Rivoluzione comunista, una rivoluzione gnostica

Per Rassegna Stampa luglio 2019

Scopo del comunismo è dimostrare che non esiste alcun Creatore ma annunciare che Dio non sia mai esistito non è sufficiente. Esso deve ucciderlo. Il Comunismo quindi non è quello che “salva” i poveri in vece del cristianesimo, come ancora qualcuno vuole credere ma è l’anticristianesimo per eccellenza. Per questo ovunque si insedia perseguita nel sangue innanzitutto la Chiesa.

di Giovanni Formicola

1: LA SFIDA DELLA STORIA

«Dixerunt Deo: recede a nobis. Viam mandatorum tuorum nolumus» (Giob, 21,14).Il plurale consente di fare di questo tratto della Scrittura cifra di un processo che va oltre le tensioni e le condotte individuali, che ha una dimensione organizzata, quindi diventa movimento che condensa tendenze idee e fatti nella Rivoluzione gnostica. Questa, alla scuola di Eric Voegelin (1901-1985), è tipicamente caratterizzata da sei momenti.

  • Il mondo storico (ma tutto sommato lo stesso mondo creato) non soddisfa nella sua situazione, c’è il male, il dolore, il weltschmerz (Jean Paul, pseudonimo di Johann Paul Friedrich Richter [1763-1825);
  • questo dolore del mondo non dipende dalla cattiva volontà dell’uomo, ma da un difetto di costituzione, la sua struttura è intrinsecamente deficiente, cioè è colpa del Creatore, ch’è sottoposto a giudizio;
  • da questo male è possibile salvarsi;
  • la salvezza deve avvenire nella e dalla storia (intesa anche come soggetto auto-salvatore): dal mondo cattivo deve emergere per evoluzione storica – guidata e indotta – un mondo buono, non si può attendere la fine del mondo storico o della propria vita [1];
  • protagonista di tale salvazione non è più un Dio, ma un’eletta d’uomini;
  • essa consiste – espressione di una smisurata volontà di potenza, vera e propria libido dominandi non di questo o quello, ma dell’intero essere – nell’applicazione d’una conoscenza (gnosi) che individua la radice del male storico, l’erbaccia che infesta il mondo, e che formula una tecnica (ideologia) per correggere la cattiva creazione, eliminare l’erbaccia (pratica che Gesù sconsiglia, Mt. 13,24-30) e bonificare per sempre la terra ri-facendola Eden [2], modificare l’ordine dell’essere, provocando un mutamento strutturale che inaugurerà il mondo nuovo, il millennio buono, di cui il rivoluzionario gnostico è profeta e artefice [3].

Insomma, la Rivoluzione gnostica è un rifiuto della prima rivelazione – l’ordine stesso dell’essere e del reale (il Creatore è malvagio, tiranno, invidioso, secondo la logica del serpente [4]) –, e si articola storicamente contro la seconda rivelazione, l’incarnazione del Verbo con il suo Messaggio.

Essa, pur non essendo avvenuta certo per fondare una civiltà, secondo la logica che le è propria ha inevitabilmente generato una civiltà [5], che diventa il bersaglio per colpire nell’effetto e nell’ habitat l’origine, e cancellarla dalla storia. È quindi una ribellione – impotente, come quella di Lucifero del cui non serviam è eco storica, ma dannosa – contro Dio Creatore, Dio Salvatore, Dio Santificatore, per una nuova creazione e un nuovo ordine, questi sì perfetti, che garantiscano una salvezza intramondana e secolare, il cui modello di santità è capovolto.  La sfida della storia [6].

2. IL COMUNISMO ALL’ASSALTO DEL CIELO

«Assalto al Cielo» è la definizione che Karl Marx (1818-83) diede dell’impresa rivoluzionaria della Comune di Parigi (1871) [7]. Essa apre una prospettiva che non consente di ritenere che il comunismo – come filosofia (il materialismo dialettico e storico di Marx ed Engels [1820-1895]), come azione storica, e come sistema di potere – sia esaurito da una tensione sociale volta, attraverso la lotta di classe, ad ottenere, dopo uno scontro finale, la pacificazione universale e definitiva nell’uguaglianza e nella prosperità economica per tutti.

