“Ex captivitate salus”. Se sia ancora attuale il concetto di “guerra civile europea”

Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân  sulla Dottrina sociale della Chiesa

Nono rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo

EUROPA LA FINE DELLE ILLUSIONI

Stefano Fontana*

La storia moderna dell’Europa è stata letta da molti studiosi tramite la chiave interpretativa della “guerra civile”. A cominciare dalla Rivoluzione francese, in Europa si sarebbe svolta una continua, anche se differenziata nelle forme, guerra civile, la “guerra civile europea”.

Della situazione di guerra civile aveva fatto una penetrante sintesi Carl Schmitt nella sua opera Ex captivitate salus (1), pubblicata a Colonia nel 1950, dopo la sua detenzione dal 1945 al 1947 per l’accusa di aver collaborato con il Nazismo. Il concetto era stato da lui ampiamente analizzato nell’ottica del potere politico inteso come l’ultima istanza decisionale nella situazione di emergenza.

Il grande storico revisionista Ernst Nolte (morto di recente, il 18 agosto 2016) aveva dedicato alla “guerra civile europea” la sua opera più insigne, il saggio su “Nazionalsocialismo e Bolscevismo” (2). Lo stesso Nolte descrisse i tratti prin­cipali della “guerra civile europea” in una lezione tenuta a Brescia il 20 aprile 1990 dal titolo “La guerra civile europea 1917-1945” (3).

All’espressione “guerra civile” lo storico assegna un significato più ampio e articolato di quello del giurista – sostiene Nolte – per cui non sempre è necessario che essa si volga in modo dichiarato e con masse armate nei due fronti, come successe per esempio nella guerra di secessione americana del 1861-1865 o nella guerra civile spagnola del 1936-1939.

La Rivoluzione francese fu anche una guerra civile e da allora in poi, nascosta sotto l’aspetto formale delle guerre tra Stati, l’Europa fu sempre teatro di guerre civili. La prima guerra mondiale fu anche una guerra civile, il breve e tragico periodo della Repubblica di Weimar ebbe aspetti cruenti di guerra civile, la rivoluzione bolscevica dall’ottobre 1917 fino almeno al 1920 avvenne in un contesto di guerra civile, che fu anche il suo lascito agli anni successivi. Fu guerra civile anche quella attuata dal Nazismo in Germania, soprattutto per la persecuzione degli Ebrei, e fu una immensa guerra civile e non solo tra Stati, quella tra Nazismo e Bolscevismo in tutta Europa. Questa guerra si combatteva dentro ogni nazione.

Afferma Nolte che la guerra civile è diventata norma in Europa da quando sono nati gli Stati ideologici, il cui primo prototipo è stato quello rivoluzionario in Francia e la cui massima espressione sono stati quello nazista e bolscevico. A nostro parere, la nascita della guerra civile nel senso moderno del termine va retrodatata alla Riforma protestante, che pure fu anche una guerra civile (4).

Anche della vicenda italiana alcuni storici hanno parlato di “guerra civile”, soprattutto con riferimento al periodo della Resistenza (5), ma a parere di Nolte, che segue in ciò Hanna Arendt, il Fascismo e l’Italia ne rimasero fuori per la mancanza, appunto, di uno Stato veramente ideologico: quello fascista non lo fu mai.

L’inizio del processo di unificazione europea negli anni Cinquanta del secolo scorso avvenne proprio per liberarsi dall’eredità dello Stato ideologico e per evitare la guerra, intesa non solo come guerra ad extra ma anche ad intra, ossia come guerra civile. Ciò avveniva in un momento di grande debolezza dell’Europa, non solo per la prostrazione postbellica, quando ormai lo jus publicum europaeum, come aveva illustrato Cari Schmitt (6), era già finito e con esso la Cristianità, dato che lo stesso jus publicum europaeum era la versione secolarizzata di un concetto di teologia politica (7).

