L’evangelizzazione degli indios nella storia del Brasile

Dal sito Pan Amazon Synod Watch

11 Luglio 2019

Carlos Sodré Lanna

Era l’anno 1556. Mons. Pero Fernandes Sardinha – primo vescovo del Brasile – si imbarcava sulla Nossa Senhora da Ajuda verso il Portogallo, accompagnato da ecclesiastici, persone di alto rango e intere famiglie.

Un incidente mortale li fece schiantare poco dopo aver lasciato la città di Salvador. Quanti scamparono al naufragio – e furono molti – finirono per essere catturati e mangiati dai feroci Indios Caetés sulla riva sinistra del fiume São Miguel, ancora oggi identificata grazie alla memoria popolare.

Ecco un dato caratteristico dello stato degli Indios brasiliani al tempo dell’arrivo dei nostri primi colonizzatori e missionari.

Per farci un’idea del cambiamento derivato grazie all’influsso del Cristianesimo e della civiltà, presenteremo in questo primo articolo di una serie di tre, un quadro generale della situazione in cui si trovavano gli aborigeni all’epoca della scoperta del Brasile.

Nomadismo e promiscuità

Probabilmente la più grande scoperta dei portoghesi quando sbarcarono sulle nostre terre furono gli stessi Indios, un tipo umano all’epoca mai incontrato dai lusitani in nessuna parte del mondo. L’unica loro conoscenza era la foresta. Scopo delle loro vite era mangiare, bere, cacciare, combattere e uccidere … I villaggi che costruivano, le tabas, duravano al massimo quattro anni: il tempo entro il quale il legno marciva, le palme sui tetti delle capanne non coprivano più nulla e tutta la selvaggina nei dintorni era stata sterminata.

Se alcune tribù si dedicavano in modo precario all’agricoltura, finivano per rendere le terre coltivabili improduttive, ed erano dunque costrette a spostarsi in altri luoghi. Oltre a essere cacciatori, gli Indios, in quanto nomadi, non conobbero mai alcun tipo di sviluppo. I legami sociali che li univano erano talmente deboli che le piccole tribù si frazionavano ogni giorno di più. Le costanti guerre di sterminio reciproco debilitavano gli Indios e ne facevano diminuire il numero.

In queste povere anime predominava l’istinto della vendetta. Iniziate le faide che si trasmettevano di padre in figlio, non era possibile attendersi alcun sentimento di abnegazione in favore dell’interesse comune e nemmeno dei posteri. Al contrario di certe visioni idilliache che alcuni autori indigenisti hanno cercato di dare della vita tribale, questa si caratterizzava per la totale promiscuità, causa di ogni sorta di malattia e vizio morale.

Numerosi cronisti d’epoca raccontano che gli Indios, prima della conversione, abitavano in grandi abitazioni – le ocas – la cui superfice misurava 90-120 metri quadrati per 15 di altezza; le pareti erano di paglia e il tetto ricoperto con foglie di palma. All’interno vi abitavano, sparsi indistintamente, tra i 100 e i 200 indigeni. Entrando in una oca, si vedeva tutto quanto in essa si trovava.

Alcuni cantavano, altri ridevano, taluni piangevano, c’era chi preparava la farina, chi il cauim (bevanda alcolica) etc. C’erano piccoli fuochi ovunque, che davano l’aspetto di un labirinto o di un piccolo inferno. Queste capanne erano buie, maleodoranti e affumicate. Come letti, gli infelici nativi usavano una specie di rete che esalava un odore orripilante, in quanto erano così pigri che non si alzavano nemmeno per espletare le proprie necessità fisiologiche.

Indios cannibali

Erano esseri umani totalmente primitivi, feroci, astuti, mentitori e infidi. E inoltre cannibali. Le cerimonie di uccisioni pubbliche servivano come pretesto per feste e raduni. Da qui la denominazione di “antropofagia rituale”. Gli aborigeni mangiavano i loro nemici per vendetta. Le loro spedizioni guerriere avevano come fine anche quello di procurarsi carne umana.