Non si comprende correttamente il comunismo se si limita il suo fine nella costituzione di una società senza classi, liberata dalla proprietà privata e dalla libertà d’impresa e di mercato, quindi dai conseguenti sfruttamento e alienazione, in un sistema socio-economico che uccide.  Questa è solo una parte, e non la principale, della sanguinaria utopia socialcomunista (oltre cento milioni di morti assassinati e di fame, com’ebbe a profetizzare Dostoevskij [Fëdor Michajlovič, 1821-1881] nel 1872 [8], infinitamente di più di quelli attribuiti pretestuosamente all’economia che uccide).

Utopia che non solo, una volta sperimentata, non ha risolto alcun problema sociale, bensì aggravandoli, ma che ha provocato anche una vera e propria catastrofe antropologica.  V’è un’altra parte nascosta, ma che in realtà è quella essenziale. Il comunismo «intrinsecamente perverso» [9] è stato la maggior resistenza esteriore, cioè nella storia, all’azione dello Spirito Santo [10]. Esso stesso ha dato alla sua prospettiva ben altro raggio che quello per così dire meramente sindacale [11], ancorché connotato da un’intensità coercitiva unica nella storia, assumendo quella libido dominandi dell’essere, propria della Rivoluzione gnostica, che porta al massimo grado di autocomprensione e per così dire di maturità.

Ideologia compiuta della Rivoluzione gnostica, il marxismo propone una trasformazione così radicale del mondo [12], per crearne uno nuovo e perfetto, e con esso un uomo nuovo, che nessun aspetto dell’esistenza e della realtà – non solo quella antropologica e sociale, ma persino quella creata: noti sono gli sforzi per invertire il corso dei fiumi mediante la mano d’opera schiavizzata dei prigionieri del GULag nell’URSS – viene risparmiato da questa chirurgica manipolazione. Scopo autentico del comunismo è dimostrare con una Rivoluzione totale che non esiste alcun ordine dell’essere, alcun essere immutabile, alcun Creatore.

Annunciare la morte di Dio, anzi ch’Egli non è mai esistito, non gli basta. Esso deve ucciderlo – l’opus magnum del mago gnostico [13] –, inverarne la non esistenza, sconvolgendo l’intero creato in tutti i suoi aspetti [14], esercitando il più totale dominio sulla natura [15], sia intesa empiricamente che metafisicamente. L’uomo dev’essere ri-creato da capo [16]. La Rivoluzione è letteralmente il fine, non un mezzo per liberare gli oppressi [17]. Ed in effetti, i più acuti critici del comunismo, a partire dalla sua filosofia-ideologia, ne hanno avuto la giusta comprensione.

«Dostoevskij […] ha messo a nudo la metafisica dei rivoluzionari russi, ben sapendo che l’impulso rivoluzionario russo è un fenomeno non politico-sociale, bensì metafisico-religioso [18]. […] Il problema del socialismo [russo] […] aggiunge Berdjaev, è un problema apocalittico […]; il socialismo rivoluzionario russo non si è mai considerato una fase di passaggio, uno dei tanti programmi di ricostruzione dell’assetto sociale: si è sempre sentito chiamato a fondare il regno di Dio sulla terra, a sciogliere il nodo escatologico del destino umano. […] sostituire Dio con il socialismo e con l’anarchia, […] trasformare l’umanità» [19].

L’ateismo fu, secondo Dostoevskij, non un dettaglio, non la periferia, non una conseguenza marginale, ma l’elemento centrale del socialismo, e il mondo non aveva mai conosciuto un’irreligiosità così aggressiva e vendicativa come nel marxismo [20]. Fu poi Solženicyn (Aleksandr Isaevič, 1918-2008), in occasione del discorso per la consegna del premio Templeton (Londra, 10 maggio 1983), a ricordare che i vecchi contadini russi – i quali vedevano Satana intronizzato al Cremlino – ripetevano «La gente ha dimenticato Dio, tutto quello che avviene è la conseguenza» [21].

Non l’inequità, ma l’ateismo, all’origine dei mali del mondo. Ma quando si nega Dio, si perde anche la creatura, e così il comunismo è disumano e disumanizzante. Vladimir Bukovskij ha potuto dissipare ogni (interessata) illusione su una bontà nativa dell’ideologia, corrotta da una cattiva applicazione.