Un momento di debolezza, anche, perché la guerra civile europea non si era dissolta con la fine della guerra tra gli Stati, dato il regime di guerra fredda che non poteva essere considerato solo tra le due grandi potenze nel segno della deterrenza nucleare o dello spionaggio sistematico ma anche tra ideologie che si combattevano l’un l’altra nelle società delle nazioni europee.

L’ “attribuzione collettiva di colpa”

Possiamo affermare con certezza che il processo di unificazione confluito nell’Unione europea dopo il trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) e di Lisbona (13 dicembre 2007) sia riuscito positivamente ad eliminare la “guerra civile europea” conseguenza dello scontro tra Stati ideologici? Oppure si deve dire che, in un senso completamente nuovo, sotto la forma apparentemente rassicurante del processo istituzionale di unificazione, la “guerra civile europea” ha continuato ad essere presente? Se così fosse, proprio questa sarebbe la vera debolezza dell’Europa di oggi. Per l’Europa sarebbe la fine delle illusioni, come suona il titolo di questo Rapporto.

Torniamo alla conferenza italiana di Ernst Nolte del 1990. Due punti in particolare sembrano interessare il nostro discorso. Il primo riguarda l'”attribuzione collettiva di colpa” che è all’origine di ogni guerra civile moderna. Per il Nazionalsocialismo questa attribuzione riguardava gli Ebrei, per il Bolscevismo i borghesi, i socialisti rivoluzionari, i socialdemocratici e, in genere, i nemici di classe e i loro lacchè. Anche il periodo francese del Terrore fece “attribuzioni collettive di colpa”, generalmente nei confronti dei “controrivoluzionari” e dei “monarchici”.

Scrive Nolte: «L’omicidio di uomini innocenti ed indifesi è vietato in ogni circostanza e per cui la “attribuzione collettiva di colpa”, che ne è alla base, va respinta, quali ne siano le circostanze» (8). Ci si dovrà chiedere, allora, se anche nell’Europa di oggi si dia una “attribuzione collettiva di colpa” a carattere ideologico puro, oppure se questa caratteristica dello Stato ideologico sia stata definitivamente superata.

Il secondo punto in questione riguarda la seguente valutazione morale: «basare una distinzione morale sulle differenze nella sistematicità, nei metodi usati ed alla fine addirittura nei numeri delle vittime, è a mio parere illegittimo» (9). Nolte si riferiva qui alle presunte differenze tra l’esecuzione dell'”attribuzione collettiva di colpa” nel Nazionalsocialismo e nel Bolscevismo, vale a dire nella “guerra civile europea”. Bisogna ora vedere se questa valutazione trovi applicazione anche nella vita europea del Dopoguerra e dei giorni nostri.

I due punti trovano una drammatica convergenza, per esempio, nel caso dello sterminio tramite l’aborto legalizzato in tutti i Paesi dell’Unione Europea, che assomiglia molto ad una ideologica “attribuzione collettiva di colpa” ed è un crimine che non si presta a distinzioni rispetto ad altri crimini propri della “guerra civile europea” condotti con altri mezzi. Potremo riprendere questo discorso più avanti.

Ex captivitate salus

Thomas Hobbes

Torniamo, a questo punto, al libretto Ex captivitate salus, con cui Cari Schmitt prendeva congedo dalla vita, al suo tramonto. Qui viene posto un rilevante problema: «In qual misura, in generale, sia possibile ad un dittatore politico prendere in mano la produttività spirituale di un intero popolo fino a far sì che non sopravviva alcun libero pensiero, né più sussista alcuna riserva nei suoi confronti? (10).

La “guerra civile europea” era mossa dall’aspirazione conflittuale a raggiungere questo obiettivo. La modernità si è fin dall’inizio posta sulla strada di questo “moderno Leviatano” che, in fondo, nasce dalla disperazione. Sia Jean Bodin sia Thomas Hobbes hanno fatto diretta esperienza della “guerra civile” e la loro riflessione è nata in quel contesto. «Ma il moderno Leviatano, che si manifesta in quattro forme, nella quadruplice combinazione di Dio e animale, uomo e macchina», Bodin «ancora non concepì. La sua disperazione non era ancora abbastanza grande per tanto» (11).