Durante gli scontri, gli indios cercavano soprattutto di fare prigionieri. Dopo un combattimento preliminare, i guerrieri di ambo le parti si precipitavano gli uni contro gli altri, tentando di disarmare l’avversario e di catturarlo vivo. I morti sul campo di battaglia erano divorati immediatamente, e diverse loro parti, arrostite, erano portate anche a casa.

Lungo il cammino di ritorno, la spedizione vittoriosa faceva un’entrata trionfale in tutti i villaggi alleati. Giunti al proprio, i vincitori costringevano i prigionieri a gridare: “Io, vostro cibo, sono arrivato”! Nessuno di essi poteva sfuggire al sacrificio rituale cui era destinato. Nel caso in cui si fosse ammalato, gli indios conducevano il prigioniero dentro la foresta e gli fracassavano il cranio, lasciando il cadavere insepolto.

La durata della prigionia variava molto, in quanto mentre i vecchi venivano uccisi subito dopo il ritorno della spedizione, i giovani potevano rimanere reclusi per diverso tempo, persino anni. Stabilita la data dell’esecuzione, tutti i vicini e gli alleati erano invitati a prendere parte al festino.

La notte prima, in una parvenza di veglia, danzavano, cantavano e bevevano. All’alba, alcune donne conducevano la vittima, legata intorno alla vita, fino al luogo dell’esecuzione al centro del villaggio, in mezzo a una grande eccitazione. Appariva allora sullo spiazzo il carnefice che, danzando verso il prigioniero con un’enorme mazza tra le mani, la brandiva con energia e gli rompeva la testa.

Non appena il povero massacrato cadeva morto, alcune indigene anziane si precipitavano su di lui per raccoglierne in una cuia il sangue e il cervello che erano inghiottiti ancora caldi. Successivamente, il cadavere veniva arrostito come un maiale e poi squartato: i pezzi di carne umana venivano quindi portati alle capanne in mezzo a grida di gioia. I selvaggi credevano che mangiando la carne del nemico si sarebbero appropriati delle sue qualità e che così facendo avrebbero dimostrato la loro superiorità su di lui.

Antropofagia domestica

Come forma di culto, alcune tribù mangiavano i membri deceduti della propria famiglia, dando loro, come credevano, una degna sepoltura all’interno dei loro stomaci. Nelle tribù che praticavano l’antropofagia era frequente incontrare questa forma di cannibalismo domestico, magico o partecipativo. Ciò avveniva perché credevano che attraverso l’ingestione delle carni potevano ottenere l’unione più intima possibile con il defunto, e, di conseguenza, l’acquisizione delle sue qualità: coraggio, vigore, destrezza etc.

Da qui i banchetti sacri in cui erano mangiati, in solenni festività, i personaggi ritenuti superiori: il capo tribù, lo stregone, i guerrieri o eroi, frequentemente persone del proprio gruppo. Così, con l’obiettivo di rivestirsi delle qualità desiderate dei loro antenati, sorse in varie tribù l’usanza di ingerirne, in rituali funebri, le ceneri mescolate a bevande speciali.

Un mese dopo il funerale del congiunto se ne dissotterrava il cadavere, già in avanzatissimo stato di decomposizione, e lo si collocava in una grande padella posta sul fuoco, fino alla scomparsa delle parti molli. Gli odori fetidi esalati durante quest’atto completavano quel macabro rituale.

Quando le ossa si carbonizzavano, venivano triturate e ridotte in polvere. Questa, a sua volta, era collocata in grandi recipienti di legno ripieni di bevande. Tutti i presenti bevevano allora questa miscela fino all’ultima goccia, credendo che le virtù del morto si sarebbero trasmesse in questo modo a tutte le persone che l’avessero ingerita.

La fondazione degli insediamenti

Fu questo il panorama sinistro che incontrarono i primi missionari, giunti in Brasile con l’intenzione di catechizzare questi selvaggi e di fondare una Civiltà Cristiana.  Secondo stime generalmente accettate, all’epoca della scoperta vivevano in Brasile circa 5 milioni di indios. Il grande merito del Portogallo fu di porre l’evangelizzazione alla base della sua opera colonizzatrice.

