1989 Berlino. Il comunismo tra conti e amnesie

caduta_MuroNuova Secondaria n.3 2009

A venti anni dalia caduta del Muro di Berlino la discussione e la ricerca sulla storia del comunismo presentano una evidente difficoltà. L’oscillazione dei confini e l’incertezza dei lineamenti del comunismo del XX secolo sono la inevitabile conseguenza del fatto che la sua storia, a differenza del nazismo, non è stata sempre parallela, ma ha intersecato la storia della democrazia avendo in comune tratti di cammino anche rilevanti. La questione comunista infatti investe inevitabilmente la natura dell’antifascismo destabilizzando ciò che da decenni è considerato prevalentemente in blocco come fondamento della democrazia.

di Ugo Finetti
(giornalista RAI storico contemporaneo)

A venti anni dalla caduta del Muro di Berlino la discussione e la ricerca sulla storia del comunismo presentano  una evidente difficoltà. Che l’Unione Sovietica sia stato un atroce regime dittatoriale è riconosciuto dalla quasi totalità degli studiosi, ma i confini di questo fenomeno storico sono ancora molto labili, incerti e oscillanti: sia nel tempo sia nello spazio.

Tutta la storia dell’Urss è una catena delittuosa? Lenin è uguale a Stalin? Lo stesso panorama dei successori del dittatore georgiano non è senza rilevanti differenziazioni, altrimenti non si potrebbero spiegare la “destalinizzazione” di Kruscev e la “glasnost” di Gorbacev. Analogamente si guarda alle varie esperienze nel mondo insistendo nei loro aspetti specifici ed evitando di considerare come semplici doppioni i vari paesi comunisti. Soprattutto la difficoltà di un giudizio globale riguarda il comunismo che non è stato al potere, ma all’opposizione a cominciare da quello in Europa occidentale o sotto dittature di destra.

L’oscillazione dei confini e l’incertezza dei lineamenti del comunismo del XX secolo sono la inevitabile conseguenza del fatto che la sua storia, a differenza del nazismo, non è stata sempre parallela, ma ha intersecato la storia della democrazia avendo in comune tratti di cammino anche rilevanti. Ciò è vero per l’Urss e la stessa figura di Stalin nella lotta contro Hitler e a maggior ragione per i comunisti occidentali. Il tema delle “corresponsabilità” incombe: infiamma e preoccupa. La questione comunista infatti investe inevitabilmente la natura dell’antifascismo destabilizzando ciò che da decenni è considerato prevalentemente in blocco come fondamento della democrazia.

Si è quindi prodotta una forte divaricazione e lacerazione in campo internazionale mentre a livello nazionale – italiano – si è registrato un sostanziale arroccamento essendo la “posta in gioco” la storia del partito di Granisci, Togliatti e Berlinguer che fu in un’elezione il primo partito italiano, che è stato al governo, in maggioranza ed anche quando è stato all’opposizione ebbe un ruolo molto condizionante della vita nazionale coinvolgendo masse e cervelli.

LA STORIOGRAFIA DOPO IL MURO

Tra gli studi non editi in Italia sull’evoluzione dei partiti comunisti dopo la caduta del Muro di Berlino c’è in particolare quello di Nikolaos Marantzidis, dell’Università di Salonicco, su Les stratégies des partis communistes d’Europe de l’Ovest après 1989 (pubblicato in Francia nel 2003), che, applicando modelli tratti dal marketing (Reponse to decline in Finn. Organisation and States di – A. O. Hirschrnan), ha descritto la fuoriuscita europea dal comunismo secondo la triade: exit, voice, loyalty. E cioè, prendendo il caso di un prodotto che entra in crisi sul mercato perché contestato dai consumatori, si esaminano le possibilità di reazione in tre modi: 1. cambiando nome (exit); 2. riproponendolo, però, con modifiche che tengano conto di una parte delle critiche (voice); 3. ignorando le contestazioni e puntando quindi sullo «zoccolo duro» della fidelizzazione (loyalty).

Su questa base si possono rappresentare l’evoluzione del mondo comunista, le sue diverse risposte e metamorfosi postcomuniste in Europa orientale e occidentale. In Italia si assiste all’unico caso al mondo in cui si siano verificate tutte e tre queste esperienze: l’exit del Pds-Ds; il voice di Rifondazione comunista; il loyalty del Pcd’I (che riprende appunto la stessa sigla del 1921).