«Si contavano sulla punta delle dita coloro che capivano che l’ideologia comunista era una fonte di male, che il regime era disumano non perché perseguitava gli uomini per le loro convinzioni, occupava i paesi limitrofi e minacciava il mondo intero, ma proprio per la ragione opposta: il regime faceva quelle cose perché lui era disumano» [22].

Insomma, la critica dell’esistente, cioè un giudizio di condanna nei confronti del reale sottoposto a processo dai filosofi – ciò in cui consiste l’ideologia comunista –, muove dalla critica della religione nella prospettiva della radicale «mondanizzazione» del mondo: Marx e il comunismo reale sono più qui di quanto non siano in qualsivoglia programma di riforma o rivoluzione socio-economica [23].

E quindi non solo il reale storico, ma il concetto stesso di realtà – nella misura in cui rimanda ad un ordine e ad un Ordinatore, cioè all’essere – è negato in una sorta di adorazione filosofica del divenire, in cui nulla è dato, nulla è permanente, se non questo incessante processo evolutivo- rivoluzionario.

La religione è male non tanto – o non solo – nel suo aspetto devozionale e rassegnato, ma perché rimanda al Creatore, cioè all’essere, cioè ad immortalia et semper manentia, cioè alla trascendenza, e quindi è il vero nemico della libido dominandi, della volontà di potenza, del superomismo prometeico di cui è preda chi vuol rifare il mondo a propria immagine e somiglianza, cioè l’uomo gnostico, che eterna la ribellione primordiale con molta, o poca, o nulla consapevolezza di essa.

Il comunismo, dunque, non è quello che ha rubato al cristianesimo la bandiera dei poveri, come qualcuno purtroppo continua a ripetere, ma è esattamente il suo contrario, è l’anticristianesimo per eccellenza. L’uno è la religione del Dio che si è fatto uomo, l’altro è la religione dell’uomo che si fa dio [24]. E quindi si deve dire che, con l’Ottobre, «[…] l’uomo si era levato, per la prima volta nella storia, non contro le circostanze sociali, ma contro se stesso, contro la propria natura» [25]. Contro tutta la propria natura.

Già nel 1922, il grande esponente della Scuola austriaca di economia, l’austro (di cultura, più che di nascita [Lemberg, oggi Ucraina], in quanto suddito dell’impero asburgico)-americano von Mises scriveva a proposito del socialismo che i «progetti per trasformare i rapporti tra i due sessi hanno proceduto di pari passo con i piani per la socializzazione dei mezzi di produzione […]. Assieme alla proprietà privata deve scomparire anche il matrimonio» [26].

E dopo una serrata critica del femminismo e delle sue ascendenze socialiste, osserva che «è caratteristica del socialismo scoprire nelle istituzioni sociali l’origine di fatti di natura inalterabili, e di pretendere, riformando queste istituzioni, di riformare la natura» [27].

Nel neonato regime bolscevico in Russia – pur in una temperie di guerra civile, fame, disordini –, tra il 1918 e il 1926, si trovò immediatamente il tempo e la volontà di legalizzare l’aborto (la prima volta nella storia in area culturale e civile cristiana, e in URSS per lunghissimi anni la cifra degli aborti avrebbe superato quella delle nascite [28]), di distruggere matrimonio, famiglia e autorità parentale con unioni civili, divorzio brevissimo, abolizione del matrimonio religioso, equiparazione dei figli illegittimi e legittimi, etc..

Anche l’omofilia fu normalizzata e depenalizzata, nonché promossa per qualche tempo con il futurismo comunista di Majakovskij (Vladimir Vladimirovič, 1893-1930). Nel 1929, un da me non meglio identificato professor S. Wolfson, nel suo Sociologia del matrimonio e della famiglia (ho sempre diffidato di sociologi e sociologia), scriveva che nell’URSS la famiglia sarebbe stata privata d’ogni sua funzione, soprattutto quella educativa, e quindi «svuotata di ogni contenuto sociale […] si estinguerà a poco a poco», e poi che «[…] con il socialismo la procreazione smetterà di dipendere dalla volontà della natura» [29].