“Tuttavia, il maggior profitto che da essa può essere tratto credo che sarà quello di salvare queste persone. E ciò deve essere il principale seme che Vostra Altezza deve lanciare in questa terra”, scriveva Pero Vaz de Caminha al Re del Portogallo, Dom Manuel, narrando la scoperta del Brasile, chiamata Terra della Vera Croce.

Gli ostacoli principali alla conversione degli indios furono l’antropofagia, la poligamia, l’ubriachezza, il nomadismo a intermittenza, le guerre fra tribù vicine e l’incostanza. Se i missionari si fossero accontentati semplicemente di attraversare i villaggi dei nativi – a parte ogni sorta di pericolo cui sarebbero andati incontro – avrebbero ottenuto un risultato precario. Ciò che insegnavano in un mese, per mancanza di esempio o di esercizio, sarebbe stato totalmente perso in quello successivo.

A causa del nomadismo intermittente degli indios, ritornando presso una tribù che avevano evangelizzato poco prima, i missionari avrebbero incontrato solo ceneri. Era necessario rendere il prima possibile gli indigeni sedentari, allontanando quelli battezzati dall’influenza di quanti erano rimasti pagani. Contrariamente, i missionari non avrebbero potuto estirparne le titubanze né impedire il ritorno agli antichi costumi.

L’evangelizzazione degli indios sarebbe rimasta una chimera fino a quando non si fossero organizzati gli insediamenti, con un regime e un’autorità proprie. I primi tentativi di formare simili villaggi si diedero nello Stato della Bahia. Questi rappresentarono la modalità più efficace e originale della colonizzazione del Brasile, primo seme delle celebri reducciones dei gesuiti.

Per essere efficace e completa, l’attività dei missionari aveva bisogno dell’appoggio delle autorità pubbliche. Il terzo Governatore Generale del Brasile, Mem de Sá (1558-1572), concesse tutto l’appoggio morale e materiale ai primi missionari gesuiti, guidati da padre Manoel da Nóbrega. Sotto l’influenza della Compagnia di Sant’Ignazio, i Governatori Generali concessero a questi insediamenti benefici quasi municipali.

Avevano infatti una legislazione speciale che regolava i beni degli indios, la loro separazione dai portoghesi, il commercio tra di loro e il regime di lavoro, basato sulle istituzioni portoghesi. Ebbe così inizio la grande opera di evangelizzazione degli indios brasiliani, il cui sviluppo tratteremo nel prossimo articolo.

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Bibliografia:– Padre Serafim Leite, História da Companhia de Jesus no Brasil, Livraria Portugalia, Lisboa, 1938.– Francisco Adolfo de Varnhagen, História Geral do Brasil, Edições Melhoramentos, São Paulo, 1959.– Alfred Metraux, A religião dos tupinambás, Cia. Editora Nacional, São Paulo, 1979.– Allcionilio Bruzzi Alves da Silva, A Civilização Indígena do Uaupés, Libreria Ateneo Salesiano, Roma, 1977.

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L’epopea missionaria nella formazione della Cristianità luso-brasiliana

Dalla scoperta fino ai nostri giorni: la grande opera realizzata dai missionari per cristianizzare e civilizzare gli indios brasiliani

Carlos Sodré Lanna

Se non fosse stato per gli insediamenti, l’evangelizzazione degli indios non sarebbe stata altro che una chimera. Con un governo e un’autorità proprie, detti insediamenti rappresentarono la modalità efficace e originale della colonizzazione del Brasile, e forse il primo seme delle celebri riduzioni gesuite.

Dispersi com’erano, i nativi non avrebbero mai abbandonato i loro vizi e le loro abitudini nomadi, né avrebbero smesso di combattersi e di praticare il cannibalismo. Le autorità pubbliche diedero totale appoggio all’attività dei primi missionari.

L’arrivo in Brasile di Mem de Sá, terzo Governatore Generale del Paese a partire dal 1558, diede nuovo impulso all’opera di conversione degli indios, grazie all’aiuto prestato all’opera missionaria e in modo particolare agli insediamenti. Governo e missionari gesuiti erano coordinati e guidati dai padri José de Anchieta e Manuel da Nóbrega. Più tardi giunsero altri ordini e congregazioni religiose come i francescani, i benedettini, i carmelitani etc. San José de Anchieta divenne noto come l’Apostolo del Brasile.