Ma lo concepì Thomas Hobbes ed anche Alexis de Tocqueville, il che è quanto ci interessa in questo momento. Davanti alla guerra civile, Hobbes trasferisce la re­ligione nello Stato (12) ma non fa ancora dello Stato una nuova religione e così lo jus publicum europaeum secolarizza le dot­trine dei teologi senza tuttavia consegnarsi ancora ai Lumi: il processo di secolarizzazione e la coincidenza tra Stato e religione tipica dell’ideologia moderna doveva essere ancora lungo.

Ed è qui che interviene Tocqueville, il quale, forse per primo, intravide che la democrazia avrebbe raggiunto forme di centralizzazione sempre maggiori e aveva indicato, in tempi ancora non sospetti, nell’America e nella Russia i principali artefici di questo processo. Ma allora anche la democrazia europea e americana potevano considerarsi una forma acuta del “tramonto dell’Occidente” e diventare il luogo di una nuova “guerra civile europea” fondata sulla disperazione. E molto significativo che, a proposito di Tocqueville, Schmitt affermi che gli difettava una concezione della salvezza che gli permettesse di superare la sua disperazione; captivitate, quindi, ma senza salus. È questa, oggi, la condizione anche dell’Europa?

La democrazia che non vince su se stessa

Quest’ultima osservazione di Cari Schmitt a proposito di Tocqueville e della democrazia abilitano quest’ultima, se intesa come orizzonte politico privo di redenzione, ad essere contesto adatto per una nuova “guerra civile europea”. Nell’enciclica Centesimus annus (1991), Giovanni Paolo II dichiarò che il crollo del Muro che separava l’Europa in due, segnava la vera fine della seconda guerra mondiale.

Egli così riconosceva che dal 1945 al 1989 era continuata in Europa una “guerra civile europea”, nonostante non sia stata combattuta nessuna guerra tra Stati. Egli, però, metteva anche in guardia che sarebbe sbagliato e pericoloso pensare che il crollo del Muro di Berlino avesse dichiarato la vittoria del sistema democratico occidentale. Confermando, in questo modo, anche le preoccupazioni di Tocqueville.

Il pericolo era che il crollo del Muro venisse interpretato come la “fine della storia” e che l’Occidente si attribuisse la titolarità di una salvezza che non aveva, concependosi così come una nuova ideologia fondata, come ogni ideologia, sulla disperazione. Nel 1989 c’erano tutte le condizioni perché iniziasse una nuova “guerra civile europea”.

Da essa l’Europa si sarebbe potuta salvare alzando lo sguardo alla filosofia e alla teologia della storia, dove hanno luogo i concetti di redenzione e salvezza. Il libro di Giovanni Paolo II “Memoria e identità” (13) è da considerarsi anche una riflessione sull’Europa e le sue tentazioni di ripiombare in una “guerra civile europea”.

Giovanni Paolo II va alla radice. Anche oggi, dice, dopo la fine delle grandi ideologie e dei totalitarismi permane una grande ideologia del male, basti pensare allo «sterminio legale degli esseri umani concepiti e non ancora nati» (14), «questo avviene perché è stato respinto Dio come creatore e perciò quale fonte della determinazione di ciò che è bene e di ciò che è male (15).

Giovanni Paolo II legge la storia dell’Europa e constata l’esistenza anche oggi di una speciale “guerra civile europea” con le conseguenti “attribuzioni di colpa collettiva” e ne vede l’origine nella disperazione moderna che è l’altra faccia della superbia della modernità. Il suo giudizio valutativo risale fino alle origini della modernità: dopo Cartesio Dio si riduce ad un contenuto della nostra coscienza, «il Dio della rivelazione aveva cessato di esistere come Dio dei filosofi» (16). Con il peccato originale «l’uomo era rimasto solo: solo come creatore della propria storia e della propria civiltà, solo come colui che decide di ciò che è buono e di ciò che è cattivo, come colui che esisterebbe ed opererebbe etsi Deus non daretur, come se Dio non fosse» (17).