La lettura della situazione italiana

Dopo aver avuto il più grande partito comunista all’opposizione, l’Italia è stato teatro della più vasta metamorfosi postcomunista occidentale. È quindi prevalsa in Italia la preoccupazione di tener fuori il comunismo italiano dalla storia del comunismo internazionale evitando persine una considerazione unitaria ed un confronto parallelo tra i due vicini e più importanti partii comunisti occidentali: il Pci e il Pcf.

Persino gli storici francesi di sinistra, ed in polemica con Stéphane Courtois e il Libro nero del comunismo (1997) hanno redatto Le Siecle des communismes (2000) riferendosi alla situazione italiana, rilevano come «uno dei limiti della nuova storiografia comunista» – a propositi degli studi fatti nel solco di Paoli Spriano, Ernesto Ragionieri, Giuliano Procacci ed Enzo Collotti – «è stato pur sempre la sua tendenza a privilegiare la dimensione nazionale della storia de Pci sottovalutando l’importanza de legami con il Komintern e l’Unioni Sovietica».

E a sua volta un altro storico francese di sinistra, Marc Lazar, che aveva considerato insieme l’evolversi della politica dei comunisti francesi e italiani nel dopoguerra – nel sue Maisons rouges (1992) – ricorda la reazione ostile prevalente negli storici italiani a considerare il Pci in modo non isolate e avulso dal resto del movimento comunista internazionale: «II solo pensare d poter confrontare il Pci con il Pcf era pei loro un’idea stramba a cui reagivano con scetticismo e con un sorrisino ironico».

«La concezione di un antagonismo sistematico tra i due partiti (Pci e Pcf, ndr; osserva ancora Lazar, «trova principalmente la sua origine nella storiografia comunista italiana» mentre secondo lo storico francése, soprattutto fino al 1956 (e quindi dagli anni Trenta, nel corso della Resistenza, nel periodo dei governi di unità nazionale dell’immediato dopoguerra e nella opposizione alla ricostruzione economica e democratica nell’ambito delle alleanze occidentali), i due partiti vanno studiati secondo una illuminante «fisionomia unitaria» (physiancmie d’ensemble).È infatti significativo che anche nella presa di distanza dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia nell’agosto del 1968 i vertici del Pci e quelli del Pcf abbiano usato la stessa parola («riprovazione»).

Ha quindi ragione Stéphane Courtois di scrivere nel suo seguito del Libro nero del comunismo – Du passe faisons tabk rase. Histoire e mémoire du communisme (2002) -che nel nostro Paese si registra il «quasi monopolio degli storici comunisti sulla storia del comunismo italiano e dell’Unione Sovietica»?

Di certo oggi nessuno storico italiano accetta di essere definito comunista, eppure uno dei principali esperti del comunismo, Robert Conquest (biografo di Stalin e autore de II Grande Terrore sui processi di Mosca negli anni Trenta), addita l’Italia come patria della stalinophilia, termine da lui coniato in riferimento allo storico Luciano Canfora, le cui tesi sul regime stalinista da un lato e sulla democrazia occidentale dall’altro hanno suscitato – all’estero, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti – perplessità e polemiche (1).

Certamente quello di Canfora è un caso a parte, ma nel complesso è indubbio che la tesi di Courtois abbia un suo fondamento che riguarda un certo regime autarchico nel complesso dell’editoria. «In particolare – come ha rilevato Andrea Graziosi nel 2006 mentre ultimava L’Urss di Lenin e Stalin – non sono state pubblicate nel nostro paese le opere fondamentali sullo stalinismo uscite negli ultimi anni».

Anche Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, nel presentare la nuova edizione 2007 del loro Togliatti e Stalin del 1996, tracciando un bilancio della storiografia italiana dopo la caduta del Muro di Berlino osservano: «Gli studi sul Pci ancora oggi sono dominati dagli storici di estrazione comunista» e Stéphane Courtois nel Dictionnaire du communisme, apparso in Francia nel 2007, sostiene che l’Italia è tra quei paesi in cui «il lavoro storico è spesso ostacolato da una memoria comunista nostalgica della sua gloria passata».

Il comunismo di Hobsbawn e quello di Pipes

A livello internazionale gli studi sul comunismo si sono polarizzati prevalentemente lungo due direttrici, che hanno avuto tra i più noti esponenti da un lato Erich J. Hobsbawm e, dall’altro, Richard Pipes sulla base del giudizio – positivo o negativo – dell’«idea comunista», in particolare nell’Occidente capitalistico. Alla tesi di Pipes, secondo cui «il comunismo non è stato una buona idea che ha avuto un cattivo esito; è stata una cattiva idea», si contrappone da parte di Hobsbawm la lettura di matrice classista del Novecento come teatro di scontro tra movimento operaio e capitalismo reazionario, usando la «guerra fredda» del secondo dopoguerra come categoria centrale dell’intero secolo: «Un secolo dominato dallo scontro fra il comunismo anticapitalista, figlio della Rivoluzione d’Ottobre e rappresentato dall’Urss, e il capitalismo anticomunista di cui gli Usa furono i campioni».