I primi insediamenti

I primi villaggi vennero fondati nell’attuale Stato della Bahia nel 1558, sotto il governo di Mem de Sá. In questi insediamenti, gli indios venivano istruiti sulla religione e persuasi ad abbandonare l’antropofagia e l’alcolismo. Inoltre, ci si prendeva cura della loro alimentazione, del loro abbigliamento, della loro salute etc., facendo sì che assumessero gradualmente costumi civilizzati.

I missionari cercavano di installare i villaggi negli stessi luoghi in cui già vivevano i nativi.Sotto l’influenza dei gesuiti, questi insediamenti godevano di molti vantaggi e di una legislazione speciale che regolava i beni degli indios, la loro separazione dai portoghesi, il commercio tra gli uni e gli altri, il regime di lavoro e la gerarchia amministrativa, basata sulla struttura giuridica delle istituzioni municipali portoghesi.

Durante questo primo esperimento di villaggi, l’opera degli evangelizzatori consistette in lunghe missioni con le tribù, che lentamente si cristianizzarono. Un funzionario civile, l’ufficiale giudiziario, veniva nominato dal Governatore Generale ed era molto rispettato dagli indios. All’inizio, i delitti più comuni erano antropofagia e liti causate dall’alcol, ma anche adulterio, furti, assenze ingiustificate al lavoro, a scuola e agli atti religiosi.

Una volta comprovato il delitto, l’ufficiale giudiziario applicava la pena corrispondente. I missionari cercavano di difendere gli indios contro eventuali abusi praticati dalle autorità civili. Nei villaggi v’erano sempre una chiesa, un collegio, un ospedale e case per gli indigeni. Alcuni insediamenti arrivarono ad accogliere 5 mila abitanti, il che richiedeva un preciso ordine amministrativo e più terra per le colture.

Gli indios si sottomettevano a un regime umano di lavoro, con scadenze prefissate, in modo da non cadere nella tentazione della pigrizia. Ricevevano un salario, vestiti e cibo in base alle attività esercitate.

L’evangelizzazione degli indios

Inizialmente, l’apostolato fu quasi esclusivamente individuale. Per la conversione dei nativi non si ricorreva necessariamente a predicazioni dottrinali, come ad esempio nell’India o nel Giappone dell’epoca. Molto intuitivi, agli indios era sufficiente insegnare la legge morale e far sì che preservassero questo insegnamento.

La dottrina si sarebbe imposta con il tempo. Fatta eccezione per i naturali ostacoli psicologici dovuti ai loro costumi selvaggi, non opponevano resistenza alla Religione cattolica. Molti chiesero di esservi istruiti. I missionari, lungo cinque secoli, studiarono a fondo il loro carattere e la loro psicologia. Mirando soprattutto alla salvezza delle anime, desideravano però anche che fossero ben alimentati, affinché godessero di buona salute; posizione opposta rispetto a quella degli stregoni o degli sciamani, che promettevano benefici materiali pur lasciandoli a vivere nell’ozio.

Indolenti, difficili da smuovere, a volte gli indios si trovavano in difficoltà per non voler nemmeno procurarsi il cibo… Capivano tutto repentinamente, ma senza profondità. Tali caratteristiche esigevano dai missionari dolcezza e fermezza, pazienza e una presenza costante. Molti indigeni furono buoni guerrieri contro invasori stranieri e altri selvaggi rivoltosi.

Nei rapporti reciproci, non potevano mai dimostrare debolezze. I nativi, per natura, non erano inclini alla mitezza. La crudeltà e i costumi sanguinari erano infatti profondamente radicati nei loro spiriti. Ne è prova il martirio dei due fratelli coadiutori gesuiti Pero Correia e João de Souza, uccisi dai Carijós nel 1555.

Il ruolo dei bambini

Dopo quest’apostolato individuale, ebbe inizio l’evangelizzazione attraverso l’istruzione. Nel 1549 padre Manuel da Nóbrega scriveva che i missionari iniziarono a visitare le case degli indigeni, nei villaggi, invitando i bambini ad apprendere a leggere e a scrivere, e che questi accettavano di buona volontà.

