I Tea Party una rivolta americana

Tea_partyRassegna Stampa 11 ottobre 2010

In uscita nelle librerie il volume di Marco Respinti sui Tea Party, che non sono soltanto un movimento di opposizione al presidente repubblicano  Obama ma il modo in cui sta prendendo nuova vita il movimento conservatore americano

segue

Libero 14 ottobre 2010

Anche in Italia è l’ora del Tea Party


Un libro di Marco Respinti ricostruisce la storia dei movimenti Usa e spiega che pure da noi può avere successo la battaglia anti-Fisco

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Negli Usa sta avanzando un movimento in seno al Partito Repubblicano, alimentato dalla contrarietà nei confronti delle politiche definite “socialiste” di Barack Obama. E’ il “Tea Party”, della cui nascita non si ha una data precisa, per molti riconducibile a quando Rick Santelli, giornalista della CNBC, proponeva una riedizione della rivolta anti-inglese contro le politiche neo stataliste della nuova Amministrazione democratica.

Durante la Rivoluzione Americana, infatti, alcuni patrioti gettarono tonnellate di tè nella baia di Boston per protestare contro una tassa sull’importazione, al grido: «Niente tassazione, senza rappresentazione». Pertanto, gli odierni seguaci del Tea Party si richiamano a questo gesto storico per protestare contro le iniziative del governo Obama. Ma non si limitano solo a manifestazioni per strada con cortei di scontenti al seguito, bensì stanno ottenendo grandi successi anche nelle primarie interne allo stesso Partito Repubblicano, in vista delle elezioni dei Governatori che si terranno il prossimo novembre.

Questo movimento ha attirato l’attenzione di un osservatore e studioso della realtà conservatrice americana, Marco Respinti il quale ha pubblicato già diversi articoli sulla stampa italiana (l’Occidentale, Libero, cronache di liberal, Cristianità) che stanno per uscire sotto forma di volume edito da Zolfanelli in collaborazione con il Columbia Institute e nelle librerie dal 20 ottobre.

Il libro, intitolato L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana, sarà il primo di una collana diretta dallo stesso Respinti: US Polis, della quale subito dopo le importanti elezioni statunitensi di medio termine del 2 novembre, farà parte un secondo volume con gli articoli successivi al luglio 2010 e una valutazione globale dell’esito elettorale.

Marco Respinti è Senior Fellow presso The Russell Kirk Center for Cultural Renewal di Mecosta, in Michigan e direttore della sua sezione italiana: il Centro Studi Russell Kirk di Milano. E’ Socio di Alleanza Cattolica, presidente del Columbia Institute di Milano, socio fondatore e membro del consiglio direttivo del Center for European Renewal; è coordinatore per l’Italia del World Congress of Families promosso da The Howard Center for Family, Religion and Society (Rockford, Illinois) nonché responsabile per il Nordovest della Laogai Research Foundation Italia Onlus di Roma.

Respinti è soprattutto un profondo conoscitore del pensiero conservatore anglo-americano e in particolare di Russel Kirk, al quale ha dedicato studi, saggi e di cui ha tradotto diverse opere. Per questo un movimento come i Tea Party non poteva che solleticare il suo interesse.

Come si legge nell’anteprima del libro il “cambiamento” promesso dal presidente Barack Hussein Obama si è infatti rivelato una delusione colossale e dal 19 febbraio 2009 la reazione alle politiche perseguite dalla sua Amministrazione ha preso forma attraverso una rivolta popolare e piuttosto trasversale di natura fiscale, i “Tea Party”, appunto.

Un movimento che fa appello allo “spirito del 1776” e al conservatorismo costituzionale e che è in continua crescita in tutto il Paese; costituito da cenacoli informali, riunione di poche decine di persone oppure raduni con migliaia di partecipanti, alcuni famosi, la maggior parte cittadini comuni. Gridano alla politica che la misura della sopportazione è oramai colma, che nessuno ha più voglia, semmai l’avesse avuta prima, di pagare i costi e i danni prodotti da altri, soprattutto da uno Stato sempre più invadente e rapace.

La crisi finanziaria mondiale, iniziata negli Stati Uniti con il crollo del sistema surreale dei mutui “allegri”, ha innescato la miccia e oggi continua ad alimentare la protesta, fornendo il quadro di riferimento al movimento. Ma i “Tea party”sono molto più della pur dura e doverosa contestazione dell’Amministrazione Obama e delle sue politiche liberal.

Sono il modo in cui sta prendendo vita, nuova vita, il movimento conservatore grassroots, cioè popolare ma non populista, dopo la sconfitta subita dal Partito Repubblicano alle elezioni del 2008, la formazione politica in cui diversi suoi esponenti avevano creduto, almeno in parte, di potersi riconoscere.