Alla luce della lotta tra progresso e conservazione – che si acuisce nell’alternativa tra antifascismo e fascismo – il comunismo viene valutato dallo storico inglese non solo per il ruolo «oggettivamente» positivo che ha svolto per vincere la, guerra contro Hitler, ma soprattutto per la crescita democratica sotto il dominio capitalista.

Mentre la lettura di Pipes induce a ipotizzare il comunismo come un freno allo sviluppo democratico ed economico, e a evidenziare il contrasto tra comunismo e libertà mettendo in rilievo gli aspetti negativi che il movimento comunista ha prodotto – sia al potere sia all’opposizione – in quanto imperniato sul primato di un’ideale giustizia sociale da conseguire al prezzo di sacrificare le «libertà borghesi» e di combattere la «democrazia formale», al contrario, nella considerazione del comunismo svolta da Hobsbawm, viene coltivata la distinzione tra teoria fallimentare e ruolo positivo.

In Italia sulla base di una impostazione “antifascista” si segue Hobsbawm: si propone un giudizio negativo delle aberrazioni del comunismo orientale, ma positivo del ruolo svolto dai comunisti occidentali secondo la tesi esposta dai curatori del Dizionario del comunismo (edito da Einaudi nel 2006): «I comunisti» scrivono Silvio Pons e Robert Service, «hanno seguito i percorsi più diversi nella storia del XX secolo. Quando non hanno avuto il potere hanno contribuito a lotte di emancipazione sociale e di liberazione. Quando lo hanno avuto hanno instaurato regimi oppressivi e liberticidi».

I COMUNISTI AL POTERE E ALL’OPPOSIZIONE

Che l’analisi del comunismo debba differenziarsi distinguendo tra partiti al potere e partiti all’opposizione è ovvio. La distinzione l’aveva ben presente lo stesso Stalin mentre dettava i comportamenti dopo l’accordo con Hitler il 7 settembre 1939: «La posizione dei comunisti al potere è diversa da quella dei comunisti all’opposizione. Noi siamo padroni a casa nostra». Anche Francois Furet quindi, ben più vicino a Pipes che non a Hobsbawm, procede in Il passato di un’illusione (1995) all’«esame comparato» trattando «l’idea comunista» in modo distinto «a seconda che sia al potere per il tramite del partito unico, o sia diffusa nell’opinione pubblica delle democrazie liberali».

Anzi, lo studio dello storico francese privilegia il comunismo all’opposizione proprio in quanto «l’idea comunista ha vissuto più a lungo negli animi che nei fatti; più a lungo nell’Ovest che nell’Est dell’Europa». Ma quel che va tenuto presente è che – secondo Furet – «tra i due mondi, chiuso e segreto il primo, pubblico e aperto il secondo, il rapporto, benché impari, è costante». Quanti, come Richard Pipes, insistono su una visione unitaria del comunismo fanno leva su una specularità tra regimi e partiti derivante dalla condivisione di matrice ideologica, schema organizzativo e finalità politiche. Al regime dell’Est imperniato su:

1. partito unico,
2. polizia segreta,
3. pensiero unico,
4. economia centralizzata,
5. internazionalismo proletario

corrisponde il partito dell’Ovest caratterizzato da

a) centralismo democratico,
b) apparato clandestino,
c) scuole interne di formazione marxista,
d) anticapitalismo e antiriformismo,
e) antimperialismo e anti americanismo.

L’impostazione di Pons e Service sembra invece riproporre lo schema di matrice sessantotrina della contrapposizione tra movimento-lotte e istituzione-regime: positivo il primo stadio in quanto è quello della fase libertaria e creativa, negativo il secondo che ne rappresenterebbe l’«irnborghesimento» o comunque la trasformazione degli ideali originali in «potere» e la loro metamorfosi in «idea demoniaca».

In Urss e nei paesi satelliti

Seguendo tale linea di indagine differenziata si opera una sottovalutazione o comunque messa in ombra di quelle che Annie Kriegel in Les communistes francais (1985) considerava «les invariants» dei partiti nati nel solco dell’Internazionale Comunista: l’ideologia (il leninismo), l’organizzazione (il centralismo democratico) e la strategia (l’allargamento del campo socialista attraverso la “fuoriuscita” nazionale dal capitalismo).