I missionari cercavano di conquistare la simpatia dei membri più influenti delle popolazioni aborigene, mentre i bambini orfani portati da Lisbona insieme a quelli dei collegi attiravano i bambini indios, chiamati curumins. Insieme ai capi delle tribù si concordava il procedimento da tenere nelle visite e l’obiettivo principale, ovvero predicare la legge di Dio.

Una volta stabilizzati i villaggi, i missionari iniziavano a viverci. In questo modo, attraverso i figli, si raggiungevano i genitori indifferenti e pigri. I bambini si trasformavano subito in maestri e apostoli. I bambini portoghesi dei collegi, assieme ai curumins, entravano nei villaggi pagani, predicando, insegnando e conducendo le anime a Dio.

Sia loro che i missionari percorrevano i villaggi con alla testa una croce e intonando inni: i nativi, sempre meravigliati, generalmente li ricevevano bene. I figli degli indios apprendevano a leggere e a scrivere portoghese, a cantare e a servire la Messa.

L’insegnamento musicale fu sempre intenso, e svolse un ruolo importante nell’apostolato. Gli indios si interessavano a tutto. Al suono della campana, che li invitava ad assistere alla Messa, accorrevano in chiesa. Provavano un’attrattiva per le musiche sacre, partecipavano contenti alle processioni religiose. Prestavano molta attenzione ai sermoni tradotti dagli interpreti.

Gli indios apprezzarono sempre i missionari

In ogni epoca dell’evangelizzazione, i nativi apprezzarono sempre i missionari. Entrando nei villaggi, i religiosi erano molto solleciti sia verso i bambini sia verso gli adulti, aiutavano gli ammalati e mostravano affetto e lealtà verso tutti. Erano ritenuti uomini benevoli e si sforzavano di esprimersi nella lingua del posto. Condannavano ogni uomo bianco che volesse far loro del male. E mai chiedevano in cambio dei doni, come facevano invece gli stregoni.

Quanto agli abiti, vennero usati poco a poco. I missionari distribuivano vesti alle donne e pantaloni agli uomini. Allo steso tempo, incoraggiavano l’ancora rudimentale industria tessile. Era necessario inculcare l’abitudine di vestirsi ogni giorno. Il mezzo più efficace per raggiungere questo obiettivo fu esigere che stessero vestiti in chiesa. Dovevano riservare il necessario dei loro guadagni per acquistare i “vestiti per vedere Dio”, sotto la pena di non essere ammessi alle cerimonie religiose.

Fu così che, grazie all’assistenza agli atti di culto, questo uso entrò gradualmente nei costumi dei nativi. La grande difficoltà incontrata dai missionari – che continua ancora oggi – fu l’azione esercitata dagli sciamani o stregoni delle tribù. Questi odiarono sempre i religiosi, considerandoli loro rivali nella pratica della profezia e della medicina.

Uno sciamano difficilmente si convertiva alla Religione di Nostro Signore Gesù Cristo. Tale modalità di evangelizzazione ebbe tanto successo che ancora oggi è mantenuta nella sua essenza, applicata dai missionari fedeli alla tradizione gloriosa del lavoro svolto da Anchieta, l’Apostolo del Brasile.

Purtroppo però, ai nostri giorni si è formata una corrente composta da missionari neo-tribalisti, i quali propongono di mantenere l’indio nel suo stadio primitivo di cultura. Nel prossimo articolo, analizzeremo questa nuova missiologia e i danni che sta causando ai poveri indios e alla nazione brasiliana.

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BIBLIOGRAFIA:

Padre Serafim Leite, História da Companhia de Jesus no Brasil, Editora Portugal, Lisbona, 1943.

Rocha Pombo, História do Brasil, W. M. Jackson, Inc. Editores, Rio de Janeiro, 1942.

Francisco Adolfo de Varnhagen, História Geral do Brasil, Edições Melhoramentos, São Paulo, 1959.

Padre Alcionilio Bruzzi Alves da Silva, A Civilização Indígena do Uaupés, Libreria Ateneo Salesiano, Roma, 1977.

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