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Marco Respinti, L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana, Solfanelli-Columbia Institute, Chieti-Milano 2010

1 Introduzione
2 Obama, un anno dopo
3 La cerimonia (americana) del tè
4 E adesso controrivoluzione
5 Il cuore “fusionista”
6 Mitch Daniels: mercato e diritto alla vita
7 Scott Brown, l’incubo dei Democratici
8 La débâcle dei Kennedy e la “vendetta” di Federer
9 Falsi problemi
10 Persino il Massachusetts
11 Pensando alla Corte Suprema
12 Ma quali estremisti…
13 I dieci grattacapi dei Democratici
14 Pensata alla Corte Suprema
15 Rand Paul, la sveglia
16 Newt Gingrich, proprio lui
17 Attenzione a Sarah Palin
18 Nikki Haley, che non fa l’indiana
19 Nikki, come volevasi dimostrare
20 Petrol-tasse
21 Bipartitismo a rischio?
22 «Una tempesta perfetta per abbattere Obama»
APPENDICE

I – 7 novembre 2006: «Gli Stati Uniti d’America sono ancora un Paese conservatore»

II. – Stati Uniti d’America, 4 novembre 2008: l’elezione del 44° presidente federale
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Libero, 14 ottobre 2010

CONTRO LE TASSE

Anche in Italia è l’ora del Tea Party

Un libro di Marco Respinti ricostruisce la storia dei movimenti Usa e spiega che pure da noi può avere successo la battaglia anti-Fisco

di Andrea Morigi

«Noi ci teniamo armi, soldi e libertà. Obama tieniti il tuo cambiamento», recitano alcuni significativi cartelli inalberati durante i Tea Party statunitensi, Polemizzano contro lo strapotere federale – il Big Govenement – che ha assunto il volto dell’attuale presidente- statunitense e il corpo della burocrazia di Washington DC.

Eppure, di questi comitati spontanei di rivolta liberal conservatrice si dice che facciano addirittura il gioco di Obama, indebolendo 1e strutture e la credibilità del partito repubblicano. È la chiave di lettura preferita da una buona parte dei commentatori italiani di cose americane, che pigramente citano a sostegno delle proprie tesi alcuni sondaggi favorevoli ai democratici, dati ultimamente in ripresa. Il 2 novembre prossimo, data delle elezioni di metà mandato per il rinnovo del Congresso e di un terzo del Senato nordamericani, si vedrà chi aveva ragione.

Lo spirito dell’Indipendenza

Di fatto, il Gop era stato sconfitto alle presidenziali del 2008. Cioè prima dell’insorgenza. Attribuire responsabilità retroattive non è né politicamente onesto né scientificamente rispettoso della realtà. Anzi, la storia a stelle e strisce sta a dimostra­re semmai che, al distacco della classe dirigente repubblicana dallo “spirito del 1776”, cioè dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana, corrisponde un’eguale e contraria perdita di consen­si.

Nell’attesa che i risultati delle urne confermino la regola, e sempre a patto che si intenda uscire dal coretto (politicamente) corretto, composto da gente intimorita perfino da Sarah Palin e Glenn Beck, bisogna invece andarsi a leggere il volume di Marco Respinti, L’ora dei Tea party. Diario di una rivolta americana (Solfanelli editore, pp. 160, 12 euro). L’autore è fra gli studiosi che dispongono degli strumenti adeguati per aprir bocca sul voto americano.

Si ripubblicano qui alcune sue memorabili quanto complesse ed esaustive analisi dei flussi elettorali, già comparse su Cristianità, la rivista di Alleanza Cattolica. Ma alla precisione accademica si accompagna la capacità di cimentarsi con la cronaca, salvando però del materiale che forse si rivelerà utile all’inquadramento del feno­meno dal dimenticatoio in cui per forza di cose finiscono gli articoli dei quotidiani.

In realtà « i “Tea Party” rappresentano oggi la sanior pars del mondo americano, della sua tradizione conservatrice. Il loro altro nome è “fusionismo”», scrive Respinti, «la loro realtà l’essere laici sul serio e però religiosi, prolife e pro-market, e l’una cosa poiché l’altra e viceversa, al contempo tradizionalisti e libertarian, pionieri e padri di famiglia assieme».

Ma la scommessa del movimento, nato il 19 febbraio 2009 ispirandosi alla rivolta del tè contro l’Inghilterra “statalista” del XVIII secolo, non è che all’inizio sebbene i risultati siano innegabili.

Da noi, il fenomeno è ancora più acerbo. C’è un Tea Party Italia che deve difendersi dall’accusa più scontata, il «tu vuò fa’ l’americano», con la reazione più efficace, cioè richiamando l’attenzione sulla questione fondamentale,cioè le tasse. Non è necessario importare  né scimmiottare nulla da Oltreoceano. La pressione tributaria è già sufficientemente alta in Italia per potersi concentrare, per il momento, al solo obiettivo della riduzione fiscale. Ne trarrebbero giovamento le imprese, ma anzitutto le persone e le famiglie, perché nel contempo si ridurrebbero le dimensioni del Moloch statale onnipervasivo e spendaccione.

Il Moloch statalista

Di qua e di là dall’Atlantico, in fondo, tutto l’Occidente si trova a fronteggiare, sebbene con velocità e intensità diverse, la stessa minaccia da parte di un dispotismo democratico che si serve delle imposte per alimentare una spesa pubblica mostruosa.

Ed è quello lo strumento con cui anche le libertà fondamentali della persona vengo­no sacrificate sull’altare del dispotismo democratico dirigistico. Anche limitarsi al solo pareggio di bilancio, tutto sommato, rappresenterebbe  una vittoria storica per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Tanto che quella battaglia potrebbe essere condivisa anche da ambienti non strettamente liberisti.

Perciò trattare i Tea Party come un fenomeno esclusivamente libertario sarebbe limitativo. Per alcuni analisti, il peccato originale consisterebbe proprio nella monotematicità. Salvo poi, quando i repubblicani grassroots arrivano a riscoprire ii diritto naturale e i princìpi non nego­ziabili della dottrina sociale della Chiesa, denunciamela deriva reazionaria. Semplicemente, chi teme i Tea Party rifiuta Dio, la patria, la famiglia e la proprietà privata. In America come in Italia.

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Marco Respinti L’Ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana Ed Solfanelli-Columbia Institute, Chieti-Milano 2010

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