Si tratta quindi di esaminare la realtà del comunismo – o comunque di quel comunismo che si autodefiniva movimento comunista internazionale, che riuniva in conferenze internazionali dei partiti comunisti e i cui partiti si riconoscevano scambievolmente “fratelli” – come fenomeno unitario anche se con differenze e specificità.

In   verità un’analisi articolata del «mondo comunista» dovrebbe anche distinguere tra Urss e gli altri Stati «satelliti», nel senso che – a differenza di quanto verificatosi nella società delle varie repubbliche sovietiche – è dagli Stati in cui il comunismo è sorto nel dopoguerra sull’onda dell’occupazione sovietica che in modo crescente (dalla protesta degli opera tedeschi a Berlino Est nel 1953 a quelli dei portuali di Danzica con la nascita del primo sindacato libero in regime comunista nel 1980, dal governo ungherese di Nagy nel 1956 al «nuovo corso» cecoslovacco del 1968) il «blocco sovietico» è stato sempre più destabilizzato.

Il comunismo andrebbe quindi studiato non sulla base del mero dualismo – comunisti al potere o all’opposizione -, ma secondo il triangolo che tiene conto anche del comunismo al potere, sia pure subalterno all’Urss, che ha rappresentato la maggiore contraddizione in seno al «mondo comunista». È nelle «democrazie popolari» dell’Europa orientale che si è infatti ripetutamente registrata, nel corso della seconda metà del XX secolo, una triplice «insorgenza» configurata dall’intreccio antisovietico di: a) patriottismo risalente alla fondazione degli Stati nazionali nel XIX secolo, b) tradizioni religiose cristiane, e) rivendicazioni liberali e libertarie di diritti individuali, d’espressione culturale e artistica e di ricerca scientifica.

A questa luce emerge come nella storia del «movimento operaio internazionale» vada tenuto presente anche il rapporto diretto tra governo comunista e carro armato. Il Muro di Berlino cominciò infatti a tremare quando a Varsavia s’insediò un capo di governo non comunista senza provocare l’invio di truppe sovietiche né colpi di Stato.

Ed è anzi significativo rilevare come in questa triangolazione (Urss, «satelliti», comunisti occidentali), per esempio nella crisi aperta dal «rapporto segreto» di Kruscev su Stalin al XX Congresso e poi culminata con gli scontri armati in Ungheria nel corso del 1956, furono proprio i principali partiti comunisti all’opposizione nei Paesi capitalisti – il Pci di Palmiro Togliatti e il Pcf di Maurice Thorez – a svolgere il ruolo di maggior conservazione in campo comunista rispetto agli altri due soggetti con il segretario del Pci che il 30 ottobre 1956 inviava una lettera al vertice del Pcus criticando la sua incertezza di fronte ai fatti ungheresi e sollecitando l’intervento armato. «Il vero stalinismo» ha osservato Vittorio Strada, «non fu un fenomeno sovietico (nell’Urss non essere stalinisti era, in tutti i sensi, impossibile), ma europeo, dato che nell’Europa, occidentale, almeno dopo la seconda guerra mondiale, tentare qualcosa di diverso non era impossibile».

Inoltre nel caso dei partiti comunisti che operavano in occidente occorre mettere in evidenza come tra partito e paese – ovvero gli altri soggetti politico-culturali, economico-sociali ed istituzionali – vi è stato un forte rapporto di reciproca influenza secondo un “dare” e “avere”: i comunisti sono stati influenzati nel loro sviluppo dallo sviluppo nazionale e lo hanno a loro volta influenzato.

La posizione del partito comunista in Italia

Il fatto che il partito comunista sia stato protagonista della vita democratica dell’Italia significa ritenere secondario il mettere a fuoco la sua particolare concezione di “democrazia” (a cominciare da quel che i suoi stessi dirigenti riconoscevano come “doppiezza”) e negare la rilevanza d’ella sua “scelta di campo” a fianco dei Movimento comunista internazionale?.

Prima di, giudicare bisogna ricostruire esattamente e comprendere. I difensori della “memoria” del comunismo italiano – come il presidente della Fondazione Istituto Gramsci Giuseppe Vacca – sostengono che lo studio sul Pci sarebbe oggi cristallizzato secondo due tendenze o polarità: chi sostiene che il Pci sia stato eterodiretto da Mosca e chi lo considera con vita autonoma in Italia (2).

