La sindrome polacca

CSEO documentazione
(rivista mensile del Centro Studi Europa Orientale)
n. speciale 168/169 gennaio-febbraio 1982
golpe_Polonia

Editoriale 

Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1981, la speranza nata nelle lotte nell’agosto 1980, la speranza polacca, è stata mortalmente ferita. Anche la speranza di milioni di uomini nel mondo è stata ugualmente ferita.Ciò che è accaduto si iscrive nella storia dell’ingiustizia, della violenza e del sopruso. Pure questa è storia dell’uomo, anche se non è storia umana, anzi è disumana.

«Dove si ritrovano sbarre e catene, lì si può presumere con ogni probabilità di avere a che fare con le tracce dell’uomo», ha scritto uno psichiatra polacco, A. Kepinski, in un suo studio sulla «Psicopatologia del potere». Sono queste le tracce in cui la speranza polacca, la speranza umana, si smarrisce e muore, oppure essa potrà risorgere oltre la soglia tenebrosa di questa ingiustizia disumana?

Rispondere a questa domanda vuoi dire rispondere alla domanda se il 13 dicembre la vicenda iniziata nei cantieri Lenin di Danzica nell’agosto 1980 si è conclusa per sempre, o se invece continua e continuerà. Ora è certo: se quella vicenda era solamente ed esclusivamente una vicenda polacca, essa è conclusa, e non c’è da farsi illusioni sulle intenzioni di coloro che hanno decretato lo stato d’assedio. La sopravvivenza di ciò che per cinquecento giorni è stato «Solidarnosc» non sarà possibile in nessuna forma. Lo spirito di «Solidarnosc» non morirà, ma ciò che da quello spirito era nato è già stato fatto morire dalla legge marziale dei generali, nei campi di internamento e con le sentenze delle corti marziali.

Se però gli avvenimenti polacchi contenevano una dimensione non solamente polacca, un qualche significato umano di valore universale, una verità comprensibile anche fuori della Polonia, allora i generali e i loro mandanti hanno con il «golpe» ottenuto l’effetto opposto a quello che cercavano: hanno provocato la «sindrome polacca»: la diffusione fuori del confine del loro potere, dove i loro carri armati e la loro polizia politica non possono imporre la loro legge marziale, di ciò che era e resta la verità di «Solidarnosc».

Già Marx aveva intuito la possibilità di una «sindrome polacca», quando nel 1845 aveva scritto: «L’emancipazione della Polonia è una delle condizioni dell’emancipazione della classe operaia in Europa». Marx aveva dunque l’idea che un avvenimento particolare (l’emancipazione della classe operaia di un determinato paese, nel caso la Polonia), avesse un significato più ampio (l’emancipazione della classe operaia di un intero continente, l’Europa). Dopo gli avvenimenti conseguiti all’agosto 1980 si può ragionevolmente pensare che la rivoluzione della classe operaia polacca abbia creato le condizioni della rivoluzione della classe operaia mondiale. Rivoluzione?

L’idea di rivoluzione è associata nella mentalità comune all’idea di forza e di violenza. Perché ci sia una rivoluzione occorre — secondo questa mentalità — che ci siano almeno due forze in campo, tra loro antitetiche e antagonistiche, che si scontrano in una lotta senza esclusione di colpi, con la violenza che non aborrisce il sangue per annientare l’avversario, nella cui sconfitta consiste la vittoria.

Se la rivoluzione è questo, non v’è dubbio che non vi è stata una rivoluzione polacca. Se morti vi sono stati, li hanno fatti i generali, l’uso della forza e della violenza essendo stato unilateralmente il loro, e dei loro mandanti.

Eppure, proprio perché non è stata violenta, quella polacca è stata una vera rivoluzione: per sedici mesi si è svolto un processo di rinnovamento della società polacca senza che mai si facesse ricorso alla violenza, alla lotta contro il nemico, alla volontà di annientarlo. L’affermazione di Lenin, secondo cui «la violenza è la levatrice della storia» è stata rivoluzionata: non la violenza, ma la cultura è diventata la levatrice della storia. I discepoli di Lenin hanno indirettamente riconosciuta la rivoluzio­ne di «Solidarnosc» quando l’hanno accusata di controrivoluzione.

La cultura della solidarietà ha saputo generare una tale energia di rinnovamento da impaurire coloro che pensano solo in termini di forza e di violenza e da indurii a intervenire con forza e violenza per sopprimere la controrivoluzione e ristabilire l’ordine. L’ordine fondato sulla forza e sulla violenza regna ora di nuovo a Varsavia. Ma lo scossone provocato dalla rivoluzione della solidarietà ha fatto tremare le fondamenta dell’ordine imposto con la forza e con la violenza dai regimi totalitari del «socialismo reale», si è diffuso come una sindrome alle basi dell’equilibrio europeo e mondiale delle forze e lo ha messo alla prova, ha mostrato la fragilità anzi la menzogna della sua legittimazione conosciuta con il nome di «spirito degli accordi di Yalta».