Nel capitolo 9 di Memoria e identità c’è un interessante ricordo personale di Giovanni Paolo II: un suo compagno di collegio a Roma gli aveva detto: «Ciò è stato risparmiato a noi in occidente forse perché non saremmo stati capaci di sopportare una simile prova. Voi invece ce la farete» (18), «Se il comunismo sovietico verrà verso occidente non ce la faremo (19). Ma in conseguenza della “guerra civile europea” il comunismo sovietico era già arrivato in Occidente da tempo ed aveva contribuito al suo indebolimento nella disperazione.

L’amico del giovane Karol Wojtyla faceva riferimento ad una riserva morale, spirituale e religiosa che avrebbe potuto salvarci dalla “guerra civile europea”. Anche Cari Schmitt individuava una speranza di salvezza pur nella cattività più desolata: lo Spirito ha sempre avuto il suo orgoglio e in Europa ha sempre trovato le sue catacombe (20): «Per sua natura lo Spirito è libero e reca con sé la propria libertà. Dovrà darne prova anche nella rischiosa situazione della moderna organizzazione di massa» (21). E si ritorna così al tema della salvezza, che mancava a Tocqueville per poter fronteggiare le derive accentratrici e autoritarie della democrazia europea che vinceva su Nazismo e Bolscevismo ma non su se stessa.

L’Europa contro l’Europa

Le riflessioni di Joseph Ratzinger Benedetto XVI sull’Europa completano il quadro: l’Europa ha allontanato Dio da se stessa e, così facendo, si è privata non solo del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, ma anche del Dio dei filosofi, vale a dire si è ridotta all'”autolimitazione della ragione” (22). È così inevitabilmente caduta dalla disperazione religiosa alla disperazione della ragione. Per questo l’Europa odia se stessa (23) e procede verso «l’autodistruzione della coscienza europea» (24): l’Europa contro l’Europa.

Dopo le osservazioni fin qui condotte è perfino superfluo descrivere i sintomi della “guerra civile europea” tuttora esistenti nel nostro continente, essa va di pari passo con la permanenza di più “ideologie del male” e con il distacco dell’Europa da Dio. La nuova “guerra civile europea” si concentra ormai risolutamente sul terreno antropologico e teologico: lo sterminio dei concepiti, la proscrizione degli obiettori di coscienza, l’obbligo di fare il male, l’istituzionalizzazione della perversione, l’educazione contro natura, la distruzione del matrimonio e della famiglia, il contrasto alla procreazione e l’esaltazione della sterilità, la manipolazione genetica, la clonazione (25). Questa “guerra” attua “attribuzioni collettive di colpa” e produce molte vittime, nel senso materiale della parola.

Se, come suggeriva Carl Schmitt, la nuova ideologia del male consiste nell’assemblaggio di animale e Dio, di macchina e uomo – che è di fatto il progetto transumanista (26) attualmente in corso avanzato di realizzazione – possiamo dire che le istituzioni dell’Unione Europea se ne siano fatte ampiamente carico.

La nuova resistenza è però in atto: nei luoghi educativi e negli ospedali, nelle manifestazioni di piazza e nelle forme di obiezione di coscienza, nelle nuove iniziative dal basso di famiglie e insegnanti, nell’opposizione a leggi disumane, pur con il pericolo di essere ostracizzati come “populisti”, nelle Marce per la vita. La nuova resistenza si nutre anche di religiosità e di preghiera, di culto mariano e di fiducia nello Spirito, di recupero della Dottrina sociale della Chiesa non adattata ai tempi nuovi ma tuttora esigente e dalle forti indicazioni per l’azione. Molti pensano che non ci sia più un nemico e che la società europea sia solo una enorme esperienza Erasmus. Molti invece riconoscono che c’è una nuova “guerra civile europea” che nasce dalla disperazione e che per combatterla serve speranza nella Redenzione.