Come dire: i primi sono gli studiosi seri, i secondi sono invece quelli che non sono capaci di distinguere tra il Togliatti a Mosca sotto Stalin ed il Togliatti che guida un’opposizione popolare e parlamentare. Ma è davvero così? Se così fosse vi sarebbe in entrambi i casi una sottovalutazione della centralità della vita interna del Pci come se la storia del comunismo italiano potesse essere fatta solo attraverso le biografie o comunque il punto di vista dei suoi segretari generali.

Il complesso itinerario del Pci non può essere ricostruito rimanendo racchiusi nello schema ancora classista della lotta tra progresso e reazione in Italia secondo un percorso univoco e necessario, ma va riconsiderato anche alla luce di scelte non sempre inevitabili e quindi superando l’uso del criterio dell’ “oggettivamente” positivo o negativo. Si tratta di scelte che avrebbero anche potuto essere diverse ed è quindi interessante far luce sulle alternative scartate o soccombenti e valutare in concreto – senza uno schema pregiudiziale e totalizzante – come nel Pci abbiano invece al tempo stesso convissuto autonomia ed eterodirezione e come quest’ultima sia stata non il risultato di un’imposizione, ma di una precisa volontà, di una libera «scelta di campo» (3).

È così che si può capire meglio in che misura il Pci abbia influenzato la vita nazionale ed al tempo stesso ne sia stato, condizionato e permeato, ma amando mantenere una irriducibile distanza critica, rivendicando una propria alterità che successivamente Berlinguer avrebbe definito “diversità” (prima in nome del leninismo e poi della “questione morale”). Il Pci ha voluto essere ed è stato “un mondo a parte” in Italia radunando una comunità di persone che in nome del proprio ideale di giustizia sociale ha scelto di sacrificare in parte la propria libertà personale accettando di vivere sotto il regime del “centralismo democratico”, prefigurazione antropologica della società socialista che intendevano edificare in Italia. È stata una buona o pessima idea?

LA NATURA DEL COMUNISMO

Esiste una “questione comunista” che deve essere chiarita in partenza e che riguarda unitariamente i partiti al potere e quelli all’opposizione. Alla base del comunismo c’è la Repubblica dei soviet e cioè un paese ricco di materie prime che disponeva di una enorme massa di manodopera a basso costo e ovunque trasferibile. Su queste basi è stata formulata una “dichiarazione di guerra” ideale ed una sentenza morale di condanna a morte di tutto il resto del mondo.

Il comunismo è la nascita e lo sviluppo di un soggetto “altro”, di una irriducibile “diversità” ed antagonismo. I comunisti ritenevano che il mondo in cui vivevano fosse destinato a scomparire (in modo violento, graduale, con più o meno tollerate sopravvivenze) in quanto essi – i comunisti sia al potere sia all’opposizione – intendevano portare l’umanità ad uno stadio nuovo.

Tutto il pluralismo e l’accettazione di istituti democratici potevano sopravvivere solo in un quadro di passaggio da “democrazia formale” a “democrazia sostanziale” grazie ad un nuovo rapporto vivificante tra Masse e Istituzioni. Per i comunisti .ciò che era “altro” da loro aveva, nell’incedere della Storia, le “ore” contate. Chi non era comunista era il passato, chi era comunista era il futuro. Di fronte al comunista – sia al potere sia all’opposizione – c’è un nemico da liquidare o un alleato da coinvolgere, ma che comunque rappresenta una sorta di ”freno”ovvero chi non è comunista è comunque un essere inferiore, ha un livello inferiore di “coscienza di classe”.

L’Unione Sovietica ha animato un antagonismo internazionale, i partiti comunisti all’opposizione hanno animato un antagonismo nazionale. Il comunista all’opposizione ha sempre inteso “fuoriuscire” dal capitalismo ed introdurre “elementi di socialismo”. L’anticapitalismo e l’antimperialismo sono i punti identitari del fenomeno storico del comunismo che non possono essere analizzati e compresi se non in un quadro unitario e non applicando lo schema Dr. Jeckyl (“lotte di liberazione”) e Mr. Hyde (“regimi liberticidi”).

Certamente vi è stato un “dare” positivo del comunismo in occidente attraverso lotte di tutela sociale e di unità democratica. Ma vi è stato anche un peso considerevole nel- frenare innovazioni e cambiamenti e soprattutto nell’inchiodare ad una “scelta di campo” conflittuale il mondo del lavoro. Le polemiche di Giorgio Amendola contro Enrico Berlinguer a proposito di cedimenti verso l’estremismo e la violenza tra il 1969 e il 1979 si riassumevano nell’accusa di voler “edificare il socialismo sulle rovine del Paese”. Analogamente anche la necessità di prendere le distanze dalle invasioni sovietiche della Cecoslovacchia e dell’Afghanistan e dal colpo di stato militare in Polonia non hanno determinato una diminuzione dell’antagonismo ideologico, sociale e culturale.