D’altra parte, era stato annunciato: «Abolizione della famiglia! Anche i più radicali inorridiscono di fronte a tanto vergognoso disegno dei comunisti» [30]. Una volta smantellati i lager, abbattute le torrette di guardia, raggomitolato il filo spinato, rimessi a cuccia i feroci cani cekisti, passati di moda stivaloni, stelle rosse e mostrine celesti [31] (per vero sarebbe utile chiedere un parere sul punto ai cinesi, ai cubani, ai nordcoreani, etc.), qualcuno potrebbe ritenere chiusa la storia criminale del comunismo. Ma sbaglierebbe, e non poco.

E nel crimine va inclusa non solo la cifra abnorme delle vittime e della fame globale [32], ma soprattutto la catastrofe antropologica che caratterizza i luoghi in cui ha imperversato, con il potere o anche solo culturalmente. Dall’aborto alla degenerazione dei costumi, dalla distruzione della famiglia alla manipolazione dei processi della generazione e della morte, è il relativismo aggressivo, con la sua carica contemporaneamente nichilista e superomistica, del marxismo che opera tutt’ora e come un cancro [33] produce metastasi in tutto il corpo storico di quella che fu la cristianità e anche oltre.

E se qualcuno pensa che tra il dire e il fare ci sia un abisso e che quanto accaduto in URSS sia peculiare, anche sui punti appena considerati, può riflettere sull’impegno macroscopico ed economicamente determinante del sindacato (SINDACATO!) rosso CGIL, ieri nei referendum su divorzio (1974) e aborto (1981), oggi nel promuovere la cosiddetta agenda LGBT.

Se questo ha certo poco a che fare con le esigenze dei lavoratori, ha molto a che fare con la matrice ideologica del sindacato. E così come i quadri della dissoluzione [34] – idealmente (e solo idealmente, nel senso che l’epifania non è un’origine) resi manifesti con il Sessantotto che ancora dura – erano contenuti nel comunismo, e ne sono sviluppo e inveramento, esso stesso si concepisce come inveramento e sviluppo di tendenze idee e fatti che l’hanno preceduto nell’aggressione alla civiltà cristiana, e soprattutto ai suoi fondamenti religiosi e culturali.

Aggressione che una certa scuola chiama Rivoluzione [35], e ne riconosce il carattere di processo totalizzante – mosso da un pathos egualitario e libertario animato da sfrenati orgoglio e sensualità, egemone nella storia occidentale degli ultimi cinque secoli e più –, nelle sue quattro tappe o fasi: religiosa, politica, economica e culturale, con cifra quest’ultima prevalentemente sessuale e di costume, e che ne è anche il prologo con l’umanesimo ateo rinascimentale [36].

Secondo Gramsci, la Filosofia della praxis, ch’è il nome che dà al materialismo dialettico-storico, accoglie coscientemente l’eredità de «la Rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la rivoluzione francese, il calvinismo e l’economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita» [37].

Esperienza in vitro di tale tesi è la vicenda di Münster, città della Germania settentrionale popolata da circa dodicimila anime, «preparate» dalla predicazione di un cittadino, Bernard Rothmann, dove per circostanze forse irripetibili, un gruppo di anabattisti – ma l’opera rivoluzionaria è sempre maggiore e più interessante dei suoi artefici –, guidati dagli olandesi Jan Matthys (1500 ca.- 1534) e Jan Bockelson (1509-1536), instaura dall’inizio del 1534 al giugno 1535 un regime pazzotico.

Esso, in breve tempo, brucia tutte le tappe rivoluzionarie. Quella religiosa – abolizione d’ogni gerarchia ecclesiale, esilio di Dio in Cielo e liberazione dalla Legge; poi, quella politico-giacobina – costituzione d’un potere occhiuto, la cui legge prende il posto di quella di Dio e si fa pesantissima,  che in nome del popolo invade la società e la vita degli uomini per realizzarvi la più completa eguaglianza; segue ancora, quella socio-economica – collettivizzazione dei beni, abolizione della proprietà, e conseguente fame disperata; infine quella sessuale, con il più totale debordamento dei costumi, abolizione di matrimonio e famiglia, poligamia orgiastica, etc. [38].

Il socialcomunismo ruba non solo i beni, i patrimoni, la proprietà stessa. Esso è soprattutto ladro di senso – con il suo nichilismo relativista aggressivo –, e della morale che protegge gli uomini, della stessa possibilità d’un’etica, perché annienta la realtà che la fonda con il suo significato normativo, che viene polverizzato e dissolto nel divenire dialettico incessante.