Note

(*) Direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuàn

1) CARL SCHMITT, Ex captivitate salus, Adelphi, Milano 1987, pp. 58-61

2) E. NOLTE, Nazionalsocialismo e Bolscevismo, con un saggio di Gian Enrico Rusconi, traduzione di Francesco Coppellotti, V. Bertolino e G. Russo, Rizzoli, Milano 1999. [L’opera, del 1987, aveva per titolo: Der Europäische Bürgerkrieg 1917-1945]. Il concetto di “guerra civile europea” è discusso soprattutto nella Introduzione, pp.3-22

3) E. NOLTE La guerra civile europea 1917-1945, in Id., Heidegger. Tra rivoluzione conservatrice e guerra civile in Europa, E.L.S.-La Scuola, Brescia 2017, pp. 13-48.

4) Riforma luterana dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa, «Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa», XIII (2017) 2; M. AYUSO, La revoluciòn protestante y su impacto politico, «Verbo», enero febrero 2017, nn.551-552, pp. 115-150; A. PELLICCIARI, Martin Lutero. Il lato oscuro di un rivoluzionario, Cantagalli, Siena 2016; G. TOURIN, I Protestanti: una rivoluzione, Claudiana, Torino 1993.

5) C.PAVONE, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

6) CARL SCHMITT, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello “jus publicum europaeum”, traduzione e postfazione di Emanuele Castrucci, cura editoriale di Franco Volpi, Adelphi, Milano 1991.

7) «Le dichiarazioni sull’onnipotenza dello Stato sono in realtà secolarizzazioni superficiali delle formule teologiche dell’onnipotenza di Dio» (CARL SCHMITT, Il concetto di politico: testo del 1932 con una premessa e tre corollari, in CARL SCHMITT, Le categorie del politico, a cura di G. Miglio e P. Schiesa, Il Mulino, Bologna 1972, pp.89-210.

8) ERNS NOLTE, La guerra civile europea 1917-1945, cit., p. 45.

9) Ivi, p. 47.

10) CARL SCHMITT, Ex captivitate salus, cit., p. 17.

11) Ivi, p. 68.

12) Cfr. ivi, pp. 72-73

13) GIOVANNI PAOLO II, Memoria e identità, Rizzoli, Milano 2005.

14) Ivi, p. 22.

15) Ivi, p. 23.

16) Ivi, p. 21.

17) ibidem.

18) Ivi, p. 60.

19) Ivi, p. 63.

20) CARL SCHMITT, Ex captivitate salus, cit., p. 18.

21) Ivi, p. 24.

22) J. RATZINGER L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, introduzione di Marcello Pera, Cantagalli, Siena 2005, p. 49. Vedi anche: BENEDETTO XVI Discorso all’Università di Regensburg, 12 settembre 2006, in BENEDETTO XVI, Chi crede non è mai solo. Viaggio in Baviera. Tutte le parole del Papa, Cantagalli, Siena 2006, p. 25. Tutto il famoso discorso di Ratisbona può essere letto in chiave politica ed europea, cfr. G. CREPALDI, Postfazione a J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Il posto di Dio nel mondo. Potere, politica, legge, a cura Di S. FONTANA, Cantagalli, Siena 2013, pp. 225-257.

23) J. RATZINGER, Europa, suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani, in M. Pera, J. Ratzinger, Senza radici. Europa relativismo cristianesimo Islam, Mondadori, Milano 2004, pp. 70-71.

24) Ivi, p. 66.

25) Cfr. ivi, p. 68.

26) Cfr. ivi, p. 68

27) Cfr. Transumanesimo. Lo spaventoso laboratorio del “nuovo Adamo”, «Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa», XII (2016) 2

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