Come inquinare le menti

discaricaArticolo pubblicato su Tempi numero: 36 – 5 Settembre 2002

Gonfiare i dati dei problemi non giova alla difesa dell’ambiente, ma all’influenza politica degli ambientalisti. Due esempi: allarme rifiuti e inquinamento domestico

di Rodolfo Casadei

«Qualsiasi persona, se si sentisse dire da un gruppo di industriali che non è il caso di essere preoccupati per l’ambiente, proverebbe un naturale senso di diffidenza. Ma se qualcuno di noi sente dire da Greenpeace che le cose vanno di male in peggio non considera che anche questa organizzazione ha interesse ad esagerare l’allarme perché ne trae un innegabile vantaggio politico e mediatico». Queste parole di Bjorn Lomborg, lo statistico danese ex ambientalista autore di The Skeptical Environmentalist, il libro che smentisce molte tesi eco-catastrofiste, andrebbero incorniciate e rilette ogni volta che qualche gruppo ecologista lancia allarmi sensazionalistici.

L’ultimo in ordine di tempo è quello che l’italiana Legambiente (dal 1980 al 1987 presieduta da Chicco Testa, oggi presidente dell’Enel convertitosi all’anti-catastrofismo) ha lanciato mentre a Johannesburg era in corso il summit per lo sviluppo sostenibile. Secondo costoro «in 15 anni una nazione grande come il Sudafrica potrebbe essere completamente sommersa dai rifiuti prodotti nei paesi ricchi». Una prospettiva davvero allarmante, quando si consideri che la superficie del Sudafrica ammonta a 1 milione e 219 mila kmq, cioè quattro volte l’Italia. I 9,2 miliardi di tonnellate di rifiuti urbani e industriali che i paesi ricchi producono (7,8 di provenienza Usa, 1,4 della Ue) annualmente sarebbero in grado di sommergerla entro il 2017.

Legambiente, numeri del lotto

Possibile? Possibile soltanto nella testa di chi vuole spaventare la gente per ragioni di bottega. Il calcolo non tiene adeguatamente conto del fatto che oggi una parte crescente dei rifiuti prodotti dalle attività umane ha un destino diverso dalla discarica: viene riciclata, trasformata in concime o avviata agli inceneritori. Per esempio gli Usa producono 200 milioni di tonnellate di rifiuti urbani all’anno, ma di queste solo 110 milioni hanno bisogno della discarica. Lomborg ha calcolato che se questa quantità restasse costante per un secolo, gli 11 miliardi di tonnellate risultanti troverebbero posto in una discarica grande come un quadrato di 14 miglia di lato, cioè 22,4 km. Che significa 501,7 kmq, una superficie pari a quella della provincia di Rimini.

Se prendiamo come riferimento questi calcoli e se la matematica non è un’opinione, scopriamo che i 9,2 miliardi annui di tonnellate di Legambiente dovrebbero riempire, nel giro di 15 anni, una discarica di 6.271 kmq, cioè poco più grande della provincia di Trento: un’area decisamente più piccola del Sudafrica. A questo punto non si può far altro che immaginare che la proiezione di Legambiente non tenga conto di un altro dato elementare: le discariche, almeno quelle dei famosi “paesi ricchi”, non hanno solo una superficie, ma anche una profondità, che mediamente è di 30 metri. L’immagine dei rifiuti “spalmati” sulla superficie della Terra va bene per la propaganda, ma non è seria.

E l’inquinamento domestico?

L’allarmismo crea una mentalità distorta nell’opinione pubblica, che non riesce più a comprendere i termini dei problemi. Quando a Johannesburg la direttrice dell’Organizzazione mondiale della salute (Oms) ha annunciato che due terzi delle malattie nel mondo sono attribuibili al fattore ambientale e causano 4,7 milioni di decessi, soprattutto bambini, quasi tutti hanno pensato che si trattasse dell’effetto della moltiplicazione di ciminiere e tubi di scappamento delle auto. Ma così non è: il grande killer è l’inquinamento domestico, prodotto dai fumi di legna, carbonella e sterco secco usati per cucinare e riscaldare, che nel Terzo mondo causano 2,5 milioni di decessi annui.

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