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1) La Rivoluzione: impazienza del Regno di Dio, che diventa Regno dell’Uomo (cfr. Alain Besançon, Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoah, trad. it. Ideazione editrice, Roma 2000, p. 115).

2) Un pelagianesimo di ritorno che pretende l’autoredenzione “ad ogni costo”, il che si traduce nell’esperienza di una sanguinosa e sanguinaria “disinfestazione” del mondo» (Cfr. Ibidem).

3) Cfr. E. Voegelin, Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, trad. it. Rusconi, Milano 1970 (1959-1960), pp. 20-22.

4) La gnosi è «[…] una rivoluzione radicale. Schierandosi dalla parte del serpente, di Caino, di Giuda, dei grandi “banditi” dell’umanità, essa esprimeva il suo intento vero e proprio: respingere il cosmo nella sua interezza insieme col suo Dio, che smaschera quale cupo tiranno e carceriere, vede in Dio e nelle religioni solo il sigillo e la chiusura definitiva di quella prigione che è il cosmo. […] non è che la forma radicale della protesta contro tutto ciò che fino allora era apparso santo buono e giusto, e che ora viene demistificato come prigione di cui la gnosi prometteva di mostrare la via di scampo» (J. Ratzinger, L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa, trad. it., Morcelliana, Brescia 1973 [1971], pp. 23-24)

5) L’Incarnazione si comunica alla persona, e da questa alla cultura e alle istituzioni civili ch’essa inevitabilmente genera.

6) In altri termini, i rivoluzionari gnostici, per esempio e solo per esempio, i comunisti e i nazionalsocialisti, perseguono la realizzazione di una «modernizzazione intesa […] come affrancamento dalla tradizione, trasposizione al futuro di una nuova religione “secolarizzata” […] come inizio di una nuova e millenaria era». La Rivoluzione è «tecnica del futuro», progetto ideocratico di un Uomo e di un Mondo Nuovi, «utopia coercitiva» del paradiso in terra con esclusione di ogni altra fede, soprattutto se rivolta al trascendente. È azione «catartica» e violenta sull’esistente riottoso alla propria trasformazione, ed in concreto nei confronti di milioni di uomini perseguitati per il fatto stesso che esistono, pur non rientrando nel «progetto», e perché «sordi» al richiamo dell’artefice della storia (dalla mia recensione di “Dossier n. 51879” di Igor Argamante). Ovvero, fine dell’azione Rivoluzionaria è l’impossibile: la trasformazione e redenzione definitiva dai mali che l’affliggono dell’essere umano. Si tratta di una lotta contro la natura umana, ma, come insegna Voegelin, chi vuol cambiare la natura di qualcosa – cioè la sua essenza – finisce col distruggerla. La Rivoluzione è perciò bugiarda (descrive falsamente non l’uno o l’altro elemento particolare, ma l’intero reale) ed assassina (prima degli uomini, distrugge l’uomo stesso: per esaltarlo, lo emancipa da Dio, con il risultato opposto di degradarlo a puro momento della materia in evoluzione), radicalmente, fin dall’inizio, proprio come Satana» (Cfr. A. Besançon, op. cit., p. 102).

7) Cfr. Vladimir Il’ič «Lenin» (1870-1924), Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 98). L’origine dell’espressione è verosimilmente «oraziana»: «Nil mortalibus ardui est;/ caelum ipsum petimus, stultitia» (Quinto Orazio Flacco [65-8 a.C.], Odi, 1, III, 37-38).

8) Cfr. Dostoevskij, I demoni.

9) Pio XI, Lettera enciclica Divini Redemptoris, del 19 marzo 1937.

10) «[…] la resistenza allo Spirito Santo […] trova nelle varie epoche della storia e, specialmente, nell’epoca moderna la sua dimensione esteriore, concretizzandosi come contenuto della cultura e della civiltà, come sistema filosofico, come ideologia, come programma di azione, e di formazione dei comportamenti umani. Essa trova la sua massima espressione nel materialismo […]. Il sistema che ha dato il massimo sviluppo e ha portato alle estreme conseguenze operative questa forma di pensiero, di ideologia e di prassi, è il materialismo dialettico e storico, riconosciuto tuttora come sostanza vitale del marxismo» (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Dominum et vivificantem sullo Spirito Santo nella vita della Chiesa e del mondo, del 18 maggio 1986, n. 56).