Fu proprio per sottolineare il mantenimento di una “scelta di campo” di radicale anticapitalismo, antimperialismo ed antisocialismo democratico europeo che, appunto nell’estate del 1981 all’indomani dei fatti polacchi, Enrico Berlinguer volle platealmente recarsi in America latina per incontrare i dittatori comunisti di Cuba e del Nicaragua, Tornando in Italia egli non pronunciò alcuna parola sulle repressioni e le carcerazioni, ma dichiarò che alla luce di quegli incontri egli aveva maturato una condanna dura e globale della socialdemocrazia europea, anche di quella «seria» in quanto si sarebbe occupata «poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne».

Le conseguenze della scelta di campo

Un inventario di che cosa è stata questa “scelta di campo” a livello internazionale e nazionale in Italia è considerato “anticomunismo viscerale” estraneo alla “comunità scientifica”. Eppure a livello storiografico nel mettere a fuoco il “dare” e “avere” tra comunismo e società italiana rientrano ad esempio il fatto che fenomeni che sono stati centrali nella cultura e nella storiografia di altri paesi, in Italia rappresentano ancora entità sostanzialmente sconosciute.

Si tratta in particolare dell’anticomunismo democratico che in Italia si è sviluppato da Filippo Turati e Carlo Rosselli a Gaetano Salvemini, da Luigi Einaudi a Ignazio Silone. Protagonisti dell’anticomunismo democratico come Leo Valiani recentemente, nel centenario della nascita, sono state ricordati in sede storiografica autorevole come filocomunisti o critici da sinistra del Pci. In parallelo in Italia per decenni si è ignorata la “dissidenza” nei paesi dell’est e la sua storia di opposizione, rivolte e denunce. In Italia, al contrario di quanto avvenuto in altri paesi a cominciare dalla Francia, il caso Solzenicyn nel 1974 fu acqua sulla roccia.

Il Pci difese l’espulsione dall’Urss e, significativamente Vittorio Foa ha ricordato con sincerità autocritica come quando vide Arcipelago Gulag in libreria, lo prese in mano, l’aprì, ma immediatamente lo chiuse e si rifiutò di leggere una sola pagina. Gustavo Herrling ha ricordato come la sua prefazione ai racconti di Salamov sulla detenzione a Kolyma affidatagli dalla Einaudi non fu pubblicata dalla casa editrice.

Lo stato della cultura italiana negli anni in cui il Pci ebbe maggior peso era tale che persino una personalità come Primo Levi rifiutava ogni collegamento tra lager e gulag in quanto in Urss «la morte dei prigionieri non veniva espressamente ricercata: era un incidente assai frequente e tollerato con brutale indifferenza, ma sostanzialmente non voluto». Per quanto riguardava la reclusione di intellettuali negli ospedali psichiatrici il sopravvissuto di Auschwitz osservava che il dissenso «non è più punito, ma si cerca di demolirlo con i farmaci (con la paura dei farmaci)» e che comunque questi «ricoverati politici» non superavano il centinaio. Ancora oggi parlare, di gulag è additato come tentativo “negazionista” di ridimensionare o addirittura occultare la Shoah.

Quando nel 1977, dopo che negli anni precedenti la Biennale di Venezia era stata dedicata alle vittime delle repressioni in Spagna e poi in Cile, l’istituzione veneziana decise di dedicare la rassegna di quell’anno al “Dissenso nei paesi dell’Est” vi fu una generale levata di scudi ed in conclusione si svolse con fondi tagliati, in soli quindici giorni ed in pieno inverno, venendo condannata e disertata dalla stragrande maggioranza dell’intellettualità italiana.

La storiografia militante

A questo inventario non può sfuggire anche la storiografia italiana. Quali erano gli elementi che prevalentemente la contraddistinguevano in quegli anni? Si è posto sotto accusa un insegnamento della storia cosiddetto cronologico e si è propugnata una metodologia cosiddetta interdisciplinare e multiculturale che ha la funzione non di informare in modo critico e pluralistico, ma di formare indicando agli studenti certezze democratiche e pericoli antidemocratici secondo l’ideologia del “presente come storia”.

Le storie del Novecento sono diventate un tribunale di sentenze sui secoli passati secondo la chiave di letture della perenne lotta tra il vecchio e i nuovo, tra progresso e reazione secondo una linea rossa che va dai Gracchi agli eretici, dai ghibellini ai giacobini dall’illuminismo al rivoluzionarsimo marxista e sovietico. Illuminante in proposito è il dibattito che proprio all’epoca – tra marzo e luglio 1973 – viene promosso dal settimanale del Pci, «Rinascita», sul ruolo della ricerca e i compiti della didattica da parte degli accademici.