Dire oggi che lo «spirito di Yalta» è messo in questione, vuoi dire anche che è messa in questione quella nostra mentalità che concepisce l’ordine come equilibrio delle forze, come antagonismo risolto dal dominio del più forte, come legalizzazione dell’ingiustizia e istituzionalizzazione del totalitarismo. Questa mentalità non si limita a pensare in questi termini l’ordine internazionale, ma così pensa anche quello nazionale, sociale, interpersonale. In nessun caso invece «la violenza è la levatrice della storia».

La cultura della solidarietà si sviluppa nell’ethos della solidarietà, è una cultura etica. L’ethos della solidarietà è quel concreto luogo umano che si forma là dove l’uomo fa esperienza della solidarietà come valore umano, quando un uomo è uomo di fronte all’altro uomo. Essere solidale con l’altro uomo perché è uomo è una decisione che si forma nella coscienza, è perciò una scelta etica, non una decisione politica dettata per esempio da una convergenza di scopi, e nemmeno economica suggerita da una convenienza di interessi.

La solidarietà come scelta etica nasce dal riconoscimento dell’uomo nell’uomo, da cui deriva il riconoscimento del suo valore, del suo destino, della sua dignità e della inviolabilità della sua libertà. È così che ha inizio la verità della socialità umana, e in questo germe di verità c’è il principio di un rinnovamento della società come totalità. C’è come immaginazione di un cambiamento e anche come energia per tentarlo.

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Il gen. Wojciech Jaruzelski, autore del golpe polacco

La cultura etica della solidarietà è stata la cultura del movimento operaio dalle sue origini, dalla prima rivoluzione operaia del 1848, quando la coscienza della dignità degli uomini del lavoro si destò e suggerì i primi passi del movimento operaio e le prime forme della sua organizzazione. L’esperienza etica della solidarietà tra gli uomini del lavoro destò infatti una forte tensione morale all’unità della classe operaia e una istintiva mobilitazione per gli ideali della giustizia e della libertà e per la lotta contro l’ingiustizia e la violenza.

L’ethos originario della classe operaia si alimentava nel senso religioso degli uomini del lavoro: cristiani, socialisti, anarchici avevano infatti in comune quel sentimento dell’altro e della sua dignità in cui è riconoscibile l’albore della coscienza religiosa. Né va taciuto l’apporto dei credenti cattolici alla formazione dell’ethos della solidarietà operaia, alla cultura e all’organizzazione del primo movimento operaio.

L’ethos della fede ha segnato di forti motivazioni etiche e ideali il contenuto di coscienza e la speranza della giustizia e della libertà della prima rivoluzione operaia. La dimensione religiosa dell’ethos e della cultura del movimento non si è mai spenta, anche se si è andata diluendo progressivamente per effetto del condizionamento dell’ideologia borghese sulla mentalità comune, il cui laicismo e più ancora la cui irreligiosità hanno indotto nella cultura degli uomini del lavoro e della loro organizzazione elementi estranei e incoerenti rispetto alla autentica tradizione operaia.

Ancora nella Comune di Parigi il primato spettava però all’etica della solidarietà vissuta come il fattore realmente unificante e mobilitante della nuova rivoluzione operaia. Solo con Marx e poi con Lenin la tradizione etica e religiosa del movimento viene tolta di mezzo e sostituita con l’ideologia e con la strategia. Dopo la rivoluzione del 1917, ciò che resta di autentico della tradizione operaia nelle componenti anarchiche e libertarie del sindacalismo non bolscevico viene annientato con la violenza. Kronstad è il simbolo della rottura che il marx-leninismo attua nella storia del movimento operaio.

A Danzica, gli operai polacchi riscattano la storia del movimento dalla soggezione ideologica e politica al marx-leninismo. Il movimento rinasce nell’esperienza della solidarietà, ritrova il proprio ethos e la propria cultura, cioè le proprie origini. Quella di «Solidarnosc» è una rivoluzione nel movimento, da cui ha inizio un nuovo movimento, e non solo una nuova fase della sua organizzazione e delle sue lotte.

Scegliendo il motto della solidarietà, e dandosi uno statuto di indipendenza e di autogestione, gli operai polacchi ristabiliscono la verità originaria del movimento, la sua identità e la forma autentica della sua organizzazione. L’indipendenza e l’autogestione diventano subito progetto sulla società come totalità: l’ethos e la cultura della solidarietà hanno forza sufficiente per suscitare l’immaginazione creatrice di una idea di società nella quale l’intera nazione possa a sua volta ritrovare la propria identità e la forma della propria auto-organizzazione.

Cinquecento giorni di questo «sogno», poi il colpo di mano alla Lenin: il potere, travestito da militare, sventolando la bandiera della nazione e gridando slogan uma-nitari, stronca in una notte tutto ciò che era stato pazientemente e intelligentemente costruito in sedici mesi di fatica e di lotta. Dopo Kronstad, questa è la pagina più nera di tutta la storia del movimento operaio.

Ma «Solidarnosc» è una sindrome, non una disavventura. La sua verità è affidata ora al movimento mondiale dei lavoratori. Che ne trarrà il suo frutto.

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