11) «Il marxismo non arreca un umanitarismo sentimentale e piagnucoloso. Marx non si è chinato sul proletariato perché esso è oppresso, per lamentarsi della sua oppressione […] ma in quanto esso è una forza» (Henri Lefebvre, Il marxismo, trad. it. Garzanti, Milano 1954, p. 49, la sottolineatura è mia).

12) Finora, «i filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo» (Karl Marx, Tesi su Feuerbach, in Friedrich Engels, Feuerbach e il punto d’approccio della filosofia classica tedesca, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1972, p. 86).

13) In fondo, la Rivoluzione ha un che di «magico»: pretende di possedere la formula per trasformare in oro il metallo vile dell’umanità post peccatum.

14) «Per questa filosofia non vi è nulla di definito, di assoluto, di sacro; di tutte le cose e in tutte le cose essa mostra la caducità, e null’altro esiste per essa all’infuori del processo ininterrotto del divenire e del perire, dell’ascendere senza fine dal più basso al più alto, di cui essa stessa non è che il riflesso nel cervello pensante. […] il suo carattere rivoluzionario è assoluto – il solo assoluto che essa ammetta» (Friedrich Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Edizioni Rinascita, Roma 1950, pp. 13 e ss., cit. in Idem e K. Marx, La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, Roma 1974, Introduzione di Fausto Codino, p. 12). «Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» (Ibid., p. 58). Cioè a dire, «Tutto ciò che esiste merita di morire», come lo stesso Engels ebbe ad affermare (Dialettica della natura, trad. it. Editori Riuniti, Roma 1971, p. 51), forse copiando dal Faust di Goethe (1749-1832): «[…] Su via, chi sei tu?”/  Mefistofele: “Una parte di quella forza che vuole sempre il Male ed opera sempre il bene”/  Faust: “Che cosa intendi con questo indovinello?”/  Mefistofele: “Sono lo spirito che sempre nega! Ed a ragione: perché tutto ciò che nasce è degno di andare in rovina. Sarebbe, pertanto, meglio se non nascesse”» [Wolfgang Johann Goethe, Faust e Urfaust, Faust, parte prima, Studio, trad. it. a cura di Giovanni V. Amoretti, Feltrinelli, Milano 1994, p. 67]).

15) Lo scopo è l’«accrescimento del potere dell’uomo sulla natura» (Lev Davidovic Bronstein [Trockij, 1869-1940], La loro morale e la nostra, trad. it., Bari, 1967, p. 72, cit. in  Mihail Geller [1922-1997] e Aleksandr  Nekric [1920-1993], Storia dell’URSS. Dal 1917 a Eltsin, Bompiani, Milano 1997, p. 209).

16) «Per Gramsci [Antonio (1891-1937)] il marxismo non è unicamente una rivoluzione sociale e politica, esso è anche (e soprattutto) una rivoluzione culturale che riuscirà là dove il cristianesimo è fallito: formare una nuova umanità» (Giuseppe Carlo Marino, Autoritratto del PCI staliniano.1946-1953, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 199.La sottolineatura è mia).

17) «Nel cercare la possibilità della Rivoluzione, Marx trova il proletariato» (Arthur Rosenberg [1889-1943], Storia del bolscevismo, trad. it. Sansoni, Firenze, 1969, p. 3). 18) «Le insurrezioni sono fenomeni sociali; la rivoluzione è un fenomeno religioso» (Nicolás Gómez Dávila [1913-1994], Nuevos Escolios a un texto implícito, vol. II, Procultura, Bogotá 1986, p. 50.

19) Gustaw Herling-Grudzinski (1919-2000), Gli spettri della Rivoluzione ed altri saggi, trad. it., Ponte alle Grazie, Firenze 1994, pp. 37-38 – il riferimento è all’opera di Nikolaj Aleksandrovic Berdjaev (1874-1948), Duchi russkoj revoliucij [1931], trad. it., Gli spiriti della rivoluzione russa, Bruno Mondadori, Milano 2001).

20) Cfr. Ljudmila Ivanovna Saraskina, Solženicyn, trad. it. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2010, pp. 1151-52.