Per Rosario Villari «La storiografia marxista è quella che ha saputo meglio spaziare dalla storia antica a quella contemporanea (…) allargando la tematica al di là dei confini nazionali». E’ quindi grazie a quella che Rosario Villari chiama «la spinta egemonica della cultura marxista» che è stato possibile «difendersi dai tentativi di porre sotto il segno dello “stalinismo” [tra virgolette] una parte troppo grande del Partito [il Pci] e dell’attività dei suoi dirigenti dal 1926 al 1953».

La concezione materialistica della storia è quindi presentata come uno stadio di sviluppo, una conquista partorita dal meglio della tradizione nazionale: «lo sforzo di assimilazione della metodologia marxista – conclude Villari – caratterizza oggi, comunque una parte importante che non esiterei a definire la più viva, della storiografia italiana». È in questo contesto che vede la luce la Storia d’Italia della .Einaudi presentata come la principale opera monumentale pluriennale. Per Leonardo Paggi essa avrà il compito di consentire «una risistemazione istituzionale di tutto il complesso delle nostre conoscenze storiche a partire dalla caduta dell’Impero romano».

Ernesto Ragionieri, il “patriarca” di questa manualistica engagée sentenzia appunto che «al di fuori dei marxismo — senza fare i conti con Gramsci – non si fa in Italia opera seria di cultura storica». E quindi grazie alla Storia d’Italia della Einaudi si avrà a disposizione uno strumento di diffusione della lettura, classista capace di diffondere come vadano definite in modo corretto «la natura dello Stato italiano», «la formazione e trasformazione delle sue classi dirigenti», «la collocazione internazionale dell’Italia e quindi la politica estera seguita in tempi successivi di questo secolo di storia unitaria».

È pertanto alla luce del materialismo storico, dello sviluppo della lotta di classe nel mondo e della storia del movimento operaio internazionale che s’impone in Italia secondo Enzo Santarelli una storiografia davvero scientifica nel segno cioè di «una visione il più possibile internazionale» che «lega la Comune di Parigi alla tregua nel Viet Nam del 1973». Questo il tipo di “storia comparata” che viene esemplificato.

Intervenendo in quel dibattito dalle colonne di «Rinascita» Franco De Felice (il futuro inventore della teoria del «doppio Stato») spiega che «la III Internazionale [ovvero il Komintern] costituisce il primo grande esperimento di interpretazione collettiva dei fenomeni del mondo, un laboratorio analitico di eccezionale importanza». «Il ricercatore storico marxista – prosegue Franco De Felice – è parte specifica (e i due elementi – insiste – sono strettamente connessi) di un movimento di massa che tende a diventare Stato».

La lettura del passato è del tutto subordinata allo schierarsi nel presente: «Nel rapporto Passato-Presente è quest’ultimo che deve tendere ad operare come elemento attivo, dominante e caratterizzante del rapporto. È il lavoro vivo che. deve tendere a controllare e dominare il lavoro morto».

Questa storiografia comunista ha coltivato ed insegnato una “eccezione d’infamia” sulla democrazia e sull’intera storia d’Italia.

Ancora nel 1998, Giorgio Rochat, omaggiando il ruolo svolto da Guido Guazza (Presidente dell’istituto nazionale di Storia del Movimento di Liberazione Italiano dal 1972 al 1996), così lo riassume: «La sottolineatura della continuità della società e della politica italiana da Giolitti a De Gasperi attraverso Mussolini: una continuità tra scelte-moderate e nazionaliste, in cui la resistenza rappresenta un momento di rottura democratica».

Pertanto nella manualistica “militante” ancora oggi molto diffusa il senso di colpa e di inferiorità verso il movimento operaio a direzione comunista è radicato e motivato rappresentando a) la mafia come conseguenza dello sbarco anglo-americano in Sicilia; b) il terrorismo come conseguenza dell’adesione dell’Italia alla Nato; c.) la corruzione come conseguenza dell’esclusione del Partito comunista dal governo.

Proprio in quel convegno in cui Quazza era relatore veniva rinnovata la scomunica di De Felice da parte della “comunità scientifica”.

