarvi Dio che per vederle fatte».

La motivazione è l’adesione alla volontà di Dio alla quale, appunto, Vincenzo si consegna come un bimbo alle braccia della madre.

La vita diventa il mistero dell’unione di Dio con l’uomo in Gesù Cristo, mistero ecclesiale, percepibile solamente con la fede; non esistono più momenti neutri, senza significato, niente più è indifferente nella vita di Vincenzo; ogni momento è «sacramentale», evocativo della presenza di Dio: «Bisogna vedere le cose come esse sono in Dio e non come esse appaiono, altrimenti ci inganneremmo gravemente».

Questa nuova cultura, nata dalla fede, implica una concezione della vita densissima, una attività senza sosta e una responsabilità senza mezzi termini. Vincenzo non esita più a compromettersi con la realtà, dal momento che vi riconosce e vi trova Gesù Cristo. Egli segue il reale perché abitato da Cristo e la sua azione, allora, ha la dimensione della Carità.

L’uomo abitato da Cristo

La sua passione per Gesù Cristo si unifica e si esprime come passione per l’uomo, l’uomo concreto che incontra ogni giorno, l’uomo che si dibatte nella miseria, ma anche l’uomo che non conosce la strada per il ritorno a Dio. Il santo vive nella sua carne la passione di Cristo per l’uomo.

Egli non separa mai né contrappone l’evangelizzazione alla promozione umana, la fedeltà a Dio alla fedeltà all’uomo, la contemplazione all’azione: «Bisogna dall’amore affettivo passare all’amore effettivo che è l’esercizio delle opere di carità, il servizio dei Poveri eseguito con gioia, coraggio, costanza e amore… Non devo considerare un povero contadino o una povera donna dal loro aspetto, né dalla loro apparente mentalità; molto spesso non hanno quasi fisionomia, né intelligenza delle persone ragionevoli, talmente sono rozzi e materiali. Ma rigirate la medaglia e vedrete con i lumi della fede che il Figlio di Dio, il quale ha voluto essere povero, vi è raffigurato da questi poveri; Egli non aveva quasi le sembianze di uomo nella sua passione e passava per pazzo nella mente dei pagani e per pietra di scandalo in quella dei giudei; eppure Egli si qualifica l’evangelizzatore dei Poveri. O Dio! Quanto è bello vedere i poveri, se li consideriamo in Dio e con la stima che Egli ne aveva!».

«Nutrire e curare i poveri infermi senza aiutarli anche spiritualmente, secondo il volere di Dio, sarebbe fare troppo poco per Iddio e per il prossimo; solo questo duplice servizio varrà a rendervi figlie di Dio e imitatrici di Gesù Cristo. Come serviva i poveri Gesù? Corporalmente e spiritualmente. O che felicità continuare l’opera del Figlio di Dio!».

Svolgimento della carità

Vincenzo de’ Paoli, ormai ricco di dolcezza conquistata e di una umiltà scavata a fatica nella corteccia di un ex-arrivista, reagisce istintivamente di fronte al bisogno umano coinvolgendo e organizzando, ma non già in base ad una riflessione sociologica — come fanno i suoi contemporanei —, bensì perché vede manipolato il volto dell’uomo e così misconosciuto ed infangato il volto umano del suo Dio, sempre presente e rilucente nel «mistero» di ogni persona umana.

Senza questa percezione sacramentale o misterica della realtà, specialmente della realtà umana, il Povero non avrebbe tutta la sua capacità evocativa ed il servizio sarebbe semplicemente gesto umanitario, non invece una proclamazione della paternità di Dio.

Vincenzo, dunque, è un contemplativo e proprio per questo è creativo, un inventore di attività, un geniale organizzatore di interventi caritativi, è veramente un uomo attivo, ma mai un attivista. Il suo sguardo su Cristo nell’uomo e sull’uomo in Cristo non solo si approfondisce, ma si dilata: «Non mi basta di amare Dio, se il mio prossimo non lo ama».

Il suo sguardo diventa universale; Vincenzo non è l’uomo di una specializzazione pastorale, né più l’uomo di un territorio definito, i limiti del suo sguardo sono «dappertutto, ove a Dio piacerà». Là dove c’è un uomo affamato di pane e di «Parola», Vincenzo posa lo sguardo e vi fissa i suoi occhi fino a quando il suo cuore di santo non ha provveduto a darvi una risposta degna dell’uomo. Per questo invia le prime suore in Polonia e i missionari in Madagascar, Africa del Nord, Isole Britanniche, sapendo che ogni missionario è candidato alla morte: o violenta o per fatiche.

Segno della tenerezza del Padre

Vincenzo de’ Paoli, comunque, rimane semplicemente un uomo di grande attività apostolica e sociale, un modello che al massimo insinua la nostra pigrizia, se non lo si incontra con una mentalità ecclesiale. Per conoscere realmente questo «profeta» bisogna aver incontrato Gesù Cristo nel Povero, almeno una volta. Bisogna che il proprio cuore abbia la stoffa della comunione ecclesiale, perché il Padre ci vede sempre come Chiesa, cioè nel Figlio.

Vincenzo è incantato e mobilitato da questa sorprendente ed affascinante verità sull’uomo

Quasi fosse alla sequela di un Papa mai incontrato, come Giovanni Paolo II, così affascinato del mistero dell’uomo, Vincenzo riafferma proprio il valore dell’uomo nella sua unica ed irripetibile realtà umana, in cui permane intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso (cfr. R. H., 13).

Con le categorie e i metodi del suo tempo, ma col perenne cuore della Chiesa di sempre, colmo di tenerezza e di passione per ogni uomo, Vincenzo continua a dirci quanto sia grande e ricco di misericordia quel Padre che ha voluto fare dell’uomo vivente la sua gloria. Lui, piccolo contadino delle Lande, sembra essere un’amorevole carezza del Padre verso i suoi figli — la cresta di un’onda di quel quieto mare di immenso ed eterno Amore che è il cuore della Trinità.

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