21) A. I. Solženicyn, La verità è amara. Scritti, discorsi, interviste (1974-1995), trad. it. Minchella editore, Milano 1995, p. 35.

22) Vladimir Kostantinovič Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, trad. it. Spirali, Milano 1999, p. 741.

23) «Marx si pose sin dall’inizio in un atteggiamento di critica radicale di fronte a tutto ciò che si presentasse come “stabilito”: il suo intento era di fare “una critica spietata di tutto l’ordine esistente”» (Fernando Ocariz, Il marxismo ideologia della Rivoluzione, ARES, Milano 1977, p. 73),  nella cui prospettiva, «La critica della religione è il presupposto di ogni critica» (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, in Idem, La questione ebraica e altri scritti giovanili, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 91, cit. in F. Ocariz, op. cit., p. 80).

24) Cfr., beato Paolo VI (1897-1978), Allocuzione all’ultima sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, 7 dicembre 1965. Cfr. anche «l’uomo è per l’uomo l’essere supremo» (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, cit. p. 101, cit. in F. Ocariz, op. cit. p. 78).

25) Vladimir Emelyanovič Maksimov (1930-1995), Uno sguardo nell’abisso, trad. it. Spirali/Vel, Milano 1992, p. 27.

26) Ludwig von Mises (1881-1973), Socialismo. Analisi economica e sociologica, trad. it. Rusconi, Milano 1990, p. 111.

27) Ibid., p. 126. Le sottolineature sono mie.

28) Cfr. Andrea Graziosi, L’URSS dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica. 1945-1991, Il Mulino, Bologna 2008,

29) Cit. in Igor’ Rostislavovič Šafarevič (1923-2017), Passato e avvenire del socialismo, in Voci da sotto le macerie, trad. it Mondadori, Milano 1981 [1974], p. 56 e p. 58

30) K. Marx-F. Engels, Manifesto del partito comunista.

31) Cfr. A. I. Solženicyn, Arcipelago GULag. Saggio d’inchiesta narrativa, trad. it. Mondadori, Milano 1974, parte I, cap. IV, Le mostrine celesti, pp. 157-189, cioè i militi della spietata polizia politica, detta di volta in volta Cekà, Ghepeu, NKVD, KGB.

32) Cfr. Andrea Graziosi, L’URSS dal trionfo al degrado, cit. p. 443, sulla responsabilità della fallimentare agricoltura collettivizzata sovietica per le «carestie che colpirono […] India e Africa» negli anni 1970 (e non solo).

33) Cfr. A. I. Solženicyn, I pericoli che incombono sull’Occidente a causa della sua ignoranza della Russia, in Foreign Affairs, aprile 1980, trad. it. in Idem, L’errore dell’Occidente. Gli ultimi interventi su comunismo, Russia e Occidente con, in appendice, il «discorso di Harvard», La Casa di Matriona, Milano 1980, p. 20.

34) Cfr., Emanuele Samek Lodovici (1942-1981), Metamorfosi della gnosi. Quadri della dissoluzione contemporanea, Ares, Milano 1979.

35) Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009) con materiali della «fabbrica» del testo e documenti integrativi, trad. it, presentazione e cura di Giovanni Cantoni, Sugarco, Milano 2009.

36)«Gli umanesimi non sono tutti uguali, né sono equivalenti sotto il profilo morale». (Benedetto XVI [2005-2013], Ai Vescovi della Conferenza Episcopale Slovena in visita ad limina Apostolorum, 24 gennaio 2008).

37) Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, vol. III, p. 1860.

38) Cfr. Friedrich Percyval Reck-Malleczewen (1884-1945), Il re degli anabattisti. Storia di una rivoluzione moderna, trad. it. Rusconi, Milano 1971 [1937]. L’autore definisce l’esperienza sciagurata di Münster «profetocrazia sanguinaria» (p. 23), cogliendo alla perfezione, da un lato il carattere di certa (pseudo)Riforma radicale, dall’altro l’approccio dell’intellettuale gnostico, che come i profeti biblici – tuttavia, parlando in proprio e non in nome di Dio, e con una prospettiva escatologica tutta secolare – emette una sentenza di condanna del mondo com’è, e ne predica e organizza la punizione.

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