Anni dopo la caduta del Muro di Berlino ed il congiunto crollo del comunismo al potere e all’opposizione — con la partecipazione di Luigi Berlinguer ministro della Pubblica istruzione e di Luciano Violante presidente della Camera – in quel convegno presieduto dal leader dell’Anpi Arrigo Boldrini (il “leggendario” comandante partigiano comunista “Bulow”), da Violante e alla presenza del “gotha” dell’antifascismo accademico, da Enzo Collotti a Claudio Pavone, così dalla tribuna veniva bollata la lettura non marxista di Renzo De Felice: «La soluzione di De Felice è geniale: la cancellazione di tutti gli studi esistenti che non siano di matrice fascista, rifiutati appunto come “vulgata resistenziale”.

Un modo di procedere brutalmente politico e di stile fascista». Allo storico marxista in quel convegno sulla Resistenza era poi dedicata un apposita relazione-requisitoria — «II ruolo di Renzo De Felice» di Giampasquale Santomassimo – in cui si spiegava che la polemica di De Felice contro «la storiografia di ispirazione antifascista» che fa capo all’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione italiano (Insmli) è responsabile del «montare di un astio e di un rancore verso la tradizione antifascista» e quindi di una «rivisitazione benevola e giustificativa del fascismo».

La “questione comunista” in particolare in occidente, non è questione di “libri neri”, ma di un retaggio che può ancora costituire un freno antistorico in quanto questa lettura classista del Novecento ha partorito una vasta manualistica scolastica. Nel 1959 la socialdemocrazia tedesca “mandava in soffitta” Marx con il Congresso di Bad Godesberg. È forse il tempo, alla luce di una riflessione sul perdurare di luoghi comuni della lettura classista del Novecento, di celebrare in Italia una Bad Godesberg storiografica

Note

1) La casa editrice tedesca Beck rifiutò nel 2005 di pubblicare il libro di Canfora La democrazia. Storia di un’ideologia, in particolare per le tesi giustificazioniste verso Stalin. Secondo Canfora, infatti, il «terrore» stalinista andava considerato nel quadro di «una guerra civile ininterrotta», condotta anche da parte degli antistalinisti «con ferocia e senza esclusione di colpi», e la Polonia sarebbe stata invasa nel 1939 perché era «uno Stato istericamente antisovietico e accondiscendente di fronte alla Germania hitleriana». Canfora nel suo saggio ripropone la tesi esposta da Stalin nel settembre 1939: «Lo Stato polacco adesso è uno Stato fascista. Nella situazione attuale la distruzione di questo Stato significherebbe uno Stato borghese di meno! Che cosa ci sarebbe di male se, come effetto della sconfitta della Polonia, noi estendessimo il sistema socialista a nuovi tenitori e popolazioni?» (cfr. Georgi Dimitrov, Diario. Gli anni dì Mosca (1934-1949), Einaudi, Torino 2002, p. 194). Il libro di Canfora, edito in Italia da Laterza, non aveva provocato fino ad allora alcuna reazione critica. Il Corriere della Sera, di cui Canfora è autorevole collaboratore, riportando la vicenda tedesca aprì nel novembre 2005 un dibattito nelle pagine culturali curate da Pierluigi Battista. In proposito Victor Zaslavsky osservò che «la cultura italiana ha sviluppato solidi anticorpi contro il nazifascismo, ma non ha fatto i conti con lo stalinismo, forma non meno pericolosa di totalitarismo». Vale la pena ricordare che Luciano Canfora volendo screditare la rivolta di Budapest repressa nel 1956 con l’invasione sovietica non esita a utilizzare le tesi di David Irvingsul carattere filonazista presente nell’insurrezione ungherese. Il “negazionista” se è un teste a discarico dell’Urss diventa credibile.

2) «Nella storiografia sul comunismo italiano esistono due linee fondamentali. La prima ne ha privilegiato l’autonomia, la seconda l’ha negata. Alla prima appartengono gli storici comunisti, da Spriano a Ragionieri. Nella seconda rientrano, per esempio, Victor Zaslavsky ed Elena Aga-Rossi. La prima corrente s stata influenzata dal ruolo che il PCI ha avuto nella società italiana. L’altra, dalla considerazione che fosse parte di un organismo internazionale eterodiretto da Mosca» («la Repubblica», 25 maggio 2000).

3) Scrive Francois Furet a proposito del comunismo all’opposizione: «II movimento riuscirà anche a trattenere, per tutta la vita, dei militanti talmente fedeli da formare sino alla fine del secolo una specie politica particolare: costoro non abbandoneranno mai il campo dell’Unione Sovietica, per loro inseparabile dalla rivoluzione (…) essi non riusciranno a concepire che un unico senso per la loro esistenza, servire la causa dell’Ottobre 1917, come se i! nuovo mondo fosse veramente nato allora» (op. cit., p. 125).

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